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Agata MOTTA- Io ‘resto’ qui (Nino Gennaro ricordato al Biondo di Palermo)

 

Lo spettatore accorto


IO ‘RESTO’ QUI….

La vita di Nino Gennaro ripercorsa al Teatro Biondo di Palermo

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“Un uomo si uccide ogni giorno con le parole che gli si tirano contro”. Potrebbe essere solo una frase tra le tante, una semplice constatazione di cui prendere atto, invece è un punto di partenza per oltrepassare l’umiliazione con la lotta, è la molla per avviare il riscatto sulla pressione sociale e psicologica che schiaccia e mortifica. Quella di Nino Gennaro, poeta e scrittore corleonese scomparso vent’anni fa, è una voglia di vivere insopprimibile, anche negli anni della malattia, in quella lunga parentesi di preparazione al grande viaggio spesa nell’impegno e negli eccessi.

Il Teatro Biondo di Palermo, in collaborazione con la Compagnia Massimo Verdastro, rende omaggio a Gennaro con lo spettacolo, in prima nazionale, Non ho tempo di badare ai miei killer (repliche fino al 15 in sala Strehler) scritto e diretto da Massimo Verdastro e Giuseppe Cutino. Basta poco per creare un’atmosfera avvolgente e a tratti refrattaria: pareti a specchio sulle quali riflettersi che sono anche luoghi abbozzati, grossi fusti metallici da usare come percussioni o consolle, abiti appariscenti e altri piccoli apparati scenici di supporto ad una drammaturgia che comprende brani tratti da Una divina di Palermo, La via del sexo, Rosso Liberty ed altri scritti editi e inediti.

Ad eludere la possibile frammentazione narrativa bastano la regia, che imbriglia e contiene pur nelle opportune evasioni musicali e danzate, e la possente presenza scenica dello stesso Verdastro. L’interprete entra camaleonticamente nella biografia narrata e nell’universo artistico e poetico di Gennaro con la sua personale sensibilità e con un processo identificativo che restituisce appieno la temperie culturale, sociale e privata di un cantore di emarginati ed esclusi che si ritrova ad agire in luoghi – la “repubblica indipendente di Corleone” e la Palermo più degradata – e in periodi – dagli anni ’60 agli anni ’90 – caldi di rivendicazioni e battaglie, combattute, nel suo caso, con armi di carta e  di parole, di solidarietà cercate e respinte, prima tra tutte quella con la madre.

Giuseppe Sangiorgi – movimenti felini, voce, canto – lo accompagna in questo percorso esibizionista, spudorato e narcisista di autoaccusa e di autoassoluzione, è un’eco, un riflesso, un alter ego, un desiderio sfuggente e consumato, un angelo da strada, un seduttore sedotto, una fata turchina che richiama alla realtà. Ma quale realtà?

Quella intrisa di sesso, droga e malattia o quella della luminosa “scrofa che figlia favole”, dell’agitatore di idee e dell’attivista politico? Gennaro è stato tutto questo e di questa complessità lo spettacolo – che si avvale delle scene semplici ma efficaci di Giuseppe Marsala, degli adeguati movimenti coreografici di Alessandra Fazzino, degli eccentrici costumi di Daniela Cernigliaro e delle luci insinuanti di Giuseppe Calabrò – si fa carico con momenti volutamente disturbanti ed altri di intensa poesia.

E se ne fa carico con la convinzione  di presentare un autore che continuava, malgrado tutto, a considerasi un privilegiato, che nell’attesa di vivere ha vissuto ogni momento come una combustione dell’essere. Combustione che si è trasferita intatta sulle pagine, anch’esse brucianti di litanie di sostantivi, di giochi verbali, di accostamenti arditi, di versi osceni e scarnificati o, più spesso, ridondanti di emozioni compresse pronte ad esplodere nell’offerta di sé e del proprio corpo zavorra/patrimonio, da vendere e da regalare.

Alla fine su fondo rosso compaiono, in devoto collage, libri, scritti autografi e tutto quanto rimane di una vita breve ma intensissima, conservato e diffuso da quanti lo hanno conosciuto, amato e soprattutto non dimenticato.