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Agata MOTTA- L’intervista. Stefano Accorsi, “Boccaccio, io credo…” (al Teatro Biondo di Palermo con “Decamerone”)

 

L’intervista

 

 

STEFANO ACCORSI “BOCCACCIO, IO CREDO….”

Stefano Accorsi

Di scena al Teatro Biondo di Palermo con “Decamerone…”, regia di Marco Baliani

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E se la peste tornasse ancora ad infettare i nostri giorni? Non quella dei bubboni e dei grandi fuochi purificatori, ma quella della corruzione e dell’impudenza, delle mafie e del malaffare?

Per Marco Baliani e la sua compagnia, in scena da domani fino al 29 gennaio al teatro Biondo con Decamerone. Vizi, virtù, passioni, liberamente tratto dal capolavoro di Boccaccio, non si tratta di un’ipotesi peregrina, il processo è già in atto, tutti ne siamo protagonisti e testimoni e non possiamo non condividere il suo sentire. La peste contemporanea consiste nella perdita progressiva del sentire civile, ma, dal riconoscimento di fragilità e debolezze individuali, può avviarsi un processo di indignazione e di rinnovamento.

Dopo l’Orlando Furioso di Ariosto, siamo già al secondo capitolo del Progetto Grandi italiani di Marco Baliani, Stefano Accorsi e Marco Balsamo, che prevede in chiusura Il principe di Machiavelli: tre italiani di genio che non hanno ancora smesso di parlare al cuore e all’intelletto, tre classici della letteratura per tre momenti di approfondimento e di scavo in un patrimonio linguistico e tematico senza limiti di spazio e di tempo.

Stefano Accorsi sarà Panfilo, mastro di brigata, e metterà in scena con i suoi compagni di viaggio – Salvatore Arena, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia, Mariano Niuddu e Naike Anna Silipo – l’universo di Boccaccio attraverso un carro-furgone che permetterà le variazioni necessarie allo spettacolo, scritto da Maria Maglietta e adattato per le scene dallo stesso Baliani.

Reduce dalla sua prima esperienza registica con il cortometraggio Io non ti conosco, Premio Nastro d’Argento 2014 come miglior esordio alla regia, e impegnato a ritmi serrati sul piccolo e grande schermo (su Sky con la serie di cui è ideatore e interprete 1992 su Tangentopoli e al cinema con Italian Race di Matteo Rovere), Accorsi percorre le pagine del grande fiorentino con tangibile entusiasmo. Ne parliamo in una rapida intervista telefonica.

Il buon Boccaccio dove porterebbe oggi l’onesta brigata di giovani per   scampare al pericolo della peste?

Dove li porterebbe? Non lo so. Noi abbiamo pensato di portarli in un teatro. La cosa bellissima è che Boccaccio scrive queste cento novelle come se questi ragazzi se le raccontassero ed è uno stratagemma bellissimo. Noi invece siamo in sei come una compagnia scalcinata di attori e portiamo questi giovani a teatro con sette delle cento novelle.

Il criterio di scelta?

C’è stato un grande lavoro di drammaturgia da parte di Marco Balani e Maria Maglietta; hanno scelto inizialmente una decina di novelle e poi le abbiamo ridotte a sette che contengono una bella varietà di toni e di registri. Le abbiamo scelte anche affinchè creassero un parallelo con il nostro presente, senza snaturare Boccaccio. Esse parlano dell’essere umano e della società. Due sono una chiara citazione del Decameron di Pasolini, le abbiamo teatralizzate e questo vuol essere anche un omaggio.

L’isolamento può essere una scelta vincente quando fuori imperversa il malcostume?

Diciamo che quello è un isolamento temporaneo, non è così nel nostro caso. No, non credo che l’isolamento sia una buona soluzione, anzi credo che si debba lottare e reagire, che non vuol dire passare il tempo a criticare, perché il veleno entrerebbe in noi. Io credo che se c’è qualcosa che non va sia importante dirlo e denunciarlo, ma anche contrastarlo e proporre un’alternativa. Oggi c’è una peste morale e noi siamo qui a far rimontare la speranza anche con leggerezza. Non è pura evasione e non è neanche una critica alla nostra società, abbiamo preso in prestito lo spirito del Boccaccio. Ci si emoziona anche in questo spettacolo, volevamo proporre qualcosa che desse forza e speranza.

Raccontare storie per trascorrere il tempo e per salvare anima e corpo; la letteratura può ancora avere lo stesso valore salvifico?

Sì, certo, sempre. Io sono profondamente convinto del valore terapeutico per il corpo e per lo spirito della cultura in generale. Non dico che sia la soluzione ma può innescare una scintilla che può servire come ispirazione per la nostra vita. Per me il teatro e il cinema sono stati questo: una cosa che mi ha profondamente ispirato.

Panfilo, maestro di brigata, è il suo personaggio. Le somiglia?

In parte sì, considerando anche che è un bellissimo personaggio di fantasia. La cosa bellissima di lavorare con Marco Baliani è che è un regista che non ha paura del confronto. Ha creato un gruppo di lavoro – tutti noi abbiamo già lavorato con lui – di attori che propongono, che sono creativi, che non si limitano a fare solo quello che c’è scritto sul copione. Ecco, magari certe intuizioni, non del tutto ma in parte, sono anche mie. Baliani ci stimolava sempre a proporre delle cose. Questo rilanciare la speranza è importante per me, mi riconosco molto in questo, non perché voglia essere ottimista a tutti i costi. Nei momenti difficili bisogna prendere atto di ciò che abbiamo intorno, ma bisogna trovare soluzioni per creare un’alternativa, lo dobbiamo alla nostra vita.

L’ascesa cinematografica di Stefano Accorsi, dopo l’esordio con Pupi Avati, è stata rapida, travolgente e segnata dalla collaborazione con i più grandi nomi della regia italiana – da Daniele Luchetti a Mario Monicelli, da Nanni Moretti a Carlo Mazzacurati – ma l’attore, molto presente anche sulle scene francesi, torna volentieri al teatro perché in fondo esso resta, per qualsiasi attore, il vero banco di prova, il momento in cui le emozioni fluiscono direttamente e senza intermediazioni verso il pubblico.

Lo spettacolo è prodotto da Nuovo Teatro in collaborazione con Fondazione Teatro La Pergola; le scene e i costumi sono di Carlo Sala, le luci di Luca Barbati.