Vincenzo SANFILIPPO- Pasolini, un’autobiografia traslata (“Pilade”, Teatro Vascello, Roma)

 

Lo spettatore accorto


 

PASOLINI, UN’AUTOBIOGRAFIA TRASLATA

“Pilade”

di Pier Paolo Pasolini

Regia e drammaturgia: Daniele Salvo, musiche: Marco Podda,  actor coach: Melania Giglio, costumi: Nika Campisi, Claudia Montanari, assistente alla regia: Alessandro Gorgoni. Fabiana di Marco per la cortese collaborazione.

Personaggi e interpreti : PILADE: Elio D’Alessandro, ORESTE: Marco Imparato, ELETTRA: Selene Gandini,

ATENA: Silvia Pietta, SERVA DI ELETTRA / CORIFEA: Elena Aimone, CONTADINO / VECCHIO: Simone Ciampi,

RAGAZZO: Michele Costabile, MESSAGGERO: Francesca Mària, SOLDATO: Simone Bobini ,DONNA: Claudia Benassi, STRANIERO: Piero Grant, EUMENIDI: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Paola Giglio, Melania Fiore, Francesca Mària,  CORO: Elena Aimone, Sara Aprile, Claudia Benassi, Simone Ciampi, Michele Costabile, Melania Fiore, Paola Giglio, Piero Grant, Francesca Mària, Sara Pallini.

Produzione La Fabbrica dell’Attore – al Teatro Vascello di Roma

***

Per condividere la regia e la drammaturgia dell’allestimento di Salvi, da intendere come realizzato “Progetto di uno spettacolo laboratoriale”, bisogna porsi al di là del linguaggio  residuale del testo (sorta di appendice dell’Orestiade eschilea tradotta da Pasolini nel 1960) e ‘godere’ della   voce del poeta che è poesia-fisica costruita con i sintagmi  viventi dei corpi /attori. Le fisicità delle azioni, delle presenze fisiche, delle fisionomie, dei comportamenti, delle ritualità, costruite dal laboratorio teatrale di questo teatro contemporaneo, costituiscono il nucleo   centrato sul linguaggio epico dei corpi narranti. Liddove  le vocalità  degli uni rispetto agli altri premono sui corpi,  mentre le gestualità si innestano sulle tensioni delle voci e sulle istanze espressive e comunicative.

Una narrazione fluida e disseminata di gesti,  dove anche la nudità maschile  diventa preludio e rimando che  fa rivivere il senso biologico pulsionale  di docilità o di violenza. Allestimento in chiave meta-teatrale che il regista Salvo realizza come ‘eidetica’ rappresentazione finalizzata ad   evidenziare l’implosione contemporanea della ferocia di ogni potere.

La scena, che avrebbe dovuto essere la piazza di Argo,  è adesso un “non luogo”, lato oscuro del niente, ai margini e informe, luogo della deriva,  rappresentato  dal nudo palcoscenico con un grande telo trasparente come fondale per alcune scene in controluce. E qui, appunto, il riferimento allo schermo riporta alla distinzione o alla ubiquità tra palcoscenico e set cinematografico.  Gli attori, uomini e donne, non vestono costumi teatrali ma abiti contemporanei. La parola non è più letteraria ma in prosa, dunque non sottomessa alle regole della versificazione del testo originale Pilade, sorta di autobiografia ideale di Pasolini celata nell’interpretazione e nel lavoro (“di bisturi e di scandaglio”) sulla recitazione: una recitazione colma di segreti, obliqua e antiretorica.

Ne viene una riproposizione scenica fantasmatica “senza soluzione di continuità”, proprio come in un sogno sul grande apologo  Pilade/Pasolini, quale storia italiana recente e sui conflitti fra tradizione e modernità, che dopo quarant’anni dalla scomparsa dello scrittore, sembra  in questo allestimento, ripercorrere gli affetti più intimi, le confidenze più segrete, I fantasmi dei luoghi pasoliniani,  con dei personaggi/corpi che contrabbandano il luogo della scommessa con la morte, stando a dimostrare la fusione, le contaminazioni e  stratificazioni  della scrittura simile ad un’aspra e pessimistica epitome.  Cioè un “compendio”  del già accaduto, che si contempla a ritroso con l’amara consapevolezza che il “tempo” ci “ha lasciati indietro”, che il futuro è già passato e  non ce ne siamo accorti.

Partendo dal dato biografico che rende l’atmosfera della creazione della tragedia Pilade ancor più terribilmente affascinante, Daniele Salvo con questo allestimento laboratoriale è riuscito a restituire una lingua parlata della realtà, dove i corpi  rappresentano la contemporaneità, e le azione narrate sono specchio di una doppia  rappresentazione in cui siamo attori e insieme spettatori. Il merito di questo eccellente spettacolo va soprattutto  ad  una  nutrita compagine attorale  under 35  che con prestanze fisiche  congiunte a  entusiasmi libertari, afferma, con vigore e disperata vitalità, il valore della poesia pasoliniana nella sua teatralità, diventata un atto d’accusa all’attuale potere antiumano responsabile di tanta afflizione sociale.

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