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Enzo NATTA-L’eccezione culturale (del pacchetto merceologico europeo)

 

Angolazioni

L’ ECCEZIONE CULTURALE

Del  pacchetto  merceologico    europeo

Vive la France. Viva i francesi, impariamo da loro e seguiamone l’ esempio. La cultura non è paragonabile al mercato ortofrutticolo e un film non è equiparabile a una derrata di albicocche, dove quelle dell’Alabama hanno lo stesso sapore delle nostre. La cultura, segno di originalità e distinzione, va tutelata e tenuta per  mano.

A metà giugno i ministri dell’Unione Europea si sono riuniti in Lussemburgo per preparare una traccia di comportamento in vista dell’incontro con gli Usa. Argomento: i prodotti culturali non fanno parte di un unico pacchetto merceologico dove automobili, carote e lavatrici sono tutte uguali. In altre parole La miglior offerta di Giuseppe Tornatore non ha nulla a che fare con l’ultimo Superman dell’Uomo d’acciaio e La grande bellezza di Paolo Sorrentino è un’altra mercanzia rispetto ai tanti  Fast and Furious della serie. I francesi si sono arroccati su questa linea e alla fine l’hanno spuntata, portandosi dietro altri 13 paesi europei fra cui l’Italia. Una volta tanto non ci siamo fatti del male, finalmente convinti che un film è sempre e comunque lo specchio dell’identità nazionale di un Paese e che l’identità nazionale va sempre difesa da tutte le forme di colonialismo culturale che la minacciano.

Tipico esempio di colonialismo culturale è il mercato hollywoodiano che si estende in tutto il mondo grazie alle “majors” che hanno sedi di noleggio e sale cinematografiche sparse nei cinque continenti e grazie all’inglese diventato ormai una lingua franca. Ma questa non è concorrenza, è sopraffazione, imperialismo, monopolio e chi più ne ha più ne metta. Predominio dimostrato dai dati forniti dall’Osservatorio europeo dell’audiovisivo di Strasburgo, con il 63% degli incassi europei intascato dai film americani e soltanto il 33% dal cinema del vecchio continente.

L’ “eccezione culturate” (tale si intende la liberatoria dalla parità di condizione e trattamento rispetto alle altre merci) preserva dunque il cinema dall’assurda legge dell’uguaglianza in nome dell’identità nazionale, dell’originalità e dell’autonomia della libertà espressiva. Giusta decisione, insomma, e magari fosse estesa a tutte le espressioni artistiche, alla piccola editoria, alle riviste, alle reti e a ogni altra forma di crescita intellettuale.

Uno dei primi effetti dell’eccezione culturale (che consente alle istituzioni di non restare indifferenti al “grido di dolore” che si leva dal cinema) è venuto dalla Regione Lazio che ha stanziato 3 milioni di euro per consentire il passaggio dalla pellicola al digitale per molte delle 200 sale della regione, sprovviste dei capitali necessari alla trasformazione. Dal gennaio 2014, infatti, cesserà la distribuzione dei film in pellicola e le proiezioni saranno possibili soltanto attraverso il formato digitale.

Se il 2012 è stato un anno nero per il cinema (10% di spettatori in meno, che rendono ancor più assurda la contraddittoria situazione di oligopsonio, ovvero di un mercato dove l’offerta è superiore alla domanda, dove nonostante il calo di spettatori la produzione di film è aumentata), il 2013 rischia di vederlo finire al tappeto e di restarci.

L’eccezione culturale (e con lei il via libera a un intervento di Stato e Regioni) salverà il nostro cinema? Sulle orme di Marco Polo e in seguito a una ratifica del trattato di coproduzione, una delegazione italiana è andata in Cina, al Festival di Shangai, per cercare di avviare  una serie di progetti coproduttivi. Condizione indispensabile per entrare in un mercato immenso, dove le sale aumentano a vista d’occhio (5 mila all’anno) e così il suo pubblico. Un Eldorado che fa gola a tutti e il cui accesso è consentito soltanto ai film che godono della partecipazione finanziaria. Sennò bisogna mettersi in coda e aspettare il proprio turno per inserirsi nel varco delle quote di importazione-film.  Al momento tutte occupate. E sapete da chi? Da Hollywood, ovviamente.