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Angelo PIZZUTO- La memoria. Eduardo, il ‘meno’ napoletano, tra i grandi napoletani del ‘900

 

La memoria*

 

QUEL CHE SAPEVA EDUARDO

Eduardo De Filippo

A trent’anni dalla scomparsa-Il ‘meno’ napoletano tra i ‘grandi napoletani’ del ‘900

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Eduardo, personaggio (autore di se stesso) dell’anno trascorso?Patrimonio condiviso (eponimo di se stesso),    senza necessità di cognome  al pari di   Leonardo, Raffaello, Michelangelo? Pare proprio di si. Mentre su Rai5, e per tutta la prima parte del 2015, si attingerà con scrupolo filologico a tutto il suo  repertorio  disponibile nelle teche pubbliche e private – e per tanti teatri italiani se ne rintracciano messinscene rielaborate e di qualche pregio,     da “Uomo e galantuomo” secondo Gianfelice Imparato a “Dolore sotto chiave” nell’adattamento di Tony Laudadio, dal “Sogno di una notte di mezza sbornia” che Luca De Filippo riprende in tournée europea   ai due eccentrici “Cupiello” che Latella e Russo Alesi sfidano in ambito lessico-strutturale –    il trentennale della sua scomparsa sarebbe solo commemorazione se non servisse  a riscoprire le tracce ed  ‘senso  complessivo’ della sua eredità drammaturgico-autoriale.

Senza comunque tralasciare l’attitudine, tipicamente italica, di dar l’assalto, oltre al ‘carro del vincitore, anche a quello del ‘caro estinto’ -liddove è possibile trainarlo da una parte all’altra delle ‘strumentalità’ prefisse e premeditate, che nel rattrappito, bastonato  ambito delle ricorrenze   benemerite, significano, piaccia o no, qualche prebenda da spartire, qualche boccone da elargire fra ‘il ricco Epulione’ e i ‘clientes’ digiunanti.   D’accordo: Eduardo sorriderebbe amaramente evocando “A che servono questi quattrini?”, e rispondendosi da solo “A nulla…specie se non li hai”.

Facezie a parte, se  assumiamo le ‘capacità profetiche’ tra i (più attendibili) metri di valutazione della ‘classicità’  di un autore, ovvero della sue doti intuitive preposte al compito di ‘rabdomante’ dei tempi  a venire (in genere, peggiori del presente storico), non v’è dubbio che le intuizioni ‘brontolate e  rassegnate’ dell’arte di Eduardo rasentano la perfezione del filosofo ‘confuso e mimetizzato tra la gente’ (come nel caso del suo conterraneo Giambattista Vico)- a fronte di captate ‘verità’ che tendono a sedimentarsi quali nozioni e cognizioni del comune sentire.

E dunque,  in quali occasioni, in quali ambiti si esternano  le virtù profetiche, premonitorie  di Eduardo, la sua ‘ipersensibilità’ di uomo e artista rammaricato, ma disilluso? In almeno tre casi e relative implicazioni di sorgiva antropologia culturale

Presagio del globalismo in economia. In pochi ricordano (mi pare) una delle battute- chiave pronunciata da Eduardo in “Napoli milionaria”, e poi ripresa in altre situazioni sceniche con significati analoghi.      “ E’ renari (i denari)  si chiamano l’un l’altro, da un continente all’altro” E si ritrovano in località sconosciute per accoppiarsi e moltiplicarsi all’insaputa di ‘noi poveracci’ che ci accapigliamo per un tozzo di pane, “fratello contro fratello, moglie contro marito, figli contro padri”.   Anche se, in vero, (“Il Sindaco di rione Sanità) questi benedetti figli “prima li fai e poi te li devi comprare”.      Autosmentendosi, ma solo in apparenza (cioè opponendo la ferina sensibilità femminile a quella più pragmatica dell’homo-faber) in “Filumena Marturano” con la proverbiale asseverazione che “i figli so’ figli” e basta- ed  il ricco borghese  Domenico Soriano  inchiodato alla sua impotenza di genitore ignaro.

Presagio della solidarietà inesistente. Ovvero tutto l’ésprit  desolato e pessimista che permea  un capolavoro come “Le voci di dentro” (ve ne raccomandiamo la recente edizione con Toni Servillo, reperibile anche in dvd), marchiato da una ‘guerra tra poveri’ che spinge a diffidare, ad accusarsi vicendevolmente (sino all’ipotesi di un crimine tanto assurdo quanto ridicolo) gli allampanati, famelici abitanti di un condominio (disastrato) della Napoli del dopoguerra.

Presagio del falso benessere e dell’uomo ‘smarrito’. Che coincide con il trascorrere (fine anni cinquanta)   dagli ‘anni difficili’ a quella dello strombazzato, ingannevole, mistificato  boom economico (cui solo le classi impiegatizie ebbero realmente accesso).        Pasquale Lojacono, afflitto ed ingenuo protagonista di “Questi fantasmi” sa di essere un escluso, un penultimo sul crinale della retrocessone definitiva. Ma è un uomo innamorato – e di quell’amore che ti rende credulone, vulnerabile, esposto alla pubblica compassione.          Consapevole che “senza renari” sei un nonnulla mescolato ad un bel niente – ma soprattutto intimorito dal  non poter garantire alla bella, ambiziosa moglie quel tenore di vita che “ella si merita”- convincerà se stesso che l’improvviso ben di Dio  piovutogli in casa  sia un dono degli ‘spiriti benigni’ (pullulanti  la lugubre magione  ottenuta in comodato d’uso) e non l’elargizione per ‘corruttela’ del  facoltoso amante della signora, che s’insinua in camera matrimoniale, tremebondo e passionale (con una disgraziata famiglia alle calcagna), con il silenzio-assenso del medesimo Lojacono (cui il guardaportone del tetro palazzo… poveri contro poveri….riserva il più sopraffino scherno e disprezzo).

Ad appendice di “Questi fantasmi” è consigliabile la riproposizione di “Sabato, domenica e  lunedi” (scritta e rappresentata ad inizio degli anni sessanta) e de “Gli esami non finiscono mai” (ultima pèce ‘tradizionale’ del repertorio edoardiano, datata 1973) a dimostrazione di quanto, per Eduardo, fosse doloroso, tangibile, ineludibile ‘l’equivoco’ del vivere per convenzioni diffuse: tanto in coppia quanto in famiglia, a riprova della famigerata misantropia che (vera o falsa che fosse) accompagnò il suo umano tragitto (“Gelo e rigore … gelo  e rigore …ho  vissuto di questo, ed è questo che mi sono imposto per potere lavorare ”- confessava in pubblico poco prima della morte) e che, in generale, sembra collocare la sua figura in una sorta di ‘eterno presente’ tribolato sia nelle peripezie materiali, sia dai turbamenti di un’anima ‘sempre  in pena’ .   Un Eduardo che, se si esclude l’apprendistato del Teatro Umoristico de I De Filippo” (con Titina e Peppino) si stenta ad immaginare bambinello e  Peppeniello nella rappresentazione di “Miserie e nobiltà” del 1904 accanto a Scarpetta, suo padre naturale;   o giovane autore esordiente in “Farmacia di turno”, cui fecero seguito (con determinazione e fatica) “Ho fatto un guaio?Riparerò”, “Ditegli sempre di si”e la rivista “Pulcinella, principe di un sogno” (scritta con Mario Mancini).

In ogni caso,  la maschera dell’interprete (sempre smunta e segaligna) e la sua prossemica (macilenta ed esiotante)  lo rendono  precocemente ‘anziano’, ponderato, ‘raisonneur’ di un ‘assurdo’ ante litteram: come se lo steso Eduardo (almeno scenicamente) si fosse privato o non fosse incline ad  intemperanze, esuberanze,  grandi ‘battaglie’ tipiche della giovinezza. E che i suoi rapporti (svezzamento esistenziale e culturale) con Bracco, Di Giacomo, Viviani lo avessero come preservato da ogni cedimento al tardo romanticismo e ai fasti irredentisti dell’epoca in cui gli tocco vivere (nato, appunto, a inizio ‘900 e vissuto, tra mille asperità di arte di vita, sino al 1984). Probabilmente, caratterialmente  il ‘meno napoletano’ (laconico e schivo, rispetto agli  stereotipi  umorali della sua terra) tra i ‘grandi napoletani’ della sua generazione e di tutto  il secolo scorso. Sempre  ‘uguale a se stesso’ ( mai però ingabbiato) sia nei ruoli del reduce Gennaro (con famiglia traviata dalla borsa nera) sia in quelli della tarda maturità, dal Don Ersilio Miccio  ‘professore di pernacchia e violino’ in “L’oro di Napoli” al  padre senza moglie dello ‘sbandato’ Alberto Sordi in “Tutti a casa”. Peculiarità, queste ultime, che meriterebbero un approfondimento a parte, considerando in tanti  la drammaturgia post bellica di De Filippo ‘compagna di strada’, sponda teatrale (unitamente alla ristretta, dimenticata produzione di Leopoldo Trieste) della stagione neorealista del cinema italiano .

Cui Eduardo aderì su commissione, traducendo per  lo schermo, senza infamia né lode,  alcune sue commedie degli anni quaranta (fu suo merito, però,  avere offerto a Renato Rascel il sulfureo ruolo di Lojacono in “Questi fantasmi”, versione gabbia di matti in stile Bragaglia) , e poi  formulando due  chicche  (di  esplicito gusto zavattiniano e  fellliniano) quali  “Napoletani e Milano del 1953, affiancato da Anna Maria Ferrero e Vittorio Sanipoli,   e  “Fortunella” del 1957, protagonista Giulietta Masina, con Franca Marzi,  Alberto Sordi e Carlo Dapporto.

Di ritorno a teatro, Eduardo si afferma infine quale  ‘scudiero’ premuroso ma eterodosso di un Pirandello (funambolo di un intelletto colto,capzioso, inflattivo )che egli  acciuffa dagli ‘astratti furori’ di troppi  sofismi  a rischio di farsi ‘maniera’ (le sue interpretazioni de “La patente” e “Il piacere dell’onestà” sono ancora da manuale),  cui egli applica il metodo delle “Bugie con le gambe lunghe”, dirottando i filosofemi, gli equivoci esiziali ed umanitari dell’Agrigentino in una piccola, crepitante epopea di creature marginali sia nella povertà materiale, sia nella spocchia dei gradassi. L’equivoco, la malafede,l’afa e il ‘malinteso del vivere’ (poi   teorizzato da Camus), rivisitati dall’indagine eduardiana impongono  uno spirito d’osservazione colmo di pause e minimalismi, alludenti  ad una atavica, ontologica sofferenza della ‘condizione umana’ soverchiata dalle convenzioni farisaiche e dalla forzata relegazione dei ‘giusti’ alla categoria dei ‘vinti’.    Senza  la consolazione di fasulle, mistificanti  speranze- da malafede in ‘fondo tunnel’, chi all’arrembaggio del tirare a campare, chi ad arrancare senza  mai riuscirci. (*Articolo21.org)