Script & Books

Angelo PIZZUTO- Chi ha incastrato “Peter Pan”? (nessuna tournée per l’ultimo Wilson)


Il mestiere del critico


CHI HA INCASTRATAO  “PETER PAN”?

Nessuna tournée italiana per il più originale e applaudito spettacolo di Spoleto 2014

****

Come già accaduto per la squisita Mostra di costumi “I due mondi di Piero Tosi”, che ebbe il suo avvio all’ultima edizione del Festival di Spoleto -e che adesso incorre in quasi insormontabili ostacoli (finanziari) di riallestimento, fruizione, dislocazione per sciatteria e malcostume che sta a sentinella e sentina dei Beni Culturali in Italia- , pare che anche l’ultima creazione di Bob Wilson, analogamente apprezzata alla rassegna umbra di quest’anno, non trovi alcuna possibilità, mecenatismo, curiosità intellettiva degne di ‘richiamarlo’ nuovamente tra noi.

Va quindi considerato un privilegio avere assistito- e metodicamente annotato nei dettagli-   il  “Peter Pan” che, a futura memoria e per dovere di cronaca (sia pur con ritardo) imbarchiamo tra le scarne cronache teatrali di una trascorsa stagione (estiva…si fa per dire) avara, per quanto ne sappiamo, di accadimenti imperdibili.  Rara eccezione, appunto, il “Peter Pan” che Wilson ha realizzato con la fattiva, determinante collaborazione del Berliner Ensembleja  in una calda ed affollata sera spoletina, appena rinfrancata da minimi spiragli di buon ponentino.  Complicità ed affiatamento fra artisti, visionari e teatranti di razza che, innescando  uno scambio di talenti e percezioni stilizzate, oniriche, giunge alla sommatoria di un teatro\evento a suo modo “inquietante e sproporzionato” (secondo Renato Palazzi), rispetto all’ennesima musica “che gira intorno” (delle peggiori, e in ogni ambito)

Alla radice della ‘traduzione’ immaginifica, geometrica, emozionalmente sterilizzata dello spettacolo di Wilson vi è sempre la nota fabula di James M. Barrie, qui immaginata come fantasmagorico, cronometrico  musical;  acre narrazione di ‘raduno’  rock, dotato di un impatto emotivo che dosa ed esterna, con rarefatta disinvoltura, la grandiosità del suo costrutto espressivo. Costituito da un organico di ventuno  insostituibili interpreti (recitanti ed impeccabili cantanti), di un’orchestra (nove elementi) che agisce ‘in presa diretta’ – congiuntamente al grumoso, mai appesantito ‘parterre estetico’ di immagini, luci, suoni, movimenti, effetti scenografici ove ‘forma e contenuto’ costituiscono il punto fermo e nodale della poetica wilsoniana (liddove la ‘scrittura’dell’immagine precede ogni tipo di ‘oralità’, secondo le teorie estetiche di Deridda) .

Si aggiungano infine  le pregevoli canzoni, “per niente dolciastre o banalmente accattivanti”  del duo  folk-psichedelico Coco-Rosie, mitraglianti un meccanismo di creatività e ‘fuoco di fila’   abbacinante ma non frastornante, il cui scopo specifico è ‘evitare momentaneamente il ‘pensiero disturbante’ ed immergere ciascuno di noi in una sorta di universo parallelo fantasioso, iper-onirico, irreparabilmente perduto (i giardini dell’Eden?) per troppa razionalità, egocentrismo, pragmatismo dell’interagire collettivo (al mercato neo.liberista ‘del dare e del ricevere’)  .

La trama resta quella, ben nota, dell’impossibile fuga notturna di Wendy Darling e dei suoi fratelli. Il ragazzo ‘incapace di crescere’ guida ciascuno di loro a volare fuori dalla finestra della loro cameretta, in viaggio verso l’Isola che Non C’è. Alla ricerca dei   Bambini Sperduti, degli Indiani mai visti prima e del fatidico Capitan Uncino. L’universo fantastico di Barrie, in questa miliare messinscena, non ha nulla di ingenuo, puerile, disneyano. Nell’esplorazione di un universo  il cui  ‘tema’ di fondo è il delitto\castigo di  un’eterna infanzia  che rigetta il ‘diventare adulta’ alle condizioni di perenne belligeranza e concorrenza imposta ‘dal mondo dei grandi’, preferendo resistere   decantando un registro, un canone illusorio che è  ‘cifra sognante’, ‘disadattata’ o ‘adattata a forza’  del noto regista californiano. In antitesi con l’acredine e la ruvidità essenzializzate che son proprie del Berliner e della sua ascendenza   epico-brechtiana.

Tante e tutte di eccezionale perizia scenotecnica le sequenze memorabili dello spettacolo: i fanciulli ‘in volo’ adagiati su  nuvolette issate e che gli inservienti muovono  ‘a vista’; il folgorante materializzarsi delle ragazze-sirene e  di Campanellino intrappolato  in un’enorme lampadina, che è citazione (auto-confessata) dall’affascinante “Edison” realizzato da Wilson una dozzina d’anni fa.   Ad accrescere la stramberia della suggestione poetico\pedagogica, ogni interprete ‘vanta’ un trucco eccessivo, espressionista, con occhi bistrati e volti di biacca su  zazzere multi colorate o scherzosamente scolpite.

Aleggia su tutto una sorta di stupefazione e inquietudine esistenziale sotto forma di fiera delle meraviglie (a contestazione dei ruoli imposti dalla vita), “smarrita  in chissà quali meandri dell’inconscio”.  Tanto che sia Pater Pan, sia Capitan Uncino lasciano adombrare una sorta di interdipendenza lieve, ambigua, persino edipica a demolizione e ‘introiettato timore’ della autorità paterna (e filiale) dei cui ruoli e ‘derivati’ è quasi impossibile disfarsi     Mesto concludere con: “tutto ciò che sublimava lo spettatore spoletino  resta purtroppo precluso a chi non era della partita”. Ma è la verità.

****


“Peter Pan”- di James Matthew Barrie
regia, ideazione, scene e luci: Robert Wilson
musiche e canzoni: CocoRosie
costumi: Jacques Reynaud
drammaturgia: Jutta Ferbers, Dietmar Böck
con il Berliner Ensemble
attori: Antonia Bill, Luca Schaub, Claudia Burckhardt, Anke Engelsman, Johanna Griebel, Winfried Goos, Traute Hoess, Boris Jacoby, Nadine Kieselwalter, Andy Klinger, Christopher Nell, Stephan Schäfer, Luca Schaub, Marko Schmidt, Martin Schneider, Sabin Tambrea, Stefan Kurt, Felix Tittel, Georgios Tsivanoglou, Axel Werner, Lisa Genze.
musicisti: Joe Bauer, Florian Bergmann, Hans-Jörn Brandenburg, Cristian Carvacho, Dieter Fischer, Jihye Han, Andreas Henze, Stefan Rager, Ernesto Villalobos