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Agata MOTTA- Il ricamo divino ha un brutto rovescio (“Thanks for vasellina” di Gabriele Di Luca al Teatro Libero di Palermo)

 

 

Il mestiere del critico



IL RICAMO DIVINO HA UN BRUTTO ROVESCIO

Thanks for vaselina

“Thanks for vasellina” di Gabriele Di Luca al Teatro Libero di Palermo

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Due piccole lame di luce che si allungano nel buio: sono le zip degli armadi di plastica che costituiscono la serra casalinga di marijuana di due trentenni in cerca di svolte clamorose e soprattutto danarose. Normale che all’epoca dei bamboccioni a quell’età non si sappia ancora cosa fare da grandi, ma i protagonisti di Thanks for vaselina, testo tanto assurdo ed esagerato quanto calibratissimo e lubrificato dell’ottimo Gabriele Di Luca (Premio Siae alla Creatività 2013 come miglior autore teatrale), sembrano tutti con le idee molto chiare su alcuni pilastri della loro esistenza: fottere il prossimo prima di essere fottuti, magari usando la gentilezza della vaselina (in questo caso con e senza metafora), anestetizzarsi al proprio dolore incuranti di quello altrui, prendere atto delle disillusioni e tentare di sopravvivere.

Il Teatro Libero ospita, in unica tappa siciliana, uno degli spettacoli più belli e applauditi delle ultime stagioni in cui un mix mirabolante di perfetta drammaturgia, generosa e impeccabile recitazione e collettiva regia da equilibristi (lo stesso Di Luca con Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi) costruisce un quadro desolante ed esilarante di spaccati sociali marginali (ma non troppo) ed estremi che sulla scena respirano di paradossale realismo. Sullo sfondo un tentativo maldestro di inversione del narcotraffico offre uno spunto sagace sulla famigerata esportazione della democrazia che somiglia tanto a rodati processi di colonizzazione che lasciano al suolo vittime necessarie (a chi?) da sacrificare al progresso. Dentro la macrostoria le intime contraddizioni di famiglie allo sbando, di amicizie e amori sfiorati e poi mancati.

Lo spettacolo è tutto giocato su ossimori concettuali e stilistici ed è proprio da questi stridenti accostamenti che scaturisce la forza di una vicenda inenarrabile che, tra scarti improvvisi e brusche virate, fila via velocissima e intensa, disseminando qua e là soste di riflessione sulle avvolgenti musiche originali di Massimiliano Setti o su brevi fermi immagine in cui inserire magari un delizioso concerto prodotto dalla percussione dei cucchiaini  sulle tazze da caffè.

I personaggi si incontrano per ferirsi a sangue verbalmente, per sradicare luoghi comuni ed improbabili quanto inutili eufemismi lessicali, per sfidare, misurare e saggiare la capacità di sopportare ed incassare di chi è avvezzo ai pugni in faccia sferrati dalla sorte o dalla propria inettitudine. Il loro dialogare è serrato, privo di qualsiasi pietoso filtro, a volte durissimo e spietato altre sottilmente malinconico e venato di nostalgie per altri mondi possibili in cui l’Amore, quello senza distinzioni di sesso, età, condizionamenti possa salvare dall’autodistruzione verso cui sembrano tutti avviarsi più o meno consapevolmente.

Dentro ci troviamo tutti i vizi e le distorsioni contemporanee, tutti i falsi miti e le illusorie panacee, dai corsi di psicologia spicciola alle filosofie culinarie e animaliste, mentre uno sguardo costante è rivolto al Cielo, al rovescio del ricamo divino, con tutta la rabbia di chi condanna le storture di una spiritualità strumentalizzata o i rischi di religioni falsamente consolatorie. Pedro Almodovar, Woody Allen sono evidenti mentori dell’autore, che sa anche guardare oltre e imporre uno stile già collaudato e maturo in molti stati europei, ma ancora giovane e imperfetto qui in Italia.

Gabriele Di Luca, nei ruoli del cinico disilluso Fil e Beatrice Schiros, in quello della madre vittima del gioco e devastata dall’abbandono del marito, dimostra  che i cattivi non sono poi così cattivi, mentre Massimiliano Setti, idealista schierato in difesa di deboli e oppressi, Francesca Turrini, cicciona orfana di madre, fratello e amore, e Ciro Masella, transessuale padre di Fil, folgorato sulla via di Damasco da una setta pseudoreligiosa, rivelano che le anime candide o presunte tali non sono sempre buone.

Sulla scena le carte si mescolano in continuazione, tutto puzza di falso buonismo e di vittimismo a buon mercato, tutti sono in grado di scagliare la prima pietra perché tutti pensano di essere senza peccato. E peccato che alla fine, come sempre, i furbetti trionfano, ma dalla compassione può sempre nascere un fiore, o, in qualche caso, una vita nuova.