Script & Books

Agata MOTTA- Verità e varietà del dialetto (“Decamerone” secondo Baliani. Teatro Biondo di Palermo)

 

 

Il mestiere del critico

 


VERITA’ E VERITA’ DEL DIALETTO

Decamerone   vizi, virtù passioni

Teatro Biondo di Palermo

Il Stampa

Lo spettacolo è un libero adattamento del noto poema di Boccaccio, con la direzione d

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Teatro Biondo di Palermo

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Lo spettacolo è un libero adattamento del noto poema di Boccaccio, con la direzione d

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Nel “Decamerone” secondo Marco Baliani, di scena al Teatro Biondo di Palermo

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L’incipit dello spettacolo Decamerone. Vizi, virtù, passioni – riadattato per le scene dal regista Marco Baliani sull’agile drammaturgia di Maria Maglietta e ora in scena al Biondo di Palermo– è già una dichiarazione d’intenti. Stefano Accorsi, vera anima dello spettacolo, attraverso pochi minuti di ampollosa lettura da leggio, dimostra quanto sia poco agevole raccontare il capolavoro di Boccaccio mantenendone intatto il fiorentino trecentesco, ormai troppo lontano alla comune comprensione, e spiega in tal modo il paziente lavoro effettuato proprio sulla lingua “acconciata ad un più terrestre favellare” attraverso un alleggerimento dell’ipotassi, il mantenimento di certo lessico irriverente o desueto atto a suscitare il riso e l’incalzare ritmato dei dialoghi. Segue, quindi, il parallelo tra la peste medioevale, ributtante e lesiva per il corpo, e quella contemporanea, tutta morale ed impudica ma non per questo meno spregevole.

In questo continuo gioco di rimandi è racchiusa, dunque, la chiave di lettura dell’intero spettacolo che, con estrema leggerezza ma senza banalità, entra nello spirito interregionale dell’opera, tanto da adoperare per alcune novelle i dialetti di riferimento delle città-scenario del racconto, con un’operazione in parte simile a quella pasoliniana. della scelta dialettale nell’omonimo film pasoliniano. Solo che nell’omonimo film di Pasolini il napoletano serviva a mantenere un’omogeneità di fondo per gli ambienti per lo più popolari rappresentati, qui invece la varietà dialettale è più che altro un divertimento, specie quando si scivola nel folcloristico siciliano e nel domestico bolognese.

L’omaggio a Pasolini è presente anche nell’inserimento di due novelle presenti nel film– Masetto da Lamporecchio e Lisabetta da Messina – tra le sette scelte da Baliani, tra le quali si avverte sempre il filo continuo di un ottimismo scoperto e senza tentennamenti, di una gioia di vivere che apparteneva già ai personaggi di Boccaccio, vissuti tra pieghe di un trapasso epocale segnato dall’avvento della borghesia e dei suoi nuovi valori e dalla nostalgia per il mondo cortese ad esso sopravvissuto, e che dovrebbe appartenere, è questo il messaggio più forte, anche a noi.

In fondo finché si narra si è vivi, finché si sogna si è in grado di costruire un futuro, senza ricorrere a metaforici unguenti che coprano i miasmi della nostra civiltà corrotta e senza rivolgersi a piume miracolose atte a suscitare un riso artificiale, perché a guardarsi intorno ci sarebbe ben poco da stare allegri.

Baliani si porge come regista fine e attento, si ferma ad ascoltare il testo con rispetto, la propria visione traspare con grazia a dimostrazione che è possibile – finalmente – costruire regie valide senza stravolgere l’opera in questione all’insegna di un’osannata- e spesso fraintesa – originalità. Mastro Panfilo, guida e accorto chiosatore delle vicende, è uno Stefano Accorsi che brilla di luce propria, versatile al cinema come in teatro, pronto ad indossare molte pelli senza provare alcun disagio, perfettamente consapevole della responsabilità racchiusa nel porgere un grande autore del passato al numeroso pubblico del presente. Con lui una gradevolissima e scalcinata compagnia di attori, un po’ simpatici mascalzoni un po’ tipizzati e ammiccanti come maschere da Commedia dell’Arte, tutti, comunque adeguati ai loro ruoli da Salvatore Arena a Silvia Briozzo, da Fonte Fantasia a Mariano Nieddu e Naike Silipo.

Il colorato aggancio scenografico del carro-furgone di Carlo Sala, sebbene già sfruttato, si rivela perfettamente funzionale – grazie anche all’accorto disegno luci di Luca Barbati – ai cambi di ambienti, situazioni, umori, atmosfere che rimandano alla necessaria capacità di adattamento che oggi, come allora, deve accompagnare pensieri e azioni. Il riferimento alla nomade libertà dei figli dei fiori, legato al mezzo scenografico, forse trascura un elemento essenziale: quei furgoni erano il luogo utopico delle rotture drastiche e dei rifiuti categorici, mentre su questo palcoscenico si impone una linea di ricomposizione, che pur utilizzando la denuncia come arma, non ne fa un fine ma un mezzo dialettico aperto all’ottimismo della ragione e soprattutto del cuore. Lo sberleffo e l’ironia restano ideali compagni di strada se si vuol sorridere al futuro.

(nella foto in alto, Stefano Accorsi)