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Angelo PIZZUTO- La memoria. Per Franco Citti, proletario idealizzato e ‘senza redenzione’

 

La memoria

 


PER FRANCO CITTI, PROLETARIO IDEALIZZATO E ‘SENZA REDENZIONE’

Scoperto da Pasolini per “Accattone” fu anche un laborioso interprete teatrale

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Viso terragno, da bassorilievo scurrile, tardo pompeiano o rinvenuto agli scavi di Pompei, espressione da anziano, inappetente satiro. Ma anche delatore infido, mezzano codardo, ‘Giuda der Pigneto’. In tutta la storia del cinema, forse esagero, solo Karloff, Lorre, Lugosi sono stati prigionieri così ‘fruttiferi’, ineguagliabili delle loro maschere di ferro: plasmate dai produttori o ricevute dai genomi. Ed intanto, quatto quatto, senza infastidire nessuno (“mo’ sì che sto bene”-ealava nell’ulttima immagine di “Accattone”), non povero ma quasi, se ne va anche Franco Citti,  ultimo degli attori di rilievo ‘spontaneista’, preso ‘dalla strada’- quindi discendente a pieno titolo della grande stagione neorealista.

Proletario idealizzato e senza redenzione, secondo la profezia pasoliniana , diseredato  e ‘scarto’ d’una società a senso e pensiero unico, già ‘marchiata’ dalla indotta corsa verso l’omologazione (dei consumi, non della conoscenza),  Citti  era nato a Roma ottanta anni fa ed è morto  ieri pomeriggio (nella  città a lui consustanziale), dopo avere accumulato una sporta di acciacchi mal o mai curati.

Essendo stato- a suo merito- l’unico attore di Pier Paolo che, insieme a Ninetto Davoli, è sopravvissuto alla scomparsa di un certo cinema lirico-naif-autoriale, per  una complicanza d’intrecci produttivi (dominati dal duopolio televisivo) che astutamente equivocava tra i concetti di ‘evoluzione’ e ‘progresso’, di ‘benessere’ e ‘grande-bouffe’.

In più: alla morte di Pasolini, Citti fu l’unico attore del suo entourage capace di misurarsi, anzi riciclarsi, ri-valorizzari (confortato e consigliato dal già scomparso fratello Sergio) con l’arte del teatro, meritoriamente accolto da Mario Martone come voce recitante ed insostituibile (con le cadenze di ‘borgata’ che mai abbandonò) dellì”Oedipus Rex” da Stravinskij (1988).

E, immediatamente dopo, scritturato in compagnia da Carlo Quartucci da Messina, dimenticato (ingiustamente) artefice del teatro di ricerca del dopoguerra, a bordo del suo variopinto Camion (in giro per tutto il meridione d’Italia a portar teatro, con l’indispensabile apporto di Carla Tatò), con cui lavorò in una edizione poeticamente stralunata e  ‘stracciona’ de “I giganti della montagna” (1989) nel   successivo “Tamerlano” di Marlowe.

Poi, con Mario Missiroli (“La locandiera” del 1991) e con Giorgio Barberio Corsetti, al Teatro Greco di Taormina, in una memorabile “Nascita della tragedia” trasfigurato genialmente dall’opera  Nietzche.  Un solo ruolo di rilievo  in televisione, se non vado errato, nei “Promessi sposi” – versione Salvatore Nocita (1990)

Nel frattempo, nel 1998, sempre rinfrancato  dall’ ‘amato’ fratello  Sergio (tale perché i loro litigi…li vidi a una Mostra di Venezia sovreccitati, in osteria, …restano da antologia freudiana) ebbe anche modo di esordire nella sua unica e sola regia cinematografica, un singolare e misconosciuto “Cartoni animati”, logicamente ambientato in una desolata periferia di baraccati dell’agro pontino, intersecata da un variopinto campionario, tragicomico, di diseredata umanità.

Quanto alla sua, più emblematica carriera cinematografica, la biografia di Franco Citti è meno tortuosa di quanto si possa immaginare:  scoperto da Pier Paolo Pasolini per il quale  è – come tutti sanno–  protagonista ‘istintivo’ e riottoso della sua già citata opera  prima   (1961), sottoposti tutti, dal regista alle comparse,  alle montagne russe d’una travagliata realizzazione. Più che ‘accattoni’, annaspanti d’ una sfiduciata impresa produttiva. Che invece scosse animi e pubblico, destando il solito scandaletto d’Italia (democristiana).

L’anno successivo  interpreta l’indolente, manesco ruolo di  Tommaso in “Una vita violenta”  di Paolo Heusch e Brunello Rondi. Nel 1967 incarna  Edipo nella in parte irrisolta edizione filmica di Pasolini, e  l’anno dopo  un trafficante d’armi in Somalia nell’’ultimo, ‘evangelico’ titolo del grande (ed anch’egli ormai ignorato) Valerio Zurlini   “ Seduto alla sua destra” , incentrato sul tema dello schiavismo coloniale e dei prodromi che poi condurranno alle tragedie odierne di emigrazione, scafisti, Isis.

Citti  tornerà   a essere diretto da Pasolini, nel ruolo di un cannibale’ sui.generis’ in “Porcile” (1969), essendo poi  Ser Ciappelletto nel “Decamerone” (1971), Satana in “I racconti di Canterbury” (1973) e un demone malandrino  in “Il fiore delle Mille e una notte” (1974). Nel 1970 era stato  il protagonista ‘naturaliter’ del film “Ostia”, esordio alla regia di Sergio. Per il quale interpreterà altre opere di rilievo, scritte in collaborazione con il mentore e sodale   Vincenzo Cerami: quindi  “Storie scellerate” (1973), “Casotto” (1977) e “Il minestrone”  (1981), ”I magi randagi” (1996, su soggetto immaginato da Pasolini per Eduardo De Filippo).

Nel 1972 e nel 1990, voluto caparbiamente da Ford Coppola  interpreta, da non siciliano,  il ruolo di Calò in  “Il padrino” e “Il padrino – Parte II”, dove è ‘maschera di  cattiverie apatiche  e malvolentieri espletate

In altri momenti della sua esistenza laboriosa, ma di sembianza ‘menefreghista’, Franco Citti  era stato genius loci’ ruspante ma sapiente  del    documentario di Ivo Barnabò Micheli “A futura memoria” (1985) e di un altro  ideato e diretto  dall’ ‘erede morale’ Laura Betti,  “Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno”(2001).   Sarebbe il caso che Rai Cultura li riproponesse, in prima serata. O chiediamo troppo?

 

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