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Agata MOTTA- La ‘grande guerra’ di Moni Ovadia (di scena al Teatro Biondo, Palermo)


Il mestiere del critico


 

LA ‘GRANDE GUERRA’ DI MONI OVADIA

Palermo, al Biondo Moni Ovadia in “Doppio fronte”

Nello spettacolo “Doppio fronte” scritto con Lucilla Galeazzi di scena al Teatro Biondo di Palermo

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Doppio fronte di Lucilla Galeazzi e Moni Ovadia si muove sull’ambigua coesistenza degli opposti che caratterizzò la Grande Guerra: nazionalismo e internazionalismo, uomini e donne, paura ed eroismo, per quanto quest’ultimo fu spesso frutto di una costrizione più che di una scelta. Il lavoro, rappresentato al Biondo – che ne è anche produttore con la collaborazione di Promo Music e Ravenna Festival 2014 – è un oratorio che assume le vivaci tinte di una lezione di storia alla quale si può partecipare senza un bagaglio di conoscenze, per apprendere, o con precise cognizioni per ottenere conferme; ma, comunque vi si approdi, il risultato è identico.

La riflessione sulla prima vera esperienza di sterminio di massa, con le sue impressionanti cifre snocciolate in sequele interminabili, non può non produrre il malessere per la consapevolezza che non si trattò di un’esperienza unica e in sè conclusa, di un monito ascoltato, di un fallimento mai più riprodotto, ma di un seme di follia che continua a germogliare imperterrito perché amorevolmente coltivato da una volontà imperialista ancora viva, che può cambiar nome ma non sostanza, dagli interessi economici di pochi da far valere sulla pelle di masse inermi.

Tutte le tappe della guerra, non solo dal punto di vista italiano ma di tutte le nazioni coinvolte, sono puntualmente ripercorse, attraverso brani, canzoni e immagini video, realizzate quest’ultime da Elisa Savi e Andrea Bocca, che vestono il fondale e parte delle quinte in una commistione tanto suggestiva quanto semanticamente e figurativamente efficace. Dagli spumeggianti proclami futuristi al celeberrimo articolo Amiamo la guerra, pubblicato su Lacerba nell’ottobre del ’14 da un fanatico Papini colto da malthusiani ardori, dalle testimonianze di letterati interventisti, quali Emilio Lussu e Ungaretti – riproposto poi in un video con amare riflessioni su quell’esperienza giovanile –  alle lettere dal fronte dei tanti giovani mandati al macello che benedissero il tempo della scrittura come l’unico momento di quiete dello spirito, dalle poesie pacifiste di Trilussa, come la splendida Fra cent’anni, allo sgomento di quanti non colsero l’utilità di tante giovani morti.

La parte musicale, magistralmente eseguita dagli stessi autori-interpreti, dai Maestri Paolo Rocca al clarinetto, Massimo Marcer alla tromba, Albert Florian Mihai alla  fisarmonica, Luca Garlaschelli al contrabbasso, e dal giovanissimo Coro del Conservatorio di Musica Vincenzo Bellini di Palermo, non si sovrappone a quella prettamente testuale, ma vi si fonde in maniera spontanea e immediata, ne scaturisce quasi come un contrappunto, un’eco dirompente, un ricordo sonoro, un frammento che tocca le corde dell’anima meglio e più delle parole. Sono canzoni di repertorio note e meno,  tra cui The geen field of France, Gorizia, ‘O surdatu ‘nnammuratu, Ninna nanna della guerra, sono canzoni in lingua originale (la traduzione scorre talvolta con sopratitoli) perché le vittime di una guerra non hanno bandiere, sono vittime di un dolore universale che tocca gli uomini e le donne di ogni nazione.

Sì, le donne, perché esse furono protagoniste per la prima volta sulla scena internazionale, come madri, mogli, sorelle dei soldati, come lavoratrici, che trovarono un’emancipazione lavorativa intrisa di disperazione mantenendo però la soggezione sul piano sociale e familiare, quelle tante donne che, come racconta Matilde Serao nel diario di guerra Parla una donna, alla fine del conflitto rientrarono nell’ombra confondendosi nella folla. Quelle donne che mescolarono la loro angoscia a quelle dei giovani feriti in qualità di crocerossine, quelle che si appellarono alle forze politiche affinché il mondo non annegasse nel sangue, come le suffragette americane, quelle artiste che immortalarono lo strazio dei genitori in opere straordinarie, come la tedesca Kathe Kollwitz che impresse nel memoriale scultoreo Genitori in lutto tutta la propria disperazione per la perdita del figlio Peter.

E poi c’è l’indagine sociale e psicologica dell’evento, l’emergenza psichiatrica, nei tantissimi soldati colti da psicosi maniaco-depressiva o da dipendenza alcolica, e quella medica per gli sfregiati, orrendamente sfigurati dagli scoppi di granate, e i mutilati che, nell’ironia di un canto d’epoca, non poterono più gioiosamente correre all’audace appello del combattimento.

E ancora la trasformazione di una guerra lampo in guerra di trincea, il disumano agire di ufficiali come Cadorna dediti ad un’improponibile quanto sterile disciplina, la disfatta di Caporetto, la rivoluzione bolscevica, gli ebrei che si prepararono a servire quei paesi che poi li avrebbero ridotti in cenere, i neri americani che calarono nel jazz l’incomprensione per una guerra fisicamente e psicologicamente tanto lontana. Inutile dire che tutto questo può raggiungere un risultato altissimo grazie alla fibra interpretativa di Lucilla Galeazzi, al carisma scenico di Moni Ovadia e, non ultima, alla bella prestazione non soltanto musicale ma anche fisica dei ragazzi del Coro, che diventano figure viventi di ciò che si narra, facendosi massa anonima o individui dolenti.

Se è vero che l’oratorio proposto è dedicato alla Grande Guerra è anche plausibile pensare che possa essere valido per tutte quelle insensate follie che abitano ancora il pianeta, perché non si tratta soltanto di ricordare ma di condannare, allora come adesso. Lo spettacolo resterà in scena a Palermo  fino al 23 novembre