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Angelo PIZZUTO- Sorella vita (“Ildegarda” di e con C.Borgogni.T.Due di Roma)




Teatro    Il mestiere del critico


SORELLA  VITA

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“Ildegarda- La Sibilla renana”.   Di e con Cristina Borgogni- e con Paolo Lorimer

Musiche di Ildegarda di Bingen a cura di Dario Arcidiacono aiuto regista Luca Signore sartoria Inna Danila foto Greta Lorimer attrezzeria Rancati costumi Avdul Caya luci Valerio Geroldi allestimento scenico Alessandro Brambilla organizzazione Enzo Toto ufficio stampa Cristina D’Aquanno   Prodotto dal Teatro Vascello. Di scena al Teatro Due di Roma

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Sempre arduo, e possibile fonte di equivoci, ‘trasferire’ in drammaturgia (teatrale o cinematografica) la vita monacale, senza incorrere nel ‘penality’ dell’agiografico, dello scandalistico, della celebrativa compiacenza Rischi che, per la verità, diversi film di indiscusso pregio avevano abilmente scansato, spesso privilegiando (e quindi analizzando) il l’habitat storico-repressivo in cui le ‘vocazioni forzose’ andavano a dissugarsi, nullificando esistenze al femminile immolate allo   jus ereditario (privilegio del primogenito) e da altre pezzenterie morali inerenti dinastie e trasmissioni di cespiti. “Và in convento”- perorava Amleto ad Ofelia, e mai maledizione (o consapevolezza dei tempi oscuri) ebbe vittime più innocenti e raramente capaci di ribellarsi. Quanto meno per mettere in guardia eventuali ‘destinatarie ignare’, penso adesso che  opere come “La religiosa”, “Ida”, “Storia di una capinera”, “Magdalene”, “Oltre le colline” andrebbero visionate, preventivamente, da qualsiasi ragazza esprima il desiderio di prendere i voti…anche se questa è una precettistica a noi non pertinente.

E diversamente da quanto accade in teatro, dove è raro imbattersi in spettacoli perlacei, compos(i)ti, privi di enfasi miracolistica (eppure prismatici nel loro distillare quel misterioso  elisir che è la vocazione religiosa narrata ai laici, senza dogmi, né impertinenze badiali) quali “Ildegarda, la sibilla renana” –scritto, diretto ed interpretato da Cristina Borgogni, che è attrice solida, proteiforme, colta e di lunga (eterogenea) esperienza. A memoria, e certamente con qualche omissione, i paragoni ci riportano nel tempo (ed escludendo la ricamata, estenuata coralità del “Dialogo delle Carmelitane” di Bernanos) ad “Abelardo ed Eloisa “ di Maricla Boggio (con l’indimenticabile Rosa Di Lucia), ai monologhi di Alida Giardina dedicati, in più occasioni, alla dibattuta esistenza di Santa Teresa d’Avila. Ove a prevalere era comunque il ‘tormento e l’estasi’ di una vocazione religiosa in fondo ‘non riconciliata’ con le sirene della mondanità e le seduzioni del vivere ‘in altro modo e mondo’ che non fossero il reclusorio e la disciplina del chiostro.

L’ Ildegarda di Cristina Borgogni possiede, invece, il dono di una fede come dire? sorridente  pedagogica,  pragmatica ovvero l’apertura mentale di una donna che non dubita un solo istante della scelta compiuta in età adolescente, e che intrattiene con la ‘trascendenza’ un rapporto dialettico\dialogante privo di svenevolezze mistiche, contrizioni medievali (pur se la vicenda umana accade nel 1100), abiura di ogni bene terreno. Tutt’altro: poiché  Ildegarda di Bingen, (che fu  scrittrice, anatomista, musicista, biologa-  per intelligenza istinto autodidatta, poi nominata Dottore della Chiesa) è stata e rimane  un personaggio quanto mai sfaccettato e attuale: sia per la sua visione olistica dell’uomo (in una sorta di panteismo ‘dell’universo e d’altri mondi’    che la accomuna a Tommaso Campanella) sia per le sue intime vibrazioni di donna interessata agli eventi della procreazione,della sessualità, della spiritualità nutrita dalla salute del corpo e della mente.

Con una vocazione tutt’altro che claustrale, semmai sospinta dalla necessità di diffondere il ‘verbo sapienziale’ (con “virile” determinazione- quasi ad anticipare una provocatoria paritas fra  uomo e donna) dismesso d’ogni supponenza e comunque irrorato dai consigli, perorazioni, ansie a volte accorate di un padre spirituale, che Paolo Lorimer interpreta con fascino persuasivo, mai paternalistico , giustamento offuscato dalla benefica ombra del dubbio, della desistenza a qualcosa che ‘è più grande di lui’. Forza, fragilità, infaticabili progetti coesistono  con amabile cocciutaggine nella ‘carezza’ e nello ‘schiaffo’ scenico che la Borgogni imprime ad un pubblico probabilmente propenso (in materia religiosa) a sorbire giaculatorie o frammenti (posture) da sacra rappresentazione. Quindi proficuamente spiazzato, ma plaudente, all’appasssionata ricerca (documentazione e due anni di stesura) che di un’ Ildegarda  nostra contemporanea e sorella di precoce saggezza: contro la banalità del male e la ‘pena’ dei giorni ostili.