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Agata MOTTA- A partir da Don Chisciotte… (“Gioco di specchi” di S.Massini. Teatro Libero, Palermo)


 

Lo spettatore accorto


A PARTIR DA DON CHISCIOTTE….

“Gioco di specchi” di Stefano Massini al Teatro Libero di Palermo

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L’illustre cavaliere e il suo scudiero Sancho Panza si ritrovano sotto un albero a riposare, ma un sogno -la materia immateriale di cui è fatta la vita umana- li tutba  entrambi perché foriero di Morte e li porta ad ipotizzare soluzioni possibili, ad arrovellarsi nel tentativo di aggirare l’ostacolo. L’input narrativo dello spettacolo, in scena al Libero, Gioco di specchi – drammaturgia dell’apprezzato Stefano Massini a partire dal “Don Chisciotte” di Cervantes – è semplicissimo così come essenziale e puramente evocativo appare l’allestimento scenico: un cavallino a dondolo (ingenuo balocco che sulla carta ha nome Ronzinante) e un’armatura dismessa accanto ad una scacchiera. Le illusioni cavalleresche e la logica razionale si fronteggiano, inutile scommettere sulla vittoria delle une o dell’altra, perché la vita non contempla questa categoria; la vita stuzzica le ambizioni per poi mortificarle, sprona alle grandi azioni per poi vanificarle.

Ciro Masella e Annibale Pavone attraversano con intima partecipazione un testo denso di suggestioni, perfettamente adatto alla lettura, con la quale si potrebbero maggiormente gustare le tantissime sollecitazioni, ma godibile anche sulla scena, purchè la regia, in questo caso dello stesso Masella, riesca a supportarlo con piccoli accorgimenti fatti di chiaroscuri tecnici e interpretativi. E le sfumature, infatti, arrivano puntuali a contrappunto delle parole attraverso la mimica facciale esasperata e grottesca del Don Chisciotte agito da Masella, attraverso l’accondiscendente e furbo equilibrio del Sancho proposto da Pavone e con le suggerite luci di Silvia Avigo.

E’ proprio in questi chiaroscuri che termina e inizia quel gioco di specchi che corrisponde alla cifra voluta dall’autore: l’identità di uno è l’identità dell’altro, il sogno di uno è speculare dell’altro così come scampoli di pensieri e viluppi di parole scivolano dalla bocca di uno ma possono appartenere all’altro. L’attesa di questi strampalati personaggi sotto un albero (non a caso il melograno, simbolo di vita e di morte, comunione di stati e condizioni opposti) che forse c’è ma forse no, tenerissimi nelle loro paure e nei loro tentativi di arginare la debolezza con sofismi da spiantati, rimanda esplicitamente all’attesa beckettiana, ma qui Godot ha un volto preciso e implacabile, quello della morte in agguato, pronta a sorprenderci in un momento di abbandono, e la considerazione che possa giungere domani all’alba o tra molto tempo cambia parecchio le carte in tavola.

Se l’istinto dell’uomo è fare chiarezza e cercare la Verità, l’esperienza comune allontana da essa irrimediabilmente. Il bisogno di risposte alle domande esistenziali che da sempre appartengono all’uomo continuerà a rimanere insoddisfatto, ma il poterle fare ancora queste stesse domande accomuna l’uomo di ieri a quello di oggi e lo porge fratello di sventura e di avventura a quello di domani, un passaggio di testimone che è il fluire della vita tra generazioni, che è il senso senza senso della vita stessa. Quel disinganno scaturito dalla scontro tra illusioni e realtà, fulcro dell’opera di Cervantes, è ancora adesso il punto di partenza di tante psicosi contemporanee che trovano nella finzione e nella fede in essa un disperato meccanismo di difesa.

Il disinganno è probabilmente la norma – lo sanno bene il valoroso hidalgo investito cavaliere da un oste e il fido scudiero aspirante al governatorato di un’isola – e il lavoro quotidiano dell’uomo consiste allora nell’addomesticamento dei sogni, nel loro smontaggio e rimontaggio in forme più abbordabili. In fondo lo spettacolo nasce da un sogno e finisce con un’illusione ”Ditemi padrone, come andò che foste armato cavaliere?”. E il gioco riparte… al contrario!