Danilo AMIONE- La scelta del pedinamento (note sul cinema crepuscolare di Lucio D’ Amico)


Lo spettatore accorto



LA SCELTA DEL PEDINAMENTO

Note sul cinema crepuscolare di Lucio D’Amico

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Ci sono artisti che scelgono di esprimersi silenziosamente,  evitando di aderire a quel vociare assordante  che sembra averci definitivamente vinto. E’il caso di Lucio D’Amico, architetto ragusano prestatosi talentuosamente al cinema. I suoi corti (tra gli altri ricordiamo,“Due novembre”, lo splendido“Fuori dal tempo”, ”Viva Gesù”, ”Fil rouge”, “Sciacalli”, “Com’era bella mia madre”) si muovono dentro le ragioni dell’immagine colta nel suo stesso farsi. L’improvvisazione e la contingenza delle sue riprese nascono dall’esigenza di strutturare il visibile come esperienza di vita, manifestazione dell’esserci, sempre e comunque.

La scelta del pedinamento di zavattiniana memoria si fonde in D’Amico con la necessità di raccontare un mondo che ai suoi occhi appare sempre più rarefatto, fantasmatico, abitato da “rimasugli” di vita vissuta, ultime testimonianze di una memoria sempre meno condivisa e sempre più isolata. Barboni, mercatini rionali, anziani claudicanti, suonatori ambulanti, oggetti antichi e anacronistici, vecchi artigiani, vie anonime e piazze oramai deserte, gesti desueti, funerali di periferia, vetusti giardini e fontane abbandonate, altari da strada: sono queste le tracce di un passato irrecuperabile che il regista ibleo coglie al crepuscolo rimettendole al centro dell’attenzione. Attento, nel farlo, a non lasciare indizi dei suoi set casuali, universalizzando così ogni suo dire. I suoi film sono circolari, finiscono come iniziano, non hanno trame perché contengono la vita, tutta la vita.

E per questo non sono classificabili, né finzione , né documentazione, solo sguardi che colgono il film della vita regalandolo a chi lo vuol vedere. Il ritmo delle sue opere sembra fluire innocentemente, quasi a non voler disturbare chi le guarda. L’occhio dello spettatore è lasciato in una libertà di contemplazione non veicolata da alcun montaggio impositivo e disturbante. E la presenza pura ed evocativa della natura colta in tutte le sue forme, piogge, cieli tersi, campagne assolate, animali selvatici e domestici, conferma la vocazione di D’Amico al mostrare e non dimostrare di rosselliniana memoria.

A chi guarda i suoi film sembra quasi di galleggiare dentro una realtà desiderata ma inevitabilmente fuggevole, necessariamente ricercata  ma altrettanto consapevolmente lasciata andare al suo destino. Ogni dissolvenza sembra un saluto a un mondo che sta per andare via lasciandoci inevitabilmente soli.