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Agata MOTTA- L’intervista. Moni Ovadia: “Un doppio fronte contro ogni guerra”

 

 

L’ intervista

 

 

MONI OVADIA, “ UN DOPPIO FRONTE CONTRO OGNI GUERRA”

L’attore, scrittore, performer è ospite in questi giorni del Teatro Biondo di Palermo

 

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Si impara sempre qualcosa dalle letture e dalle discussioni, ma da una conversazione con personalità dello spessore di Moni Ovadia si ha la certezza di uscire migliori, almeno sotto il profllo dell’ampliamento dei propri orizzonti culturali e della propria capacità di discernimento nel mare magnum dell’informazione. Moni Ovadia non è soltanto quell’uomo di teatro poliedrico che tutti conoscono, quel narratore instancabile che non lesina l’impegno civile, quel cantante attento alle tradizioni e alle culture locali, ma anche un uomo affabile, gentile e generoso. Lo troveremo da domani al teatro Biondo di Palermo con lo spettacolo Doppio fronte – oratorio per la grande guerra – scritto e interpretato con Lucilla Galeazzi e prodotto dallo stesso Biondo in collaborazione con Promo Music e Ravenna Festival 2014.

Ovadia spiega che la collaborazione con Lucilla Galeazzi è nata in tempi recenti, grazie al ponte creato dal clarinettista del gruppo, il Maestro Paolo Rocca, e spera che continui nel tempo. L’aveva già conosciuta ed apprezzata quando cantava con Giovanna Marini e la considera una vera divina, un’interprete assoluta nel repertorio della tradizione popolare che possiede una qualità di voce assolutamente mirabile. “Non lo dico per piaggeria” aggiunge simpaticamente Ovadia – ma, quando mi è stato proposto di lavorare con lei, ho accettato subito, così la sento cantare, e poi è adorabile come persona e ci troviamo molto bene insieme”.

Lo spettacolo, che accoglie in scena anche i musicisti Luca Garlaschelli, Massimo Marcer, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca e il coro del Conservatorio Bellini di Palermo, è un oratorio antimilitarista sulla guerra che ha inaugurato l’orrore del secolo breve, e racconta, attraverso testi e canzoni, il dolore di un evento sconvolgente, voluto da una minoranza rumorosa, che attraversò il territorio italiano seminando morte e distruzione.

Cosa ha imparato l’uomo contemporaneo dalla devastazione delle grandi guerre del secolo scorso?

Lamentevolmente non moltissimo, nel senso che esiste una coscienza maggiore, più diffusa del valore altissimo della pace, però quelle che si chiamano guerre umanitarie non mi sembra che mostrino un apprendimento. Il Pontefice, Francesco, ha detto che siamo già nella terza guerra mondiale, solo che si tratta di guerre diffuse, non di una sola. Ai confini dell’Europa, nella questione con l’Ucraina, l’Occidente si comporta in modo dissennato, cioè – Putin lo conosciamo bene, è quello che è, è un autocrate – ma questa pretesa arrogante dell’Occidente di essere sempre la verità e la ragione è assolutamente falsa e in questo caso dissennata. Non lo dico solo io, ma anche Henry Kissinger – un vecchio reazionario che sulle cose fondamentali la pensa in modo diverso da me – è uno dei critici più duri dell’attuale politica occidentale e ha scritto che Putin non si deve comportare con quella logica da guerra fredda, ma che l’Occidente sta sbagliando il proprio atteggiamento. E’ una vicenda molto delicata, ci vorrebbe una profonda saggezza nell’affrontarla, molta calma e ponderazione. Lo dico serenamente, perché nella Russia di Putin io starei già in galera, se non altro perché sosterrei la causa degli omosessuali e di tutte le minoranze, perché fa parte della mia storia, però bisogna capire cos’è quella terra, cos’è quella regione, quali sono la sua cultura e la sua storia, lo scopo finale invece è mettere la Nato in bocca ai russi. Ora va bene tutto, ma non ci si può aspettare che Putin reagisca come un boy scout. Molti politologi americani sono in aperto dissenso con quello che stanno facendo la Casa Bianca e gli europei, bisogna capire che quello è uno scacchiere delicato. Lei sa che la metà degli ucraini parla come prima lingua il russo? E che la Russia originale, quella su cui si è edificata la grande Russia, è nata dal Principato di Kiev? Kissinger dice che l’Ucraina non potrà mai essere una terra straniera per i russi. Ci vorrebbe molta, molta saggezza, da grandi statisti, non da questa mediocrissima classe politica che ha la sua punta di diamante della mediocrità in Italia, perché noi siamo specialisti, abbiamo record, ma in generale è una classe politica molto mediocre.

Lei si è espresso in maniera molto dura nei confronti delle missioni umanitarie. Può spiegarci il suo punto di vista?

E’ molto semplice. Gli Stati Uniti d’America hanno avuto le twin towers, hanno avuto 2.900 morti, e hanno scatenato due guerre sulla base di un’assoluta menzogna, cioè le armi di distruzione di massa, informazione ricavata oltretutto da una tesi di laurea. L’ex segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell ha mostrando al mondo intero una boccetta vuota dicendo che c’era l’antrace, non c’erano armi di distruzione di massa, e cosa hanno fatto? Hanno scatenato una guerra il cui risultato è stato la morte di decine e decine di migliaia di vittime innocenti. Come si chiama questo? In Afghanistan il terrorismo si è rinforzato. Non c’era l’Isis, l’hanno creato loro, mi intenda, non l’hanno creato direttamente, ma si immagini di essere un giovane musulmano dall’anima bollente, si immagini di vivere in 20 in una stanza, si immagini di vedere che arrivano i bombardamenti… cosa penserebbe dell’Occidente? Poi è chiaro che quelli dell’Isis sono una banda di fanatici criminali, però noi vediamo sempre un aspetto, guardiamo dalla nostra parte. La saggezza vorrebbe molta cautela, attenzione alle culture… invece, arriva lo sceriffo. Pensa che ci sia qualche militare americano che sappia parlare l’arabo? Si ignora la cultura locale. I grandi specialisti del Pentagono hanno creato una catastrofe. Il dottor Gino Strada e l’ONU hanno detto che il 95% delle vittime delle guerre odierne sono civili innocenti. Allora posso dire che scatenare una guerra sapendo questo vuol dire essere dei criminali. Non è un giudizio morale ma puramente tecnico. Sono considerato un insopportabile estremista radicale, ma io mi sforzo solo di avere la voce del buon senso, il buon senso rivoluzionario. E’ servito a qualcosa andare a fare queste pseudoguerre umanitarie? Chi si è arricchito?

La sua opinione sulla politica di austerità europea.

E’ una devastazione. Io considero Barak Obama un pessimo Presidente, prima di tutto perché ha usurpato un premio Nobel promettendo che in sei mesi avrebbe fatto la pace in Medio Oriente, ma bisogna dargli atto che ha creato dieci milioni di posti di lavoro. Come ha fatto? Ha pompato mille miliardi di dollari nell’economia, cioè ha fatto un’operazione di tipo keynesiano, come molti dei più noti economisti dicono da anni. Qui da noi in Europa come mai hanno dato i soldi alle banche e non agli Stati? Il problema è che la Banca Centrale Europea non è una banca federale? Facciamola federale. Per uscire da queste situazioni le soluzioni ci sono. Stiamo parlando di maledettissimo buon senso. La regola aurea è che in tempi di crisi non si fa austerity, in tempi di crisi si pompa denaro nell’economia per rilanciare la fiducia e riattivare l’impresa, soprattutto si pompa denaro nell’economia reale e si contrasta l’economia speculativa, creando imprese e attivando crediti alle imprese che creano posti di lavoro. Di chi è la colpa della crisi? Dei radicali di sinistra? E’ colpa degli speculatori e delle banche. Di fronte a torti evidenti i signori delle grandi università dell’economia pontificano dopo aver creato disastri. Lo stesso vale per le guerre umanitarie, per la questione israelo-palestinese.

Possono esistere alternative ad una pace che sembra impossibile per la questione israelo-palestinese?

Non ci sono alternative alla pace e la pace si fa trattando sulla base dell’accoglimento della piena dignità reciproca degli interlocutori, altrimenti non è pace è diktat. E questo governo israeliano conosce solo il linguaggio dei diktat e non quello del negoziato. E’ come se Netanyahu dicesse ad Abu Mazen: “Noi arriveremo alla pace solo negoziando, però ti deve essere chiaro che negoziamo per decidere che ho ragione io”. Gli americani hanno fatto finta di negoziare, in realtà sono andati a dei cocktail party. Eppure un presidente che ha fatto un negoziato vero l’hanno avuto: Jimmy Carter; in confronto a lui io sembro un moderato di centro destra. Gli uomini onesti tentano di essere radicali, perché non possono accettare di essere ipocriti e di usare a retorica. Se tu non usi la retorica del bon ton diplomatico ti chiamano estremista, invece sei solo una persona onesta.

Quanto senso oggi può avere la costruzione o il mantenimento di muri di separazione (come quello tra Israele e Cisgiordania), ammesso che ne abbia mai avuto.

Vede com’è ipocrita l’Occidente? Fanno i grandi festeggiamenti per il crollo del muro di Berlino e poi non dicono una parola su quella vergogna. Gli israeliani dicono che però gli attentati suicidi sono diminuiti fino quasi a sparire. Bene, ma c’è un piccolo problema: il muro non separa i palestinesi dagli israeliani sulla base del confine deciso dalla comunità internazionale, cioè della linea verde, ma separa i palestinesi dai palestinesi. Una nazione sovrana all’interno del proprio territorio può decidere di fare un muro, almeno 500 metri al di qua del confine, è il suo territorio, invece invade il territorio degli altri, perché lo scopo di quel muro è espropriare gli altri del proprio territorio. I palestinesi vengono continuamente espropriati delle loro terre, le loro topografie umane ed esistenziali vengono devastate. La logica di oggi si basa sulla falsa coscienza e sulla disonestà intellettuale, perché abbiamo in tutto l’Occidente una classe politica di sconcertante mediocrità, la gran parte, tranne rari casi – e lasciamo stare destra o sinistra – pensa solo all’autoreferenzialità. Il mio amico, Don Gallo, su quale dovrebbe essere il senso della politica, risponde con un’indicazione di Gesù di Nazareth: “Sono venuto per servire e non per essere servito”.

Nelle scuole da tempo si lavora indefessamente sui concetti di legalità e di pace. Eppure sembra quasi che più se ne parli più i giovani avvertano stanchezza ed estraneità verso questo tipo di messaggio culturale, sembra di seminare al vento…

Il problema degli insegnanti non è il cosa ma il come. Io sono un teatrante, il mio mestiere è emozionare e non c’è niente di più educativo di qualcosa che prende le viscere. Potreste raccontare la storia anche attraverso gli spettacoli teatrali. Naturalmente combattiamo contro nemici potentissimi: i genitori e i media, ma noi dobbiamo continuare a lavorare per quelle avanguardie che trasformeranno il mondo. Viviamo in una società informatica che cerca di facilitare tutto, questi sono strumenti meravigliosi se uno ha la cultura per usarli, se no rischiano solo di enfatizzare la stupidità.

Moni Ovadia tornerà ancora in Sicilia il prossimo anno se si concretizzerà la proposta di dirigere “Le Supplici” per il ciclo delle rappresentazioni classiche di Siracusa.