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Agata MOTTA- Intervista a Roberta Torre,”Se l’Aida piace pop”

 

 

L’intervista

 

ROBERTA TORRE: SE L’  “AIDA” PIACE POP

Roberta Torre

 

La regista debutterà nella regia lirica al Teatro Biondo di Palermo

 

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Il debutto al teatro Biondo non è ancora avvenuto, eppure l’Aida queer di Roberta Torre, regista e sceneggiatrice milanese che per molti anni ha fatto di Palermo la propria patria elettiva, ha già fatto molto rumore e coagulato grandi aspettative. Lo spettacolo propone una rivisitazione in chiave pop dell’opera di Verdi, che la stessa Torre ha scritto insieme al poeta e drammaturgo Igor Esposito, con le musiche del pianista e compositore  Massimiliano Pace, ma a suscitare maggiormente scalpore è stata la scelta di affidare i ruoli principali – la principessa prigioniera Aida e Amneris, la figlia del faraone – a due uomini: l’eccentrico performer e sopranista Ernesto Tomasini e il tenore Massimo Vinti.

Di certo non stupiscono affatto le bizzarrie, le commistioni e le esplorazioni audaci in un’artista che da esse, facendone quasi una propria peculiarità, ha ricavato successo e gratificazioni sia in campo cinematografico – Tano da morire, Sud Side Story, Angela, Mare nero e I baci mai dati hanno ottenuto riconoscimenti e premi in campo nazionale e internazionale – che teatrale. Quel briciolo di follia, dal quale si è sentita da sempre attratta, l’ha portata a rinunciare senza troppi rimpianti al sogno di fare “la strizzacervelli” per dedicarsi ad un’altra professione che consente, in una dimensione creativa e libera, di ascoltare e raccogliere le confessioni altrui, di fiutarne le vibrazioni anomale, di sottoporle a terapie efficaci quali la finzione recitativa, magnifico compromesso tra identificazione e sublimazione. Dal bisogno di una totale assenza di vincoli scaturisce, inoltre, la scelta della creazione della sua casa di produzione, la Rosettafilm, attraverso cui dal 2007 realizza l’esigenza di una totale libertà espressiva.

Cosa conserva dell’esperienza cinematografica una regista che dal set passa al palcoscenico?

Probabilmente l’uso dello spazio, sicuramente quello è un lavoro che mi porto sempre dietro. Sin dall’inizio mi è stato molto vicino, per esempio quando ho lavorato a Siracusa al teatro greco, mi sono sentita a casa. Lavorare in uno spazio così grande, quale può essere quello del teatro greco, è come lavorare con una spazialità che ricorda molto un esterno cinematografico. Lavori con una concezione che, in tanti anni di esperienza e di cinema, tu hai molto forte dello spazio e del suo utilizzo e quindi anche il teatro diventa un set. Non a caso ho cercato di usare molto la platea, di non creare questa divisione forte da quarta parete, ma uno spazio totale che comprenda attori, spettatori e palco.

Questo lavoro segna un ritorno a Palermo dopo un breve e sofferto divorzio. Superata la fase delle disillusioni e dello sconforto, pensa che sia cambiato qualcosa in questa città?

Non credo che stia cambiando qualcosa. Intanto c’è una situazione personale, soggettiva e dolorosa, che è quella di qualcuno che ha vissuto a Palermo negli “unici anni ’90”, tanto da poterne fare il proprio luogo di lavoro, non solo in maniera pragmatica ma anche per ciò che riguarda l’immaginario, e che conserva un ricordo indelebile di quegli ultimi fuochi di primavera palermitana che non è diventata estate e che è tornata autunno. Ma c’è anche un piano oggettivo, per cui credo che Palermo stia vivendo un momento molto difficile. La trovo una città devastata. Io ho sempre amato stare per la strada, ho amato il Sud per la possibilità di passeggiare all’aria aperta e ogni volta sono fitte al cuore, ogni volta che vedo questa bellezza violata, questo stupore, questo splendore che è in qualche modo totalmente abbandonato, provo dolore fisico, non riesco proprio a farcela.

Quando si pensa all’Aida vengono in mente una storia di amore e morte, un librettista, Antonio Ghislanzoni, vicino agli Scapigliati, certe arie dirompenti ed immortali. Cosa rimane di tutto questo nel suo lavoro, cosa dobbiamo cancellare o ripescare dell’opera di Verdi?

Quello che ho sempre visto dell’Aida, e da lì sono partita, sono le grandi psicologie dei personaggi, non la magniloquenza, non la fastosità della scena ma appunto i caratteri. Ovviamente il lavoro è una sorta di omaggio a Verdi, non ho voluto confrontarmi in maniera diretta con il libretto, con la musica verdiana; il lavoro è un rimescolamento di tanti stili musicali che vengono dall’avanspettacolo, dalla tradizione popolare, non è possibile né un confronto né un paragone, di Verdi resta la grande ammirazione. A me serviva un appiglio per parlare dello Stato, di una situazione contingente. Oggi c’è un forte senso di apparenza e moralismo che è legato allo Stato, ma nella sostanza è una totale mancanza di presenza, di cura, di attenzione. L’unica possibilità paradossalmente rimane l’amore, i rapporti personali, i rapporti a due, l’ascolto dell’altro. Credo che il momento che stiamo vivendo sia molto simile, cioè uno Stato che non esiste, uno stato assente, una rinuncia nei confronti di quello che dovrebbe essere uno Stato che ti cura, che ti governa, è diventato invece una sorta di violenza sotterranea cui tutti devono sottostare anche senza saperlo; forse alla fine l’unico mondo che rimane aperto è quello dei rapporti a due, dell’amore declinato in tutte le sue forme possibili, è questo che può emergere in uno spettacolo del genere. Il segno è, comunque, quello del circo, del divertimento, del grande varietà, il circo dell’Umanità, dell’Aldilà.

Perché dell’Aldilà?

I due amanti muoiono e alla fine dello spettacolo c’è una scena in cui i morti sembrano più vivi dei vivi. Tutto rimanda a un mondo altro, che è poi anche Utopia.

Lei pensa di potersi rivolgere anche ad un pubblico di appassionati dell’opera tradizionale o le interessano altri interlocutori?

Credo che lo spettacolo abbia una fruizione trasversale. Ovviamente se uno si aspetta un lavoro filologico non lo troverà mai, se invece è un appassionato di teatro “musicale”, in tutta l’accezione più vasta, allora non può che piacergli, non può che divertirsi, perché il lavoro con la musica è il 70% del progetto, dove c’è un cantante straordinario come Ernesto Tomasini che passa indifferentemente da tonalità maschili a femminili. Un melomane non può che apprezzarlo, se non altro a livello di curiosità.

Nella sua Aida assistiamo ad un “ribaltamento di generi”, da quello musicale a quello legato all’identità sessuale. Perché?

Intanto c’è un ritorno alla forma primigenia del teatro in cui gli uomini rappresentavano tutti i ruoli anche quelli femminili, un recupero della tradizione, senza stare a guardare il discorso di generi, anche se di fatto esso salta subito all’occhio, perché ci sono scene d’amore che inevitabilmente, anche riguardo alla contemporaneità del tema, fanno pensare ad una forma di amore omosessuale, però non si spinge il pedale su questo aspetto.

Lei introduce il personaggio del Narratore/Domatore. Chi è? Che funzione ha?

Condensa in sé il gran sacerdote e il narratore, diventa una specie di filo conduttore che racconta tutto quello che non viene visto sulla scena e conduce il Coro, costituito da queste tre volpi egiziane che rappresentano lo Stato, il Potere; ad esse sono affidate tutte le parti che hanno a che fare col punto di vista sociale e politico della vicenda. Come domatore è una sorta di soldato hitleriano, molto nazista e punitivo come attitudine, molto violento, è un personaggio inquietante che conduce la scena sul versante della guerra, che ama la guerra e dirige lo spettacolo in quella direzione.

In Verdi la passione amorosa trasgredisce spesso le norme morali richiamando su di sé colpa e punizione. Sono caratteristiche presenti anche nella sua Aida?

C’è anche in questo caso una forte presenza del senso di colpa; addirittura c’è una sorta di processione religiosa fatta durante lo spettacolo, in cui vengono mescolati tutti questi concetti della colpa e della punizione, officiata dal domatore sacerdote che in qualche modo ricorda le processioni sacre, un po’ profane un po’ religiose, del Sud Italia. Questo senso della punizione e della colpa, strettamente legato a tutti quei concetti che sono lo Stato, il Dovere, è appunto una riflessione sull’Italia contemporanea dove sono molto forti queste istanze moralistiche più che morali a scapito di una morale che di contro non c’è più; moralismo versus morale, direi.

Quali baci non ha mai dato Roberta Torre?

Paradossalmente quelli legati di più a situazioni infantili; è sempre stata una mia fissazione quella di tenerli preziosi i baci… diciamo che crescendo ci si dispiace per questa ritrosia.

 

Si è per il momento arenato il progetto del film La caduta dell’impero, nato da una collaborazione con Patrizia D’Addario e legato a Berlusconi e agli scandali delle olgettine, perché sembra che la storia stia sorpassando le necessità artistiche, mentre si è concretizzato quello di un lavoro sulla figura del nonno Pierluigi Torre, ingegnere e inventore della Lambretta. Il tentativo di creare una rosa blu del caparbio matematico sognatore si è trasformato in narrazione attraverso la nipote che lo ha triplicato in diverse espressioni artistiche: un libro intitolato Il colore è una variabile dell’infinito, in uscita ad aprile per i tipi di Baldini & Castoldi, uno spettacolo teatrale che debutterà a maggio al Crt (teatro della triennale) di Milano e un film, ancora in preparazione, nel quale troveremo volti nuovi per assecondare l’esigenza della regista di cambiamenti e di nuove stimolanti esperienze. Se, infine, la rosa blu resta un sogno non importa, l’importante è averlo sognato. Aida resterà in scena fino al due marzo.