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Danilo AMIONE- La memoria. Per Mario Bava (il suo cinema ‘infinito’)

 

 

La memoria



PER MARIO BAVA

 

Il suo cinema ‘infinito’ – A cento anni dalla nascita

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Ci sono ricorrenze che vanno celebrate perché occasione per mettere ancora una volta in evidenza certe gravi dimenticanze. E’ il caso dei 100 anni di uno dei massimi cineasti del nostro paese, Mario Bava(31 luglio 1914), scomparso nel 1980 dimenticato dalla critica nostrana, mentre all’estero(in primis Francia e Stati Uniti ) era già oggetto di studio ma anche di esempio magistrale per tanti registi già affermati o in via di affermazione. Iniziata la carriera come esperto di effetti speciali, passato poi alla direzione della fotografia, nel 1960 Bava esordisce nella regia con “La maschera del demonio”, primo horror gotico italiano, e soprattutto punto d’inizio di un uso dell’immagine fino ad allora sconosciuto nel nostro paese. Sulla scia de “I vampiri”,’57,di Riccardo Freda, altro illustre “dimenticato”, Bava mette in scena un film modernissimo in cui ad una canonica trama horror si sovrappone la sua capacità di universalizzare la narrazione attraverso una sapiente alternanza di sfumature in  bianco e nero che  sottolinea l’efficacia comunicativa delle immagini prodotte.

Così, quello di Bava risulta essere, fin dal primo film, uno stile del tutto personale, all’interno del quale i generi che egli muove (horror,giallo,thriller,noir) sono solo l’occasione(per dirla con Bazin) per mettere in scena inquietudini personali,autoriali, nel senso più stretto del termine. L’intelligenza e la creatività di questo regista sono ancora oggi aperte a molte interpretazioni, proprio per la sua capacità di fare pittura in movimento(come gli riconobbe il grande Raul Walsh) riuscendo così ad inserire ed a sovrapporre temi e stili fino ad allora mai sperimentati. La paura fantasmatica, metafisica dei suoi film horror diventa, grazie all’uso sapiente della fotografia, materia umana,vivente,carnale,sessuale,in un gioco tutto interno al film ma anche di pieno coinvolgimento dello spettatore. In opere come “La ragazza che sapeva troppo”,’62,”La frusta e il corpo”’63,”I tre volti della paura”,’63, Bava mette in scena l’orrore attraverso cromature oniriche degne del miglior Bosch, anche grazie ad un uso del colore capace di sviluppare variazioni che anticipano tanta moda  psichedelica anni ’60.

Ed è un immaginario lisergico e quindi materico quello che Bava mette in scena nello splendido “Sei donne per l’assassino”,’64 ,un thriller estremo perché estremo è il soggetto narrato:la morte. Efferata,violenta,sadica,ma sempre “reale”, la morte,come in “L’occhio che uccide” di Powell,’65, è l’occasione per analizzare e “mostrare” le potenzialità umane più nascoste. Tutto attraverso immagini non fini a se stesse ma inserite in contesti relazionali e ambientali coraggiosamente analizzati. Come nel geniale “Operazione paura”,’66, dove la psicosi individuale si pluralizza e si diffonde in un simbolico villaggio isolato fino a diventare pervasiva, collettiva, ingovernabile.  In questo senso lo scarto con i film anni ’70 è soltanto apparente.”Reazione a catena-Ecologia del delitto”,’71, primo slasher-movie della storia del cinema, riassume ed esalta tutta  l’ispirazione di Bava, mettendo insieme delirio e follia, stavolta in maniera esplicita, nuda, senza mediazione narrativa. L’immagine si sovrappone all’immagine fino ad annullare ogni analisi del gesto umano, divenuto solo veicolo di morte e negazione, ”reazione a catena” innescata dall’uomo e per questo oramai infermabile. Un film,questo, che fa da prologo al definitivo e “maledetto” ”Cani arrabbiati”,’71, geniale variazione noir sull’analisi della  contemporaneità, girato tutto in pieno giorno ad esaltare l’immagine accecante (verrebbe da dire alla Camus) di uno sguardo impietoso sulla metropoli immersa nella follia del capitale con l’uomo ridotto a mero burattino in balia di una realtà oramai autonoma e ingovernabile.

Risulta evidente quanto l’opera di Bava sia costruita intorno al concetto di immagine come essenza stessa della narrazione, un cinema che snobba i dialoghi e la logica dell’intreccio per inseguire le linee guida tracciate dal più grande “urlatore” per immagini del cinema muto: Murnau.  Sarebbe facile e scontato dire che tutto questo cinema ne ha ispirato tanto altro. Da Romero a Corman, da Tarantino a Lynch, da Tim Burton a  Dario Argento, Roman Polanski e Federico Fellini, in molti hanno ammesso, direttamente o indirettamente, l’alto magistero del regista sanremese. Ma poco importa. Ciò che conta è la presenza che Mario Bava ha lasciato di se stesso con le sue opere, testimonianza di un cinema “impressionista”, perché cangiante sullo stato d’animo dello spettatore, come soltanto pochi altri registi (vedi Hitchcock e Tarkovskij) hanno saputo fare. Cinema infinito, dunque, continuamente giudicabile e per questo mai giudicabile.