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Angelo PIZZUTO- La memoria. Per il nostro,caro amico Arnoldo




La memoria


PER IL NOSTRO, CARO AMICO ARNOLDO

Arnoldo Foà

 

“All’età di Arnoldo non puoi piangerne la morte, ma iniziare a soffrire per la sua assenza” (D.Fo)

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Con quella faccia da soldato etrusco, scoplita nella roccia di Cerveteri, Arnoldo Foà (che il suo lavoro  in effetti affrontò da infaticabile ‘soldato’non-assoldato) avrebbe potuto inciampare nelle forche del caratterista a vita. Seppe fare molto, molto di meglio, con caparbietà e nervi saldi. Scomparso a quasi 98 anni a metà gennaio,   vivido e operativo sino pochi mesi fa (oltre che attore era un eccellente scultore e un ferrato drammaturgo), Foà è stato, senza alcuna enfasi e luogo comune  tra i più grandi (generosi,coerenti) protagonisti  della cultura del ‘900. Avendo attraversato il ‘secolo breve’ dando del tu ai maggiori commediografi, scrittori, registi che inarcano un’avventura della conoscenza (del sapere inteso come curiosità innata,gratuita, non  nepotistica) che il primo decennio del nuovo millennio,la mercificazione (e reificazione) di uomini, cose e opere dell’ingegno si prodiga a condannare qualee “roba con cui nonb si mangia”

Foà aveva sempre interpretato (da comprimario o da protagonista) ruoli di primo piano a teatro, al cinema e nella televisione dei (poco) favolosi anni sessanta, diventando in breve tempo beniamino del pubblico adulto e bambino, specie (per quanto attiene la mia persomale memoria) dopo esssere stato ‘eroe della filibusta’ in quel piccolo, storico capolavoro del piccolo schermo (regia di Anton Giulio Majano) che resta”L’isola del tesoro”da Stevenson (a quando una ristampa in dvd?) increedibilmente girata, quasi per intero (esclusi gli esterni di Torvajanica, camuffati da savana) nei vecchi studi della De Paolis. E, per di più (come si usava allora) in presa diretta e senza facoltà di sgarrare né una battuta né una inquadratura

Un attore ‘immenso’ (lo definisce Dario Fo “con il quale non siamo riuscitia lavorare insieme, ma legati da schietta amicizia e da quel cognome analogo, per cui ci sfottavamo l’un l’altro o giocavamo a presentarci lui per me ed ioper lui”) E, quel che più conta, un uomo ironico, coerente, ottimista (nonostante gli strali della vita, la perdita di una figlia)  e dai grandi valori civili e democratici, sempre  schierato a fianco della libertà (di pensiero e di espressione) negli anni più bui della piccola Italia, specie in quel ventennio sciagurato e littorio che attraversò nel pieno delle sue forze giovanili, subendone (da ebreo ferrarese) discriminazioni e angherie.

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Foà aveva iniziato il suo apprendistato teatrale a 17 anni, dopo aver frequentato a Firenze la  scuola di recitazione del Teatro Puccini, poi optando per un trasferimento a Roma e la frequenza del Centro sperimentale di cinematografia a Roma. Nel 1938, l’ ignobile anno delle Leggi razziali, lo  costrinsero ad abbandonare la Scuola di via Tuscolana e lavorare servendosi di  nomi falsi (Puccio Gamma) o  ricoprire (saltuariamente) il ruolo del sostituto di attori malati. Riescì tuttavia, grazie alla sua presenza scenica (spavalda ma miisurata), alla sua voce rotonda, remota, carnale,inimitabile ad entrare nelle grazie delle   compagnie più prestigiose: Cervi-Pagnani-Morelli-Stoppa, Ninchi-Barnabò, Adani-Cimara, Maltagliati-Cimara.

Gli anni furenti del secondo conflitto (tra il ’42 e il ’43)  lo vedono rifugiarsi a Napoli, dove fu capo-annunciatore e scrittore della Radio Alleata PWB (spettaerà a lui,adesempio, la scabra comunicazione dell’armistizio con gli alleati, l’8 settembre 1943) Dal 1945, svincolatosi dal giogo fascista,  riprende a lavorare in teatro, debuttando  con  la compagnia dell’Eliseo di Roma in “La brava gente” di Irwin Shaw. Donde una carriera che tende a farsi sempre più fitta e densa di gratificazioni :  da “Delitto e castigo” e “La luna è tramontata” diretti da Luchino  Visconti, a “Enrico IV” con il fosco Ruggero Ruggeri. Arnoldo, svecchiandosi dai clichè dell’attore ottocentesco-naturalista,  affina invece la modernità, la sobrietà di gesti e intonazioni, in spettacoli come “Anna per mille giorni”, “Detective Story”, “Lazzaro”. In compagnia, di volta in volta, con Andreina Pagnani (“Ma non è una cosa seria”), Lea Massari (“Due in altalena”), Lea Padovani (“La stanza degli ospiti”). Poi solennizzati da una “Fiorenza” di Thomas Mann, interpretato (negli anni ’80) per la Festa del Teatro di San Miniato. Infaticabile, disponibile, sempre vigile e affidabile, Foà fa il suo ingresso (alla chetichella prima,da protagonista poi) nell’emisfero del cinema, del doppiaggio,della radiofonia .Il suo debutto è del ’45 con “Un giorno nella vita” di Alessandro Blasetti (burbero benefico, caratterialmente simili), seguito da una miriade di altre pellicole (non tutte di alta qualità), tra le quali  “Il processo”di Orson Welles (da Kafka, film in forma di incubo purtroppo introvabile) , “I cento cavalieri” del grande e misconosciuto  Vittorio Cottafavi, “L’uomo venuto dal Kremlino” al fianco di Anthony Quinn.

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Alla radio, prima nei panni di “Capitan Matamoro”(ed il riconosciuto debito alla Conmedia dell’Arte, sia pur ‘da immaginare’),) poi con “Arcobaleno”, cordiale  trasmissione di attualità si afferma quale presenza fissa e inconfondibile: gran lavoratore, dalle piccole sortite ai sceneggiati ‘per voci soliste’.  Il televisione, dagli anni sesssanta, partecipa ad una serie di teleromanzi, da “Piccole donne” a “Capitan Fracassa”, da  “Nicola Nikleby”, alla  “Freccia rossa”.   Sino a sbaragliare ogni altro interprete nel famoso “Giornalino di Gian  Burrasca”, confezionato da Lina Wertmuller per l’allora adolescente (ed astro canterino) Rita Pavone.E senza sdegnare la commedia leggera (ottimo ballerino di tip tap) e l’affabulazione del conversatore\provocatore, in “Ieri e oggi”, quando la televisione ‘giunta alla mezza età’ iniziava a ripensare (rivedere in registrazioni) il suo passato pioniristico.

Da antologia, e per fortuna reperibili in varie registrazioni, i suoi recital  dedicati alla poesia,  da alcuni canti della “Divina Commedia” sino a quello con Milva (anni settanta) “Canti e poesie della libertà”. Attivo come autore, Arnoldo Foà Foà si era  cimentato  come (robusto) drammaturgo con “Signori buonasera” e “Il testimone”, di cui fu anche regista nelle edizioni portate in scena al Piccolo Eliseo e al Manzoni di Roma.  Nel 2008 con il concittadino  Corbo Editore ha pubblicato un romanzo scritto durante gli anni più bui, anche da esule in Francia (“Joanna Luzmarina”) , così come nel 2009, Edizioni Sellerio ha dato alle stampe (con buon successo di vendite) la sua “Autobiografia un artista burbero”.

Tra il divertito e l’amareggiato raccontava (malvolentieri?) quando,nel  1994, a 78 anni, in rotta con il fisco e   il provincialismo italioliota, aveva monetizzato quel po’ dei suo averi (l’appartamento di via Nomentana) ritirandosi alle  Seychelles ‘per vivere di pesca e di buone letture’. Tornerà alcuni anni dopo, autosfottendosi con la frase ‘rivestire gli ignudi, e rimettendosi in gioco (fra doppiaggio e televisione) specie dal punto di vista economico e della dignità personale. Mai intaccata da macchie, defaillances, pettegolezzi. E pure in tempo per sposare, nel novembre del 2005, a quasi 90 anni, la sua ultima (molto più giovane) compagna, Annamaria Procaccini, ex dirigente Rai, che (ne sono diretto testimone) per Arnoldo nutriva amore e devozione. Miste all’indispensabile tenerezza, per un capolinea della vita segnato da riguadagnata serenità. Che è dono rarissimo.