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Agata MOTTA- Le ultime ore di Alessandro (“La tigre blu dell’Eufrate”. Regia di B. Mazzone, Palermo, Teatro LIbero)

 

 

Il mestiere del critico

LE ULTIME ORE DI ALESSANDRO


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“La tigre blu dell’Eufrate” di Laurent Gaudé. Regia di Beno Mazzone.  Con Luca Iervolino- Palermo, Teatro Libero

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Sarebbe impresa vana riuscire a distinguere tra realtà e mito nella biografia di Alessandro Magno. Gli stessi storici, anche i più seri, spesso si sono lasciati tentare dalla meraviglia di aneddoti e voci infondate invece di attenersi con scrupolo alla consultazione di fonti attendibili (valga da esempio l’avvincente ma ‘fanrtasioso’ film di Oliver Stone del 2004)

Ne scaturisce, alla fine, un ritratto controverso e ricchissimo nel quale il prodigioso conquistatore, il crudele e spietato condottiero, il giovane baciato dagli dei, il saggio pianificatore di un progetto modernissimo di integrazione si mescolano al fine di edificare comunque un colosso senza rivali della storia antica.

Laurent Gaudé, autore francese di successo internazionale, ripercorre ne La tigre blu dell’Eufrate – in prima nazionale al Teatro Libero per la severa regia di Beno Mazzone – le ultime ore di vita di Alessandro, immaginando il suo tormento e il mai sopito orgoglio per le proprie imprese.

Nella nudità scenografica, sei specchi rettangolari sul palcoscenico e Luca Iervolino – attore già apprezzato in precedenza che nella dimensione del monologo, affrontato senza sbavature e con una tensione mai calante, dimostra di aver raggiunto una piena maturità artistica – bastano ad addensare e vivificare un testo che presenta qualche insidia interpretativa, specie nelle lunghe sequenze dedicate alla rievocazione puramente storica.

Il regista ha saputo ridurre all’osso l’evento teatrale senza nulla togliere all’impatto scenico: gli specchi agiscono da sentiero battuto, da magnifiche stanze di sontuosi palazzi, da città ribelli e da città edificate, da deserti arsi dal sole, da autocoscienza, da bagliori riflettenti sul pubblico, da giochi luminosi sul nero del fondale; e inoltre ha trovato in Iervolino l’interprete giusto facendone risuonare le corde più sensibili.

Al di là delle singole imprese, elencate minuziosamente per le loro risonanze psicologiche ed emotive sul personaggio, a colpire maggiormente sono quella sete (reale se pensiamo all’attraversamento del deserto, metaforica se pensiamo all’ansia di conoscenza) di nuovo e di inesplorato, quella volontà di espansione mai appagata, quella voglia divorante di possesso che lo spingeranno ad inseguire il proprio sogno, qui rappresentato dalla favolosa tigre dal prezioso manto blu- sì che, in questa direzione, Gaudé ricalca le impronte dell’Ulisse dantesco

Ma proprio quando Alessandro cederà alle richieste dei soldati stremati, promettendo loro una morte in patria, comincerà a spegnersi interiormente, perché volterà le spalle al suo sogno, alla tigre che lo aveva segnato con la sua sacra impronta.

Solo nell’agonia, Alessandro respinge le amorevoli cure delle mogli e dei servi e chiede silenzio per far impallidire il Dio dei morti con il racconto delle sue imprese. E alla Morte chiederà infine di far scomparire il suo corpo, per non condannare all’asfissia eterna chi aveva respirato l’infinito.