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Vincenzo SANFILIPPO- La meternità negata (“Yerma” di G. Lorca Teatro Vascello, Roma)

Lo spettatore accorto

 


LA MATERNITA NEGATA


“Yerma” di Federico Garcia Lorca

Regia: Gianluca Merolli,Traduzione e adattamento: Roberto Scarpetti. Attori: Elena Arvigo, Enzo Curcurù, Gianluca Merolli, Giulia Maulucci e Maurizio Rippa Scene: Alessandro Di Cola, Costumi: Claudio Di Gennaro, Musiche: Luca Longobardi, Movimenti: Luca Ventura, Luci: Pietro Sperduti, Foto: Fabio Gatto

Produzione: La fabbrica dell’attore Teatro Vascello e Andrea Schiavo.  Di scena alla Sala Giancarlo Nanni del Teatro Vascello, Roma

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Più che un riuscito progetto meta-teatrale questo spettacolo è una passione realizzata dalle idee-guida di Gianluca Merolli che sul torbido dramma rurale poetico di Yerma, ha ben innestato problematiche contemporanee altrettanto conflittuali  di Bioetica. Un allestimento importante giacché recupera,  con gli strumenti autoctoni del teatro laboratoriale di ricerca, la passione d’impegno civile  contenuta in  un concentrato mitico di parole e dialoghi popolari insiti nei linguaggi poetici della  Trilogia Lorchiana,  adesso scenicamente ben interpretata  da un cast di eccellenti interpreti.

La tematica di Yerma centrata sull’innocenza, l’eros, la procreazione, ovvero sulla condizione umana, dove nascita e morte si compenetrano, si può riassumere sul desiderio ancestrale della maternità come ricerca della propria identità di donna. Alla tragedia di Yerma fa da sfondo la morale religiosa dell’indissolubilità matrimoniale che, seppur solo accennata, è in realtà il motore dell’intera vicenda. I rigidi dettami religiosi sono infatti alla base dei due drammi personali della protagonista: sposarsi per l’unico scopo di procreare e attenersi al vincolo del matrimonio qualunque cosa accada.

La scenografia  che ambienta il dramma è concepita a impianto fisso, ma rivela sorprese semantiche nell’evoluzione dei quadri scenici.  Innumerevoli tappeti orientali posti in orizzontali e in verticale delimitano lo spazio della casa come a indicare un morbido recinto claustrofobico in cui si svolge il dramma. In quella casa di tappeti quattro sedie con esornativi schienali, simili a idoli da salotto, ne delimitano il perimetro.

Al centro del grande tappeto sopra un telo di plastica è sepolta/viva,  da un cumulo di farina gialla di granturco, Yerma.  Quella sabbia gialla che la ricopre è l’immagine della nutrizione e della nascita, da cui la donna lentamente si erge nella sua totale nudità.  Così la terra, simbolo di fertilità, è l’elemento più citato nel corso del dramma, specchio del rapporto tra Yerma e il marito  contadino Juan, il quale sceglie  di fertilizzare i campi e di dedicarsi completamente alla cura della sua terra, lasciando la moglie sterile.

Yerma, interpretata da Elena Arvigo con passionalità scenica, è l’eroina protagonista che dà il nome all’opera, il cui significato letterale in spagnolo rimanda immediatamente ai concetti di “deserto” e “sterilità”.  Ed il mondo di Yerma  è caratterizzato proprio dalla solitudine e dall’aridità, come anche la ristretta ma variegata comunità in cui vive la donna.  Lei desidera a tutti i costi avere un figlio dal marito, e quando scoprirà che lui non condivide il suo stesso desiderio, cadrà in un vortice di ossessione e dolore tra l’incubo e il succubo, pulsioni che culmineranno in un gesto estremo.

La drammaturgia e regia di Gianluca Merolli struttura i  molteplici quadri scenici su i corpi degli attori che diventano le presenze di tutti gli eventi psichici del dramma.  Come pure evidenzia  i differenti registri di comunicazione attorale, le cui modalità di linguaggio mettono lo spettatore a contatto diretto con la poetica di Garcia Lorca. Si racconta una forma di favola nera che fa dei corpi nudi lo spazio stesso delle loro azioni, in cui l’elaborazione  dello schema corporeo costruisce pulsioni di vita alternate alle pulsioni di morte. Anche il suono amplificato, diffuso in tutto lo spazio, rimanda a evocazioni della trilogia lorchiana  (“Yerma”, “Nozze di sangue”, “La casa di Bernarda Alba”), con apparizioni surreali, concretizzazioni visive e sonore della casa/carcere.

Pertanto le scene del racconto sono rimesse in moto secondo un vortice di nevrastenia, che preme verso pulsioni attive da parte di Yerma e passive da parte del marito Juan, facendole rientrare nel quadro delle nevrosi contemporanee, individuandone la causa in un insufficiente funzionamento sessuale.  E qui che un elemento di scenografia visualizza la scritta “Clinica Cirinna”,  attualizzando le problematiche bioetiche di un eventuale concepimento assistito  da donatore.

A questi elementi la drammaturgia mescola abilmente anche degli elementi pagani: la figura di Dolores e della Vecchia hanno atteggiamenti che riflettono velatamente culti esoterici del mondo pagano, in quanto richiamano i “Quattro Elementi” (fuoco, aria, acqua, terra), per dominare gli spiriti occulti da cui trae origine ogni sostanza, creando uno sfondo simbolico per la vicenda di Yerma. L’Acqua, scenicamente solidificata in farina nel suo mutamento,  fa riferimento alla sete come elemento di rinascita e purificazione.

La principale espressione dell’elemento acqua è data da Yerma e Juan: spesso la donna afferma che suo marito è assetato e vuole offrirgli da bere, come se vedesse in lui una mancanza di liquido fertile e dunque della capacità di procreare.  Mentre Vìctor, potenziale amante ( è stato il suo primo amore) “rivale” di Juan, ha un corpo prestante e una voce suadente simile a “un torrente che scorre”, quasi a voler dire che al contrario di suo marito lui è pregno di questo elemento generativo. L’Aria, insieme al fuoco, costituisce un elemento etereo contrapposto a Terra e Acqua “femminili”. La Vecchia cita l’aria come “soffio della vita” e dice di aver avuto quattordici figli perché si sentiva “libera come l’aria” di poterlo fare; l’aria è dunque immagine della creazione e in senso lato della sessualità maschile. Anche in questo caso Juan dimostra una notevole mancanza di questo elemento  (in una battuta parla dell’idea di avere figli come “cose che possano svanire in un soffio di vento), mentre la fertile terra  rimane.

Man mano che il dramma avanza l’elemento fuoco è  evidenziato da un doppio percorso di croci che  inaspettatamente appaiono durante il rito nel cimitero, poco prima che  Yerma scopra una tradizione di infertilità sulla famiglia di Juan; e nelle battute finali dell’assassinio, Yerma dice “uccidendo mio marito ho ucciso mio figlio”, in quanto vittima del bruciante desiderio di maternità irrealizzato.

Quest’ opera di Garcia Lorca dimostra una grande attualità: l’autore andaluso sembra anticipare le domande più recenti sulla bioetica e sul diritto alla procreazione, inserendosi a pieno titolo nell’attuale dibattito sulla procreazione assistita e sul diritto alla genitorialita’, con una posizione moderna e assolutamente laica.

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