Script & Books

Enzo Natta- Una fiaba apocalittica (“Il volto di un’altra”, un film di P.Corsicato)


Il mestiere del critico


UNA FIABA APOCALITTICA

Locandina Il volto di un'altra

 

“Il volto di un’altra”, nuovo film di Pappi Corsicato


Pappi Corsicato è un metteur en scène eclettico, capace di operare su più registri, dal cinema al teatro, dal videoclip pubblicitario all’opera lirica, e questo film – tutto imperniato su rapidi cambi di passo e doppie velocità – lo dimostra appieno in un trionfo del post-moderno, dove le continue citazioni fanno parte dell’ordito narrativo e dove le pratiche alte si intrecciano senza timore con le pratiche basse. In una disinvolta non-chalance.

Siamo in piena favola allegorica, metafora dei nostri giorni, dove la minaccia di un’imminente catastrofe non sembra scuotere più di tanto un mondo immerso fino al collo nel magma di un non-senso generale, tutto proteso al trionfo dell’apparenza, di una bellezza artificiale che si pavoneggia ostentando sicurezza e alterigia, superbia e insolenza. Un mondo inconsapevole dei propri limiti e della propria inutilità, che non avverte i segnali di una fine che potrebbe essere imminente; una novella torre di Babele, dove, nella confusione non solo di linguaggi ma anche di aspettative che regna sovrana, l’essere e l’apparire hanno la stessa rilevanza, la stessa insensatezza, e dove, di conseguenza, gli attori che compaiono sul suo ambiguo e contraddittorio palcoscenico sono al contempo vittime e carnefici.

Bella di nome e di fatto (Laura Chiatti), una star televisiva è la conduttrice di un “reality” che ruota intorno ai miracoli della chirurgia estetica compiuti da René (Alessandro Preziosi), il marito di Bella, sui pazienti ospiti di un’elegantissima clinica situata nella splendida cornice delle Dolomiti. Ce n’è abbastanza per garantire la morbosa curiosità di platee vogliose di sensazioni forti e di emozioni a raffica. Ma alle lunghe il programma denuncia un preoccupante calo di ascolti e lo sponsor attribuisce la piega negativa dell’auditel al diminuito charme della conduttrice. In casi del genere non si va molto per il sottile e il responso è drastico: licenziamento in tronco.

Fuori di sé, Bella lascia lo studio televisivo, ma sulla via del ritorno resta coinvolta in un singolare incidente d’auto da cui esce con il viso tutto sanguinante. Bellezza deturpata e carriera finita? Non tutti i mali vengono per nuocere e nel caso si prospettano addirittura due vantaggiose soluzioni: la prima consiste nell’imbastire un milionaria truffa ai danni dell’assicurazione; la seconda nel rilanciare l’immagine di Bella con un’operazione di chirurgia plastica in diretta che possa restituirle la bellezza di un tempo di fronte a un pubblico più disponibile e numeroso di prima. Nel frattempo, un asteroide sta puntando pericolosamente verso la Terra…

Il volto di un’altra, da cui il titolo, è quello della coscienza e della responsabilità, l’autentico volto dell’essere umano, il volto dell’anima, non la maschera dietro cui nascondersi, simulacro dell’apparenza, dell’ipocrisia, della simulazione e dell’inganno. E l’altra è la verità, la vera identità, quella difficile da individuare e da evidenziare. Ma soprattutto da controllare e da tenere a bada.

Dicevamo prima di un post-moderno, che si nota soprattutto dalla commistione di generi, la commedia satirica e il melodramma in prima fila, seguìti dal grottesco e dal surreale, dalle numerose citazioni (da The Big Carnival di Billy Wilder, in Italia L’asso nella manica, alla Grande abbuffata di Marco Ferreri, con la smerdata generale, da La pelle che abito di Pedro Almodovar a Melancholia di Lars von Trier), ma anche nell’intreccio di stili che compongono l’apparato scenografico del compianto Andrea Crisanti, un ibrido e colorito meticciato di liberty e kitsch, di pop e informale.

Sberleffo alla contemporaneità che si dibatte a vuoto nelle sue nevrosi, nei suoi deliri isterici e nelle sue sindroni autodistruttive, Il volto di un’altra è un film con sottofondi parodistici, privo di sfumature e mezze tinte, tragicommedia buffonesca spruzzata di sarcasmo zuccherato, costruita sulla base di un’architettura che si scompone di continuio come i vetrini di un caleidoscopio, ora più esposta ora più segreta, ma quasi sempre sorretta da momenti di autentica vitalità, dove tutto risuona di echi stridenti che restituiscono un deformante frastuono. In cui nessuno sembra ritrovare la stabilità perduta. Neppure un “Che Guevara delle fogne” che sulle prime si annuncia come una specie di angelo sterminatore, ma che poi, poco alla volta, si lascerà risucchiare dagli stessi vizi di quel mondo di spocchia e supponenza che a parole aborriva e al quale aveva lanciato il guanto della sfida.

In questa fiaba corrosiva e apocalittica non mancano vuoti e stonature, smagliature narrative e cedimenti drammaturgici, ma nell’insieme il racconto funziona, rivestito di un’eleganza formale piuttosto inusuale nel cinema italiano di questi ultimi tempi. A un’interpretazione di maniera che non va oltre l’obbligo di firma fa da sostegno una colonna musicale in gran spolvero. Anche questa tutta all’insegna del post-moderno.