Il difficile cammino verso la terra delle madri. ‘Biancaneve e il Cacciatore’, con Charlize Theron e Kristen Stewart

IL DIFFICILE CAMMINO VERSO LA TERRA DELLE MADRI

 

Biancaneve e il cacciatore

Regia di Rupert Sanders (USA 2012)

con Charlize Theron e Kristen Stewart

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“Gli uomini usano le donne, poi le danno in pasto ai cani” sussurra la Regina Ravenna durante la notte di nozze, prima di trafiggere lo sposo con un pugnale, mentre negli occhi del sovrano (padre di Biancaneve) si allarga lo stupore di chi confida nello stereotipo della mansuetudine – dell’illimitata capacità di sopportazione e accoglimento – femminile, costruito dagli uomini per imprigionare le donne nel senso di colpa.

Sconosciuta, profuga, prigioniera, perseguitata, straniera dai poteri arcani e dal passato complesso e inconoscibile, Ravenna potrebbe definirsi (come il Mefistofele goethiano) “parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene”. Bene inteso come consapevolezza dell’imperfezione e della morte nascoste dietro l’apparente splendore del creato.

Bene, soprattutto, come svelamento incessante della transitorietà e corruzione insita nelle cose, operato attraverso l’accelerazione dei fenomeni: senescenza e morte dei tessuti vegetali (ogni pomacea presente nel regno – che sia mela, cotogna, nespola d’inverno, azzeruolo, sorba – subisce una repentina lisi cellulare di polpa ed esocarpo trasformandosi in grumo nerastro e raggrinzito; le paludi mefitiche e gli alberi dalle radici ritorte della Foresta Oscura sono degni della Notte di Valpurga e della Caduta di Casa Usher), invecchiamento umano o addirittura morte ottenuti sottraendo la linfa vitale, o il pulsare violento del cuore, a fanciulle e giovinetti.

Nella sapienza tormentata, e nella sostanza molteplice, proteiforme di Ravenna possono essere intraviste tracce della natura ambigua, liminale di Lucifer: divinità romana della luce, ma anche Angelo eretico (modello di perfezione, conoscenza e bellezza secondo Ezechiele) prima della caduta nelle profondità dell’abisso (“negli inferi è precipitato il tuo fasto,/[…]sotto di te c’è uno strato di marciume/[…]Come mai sei caduto dal cielo,/Lucifero, figlio dell’aurora?” Isaia) e dell’assunzione definitiva di una diversa identità: quella di Satana, il supremo Antagonista.

La Creazione assertiva per poter esistere ha bisogno della contraddizione sofistica (non va dimenticato che nel Nuovo Testamento il termine “lucifer” indicava precise caratteristiche di Cristo). Il punto di stasi di ogni figura demoniaca mitologica, reale (per es. la nobildonna ungherese Erzsébet Bàthory, grande consumatrice di sangue di vergini vissuta fra XVI° e XVII° secolo) o letteraria, è l’uso di poteri e potere limitato alla demistificazione e distruzione. Ravenna sbatte dolorosamente le ali contro le pareti della propria esistenza per via dell’incapacità di rovesciare il canone, di costruire un ordine del mondo alternativo a quello imperante. Percepire l’ingiustizia e la transitorietà che sfigurano il senso della cosmogonia, e combatterle acuendone evidenza e intensità non fa che dare maggior forza al potere che si vorrebbe demolire.

Infiniti regni ha conquistato e distrutto la Regina crudele interpretata da una geniale, indimenticabile Charlize Theron (artigli di metallo brunito fissati alle dita della mani – nella mitologia greca le Lemnie, dopo aver sgozzato tutti gli uomini dell’isola, avevano preso a nutrirsi di carne cruda –, manto di piumaggio corvino, volto niveo, andirivieni inquieti nei labirintici interni del castello; nell’azzurro febbrile dello sguardo si avvicendano e sovrappongono dolore, senso di perdita, ansia, orgoglio, furore, il desiderio di vendetta e annientamento di chi ben conosce la violenza bestiale degli uomini per averla subita), senza per questo trovare pace, senza riuscire a edificare una civiltà diversa da quella del Padre. Ossia una cultura ginocentrica che escluda radicalmente ogni forma e idea imposta dalla mente maschile.

Lo specchio d’oro lascia colare sul pavimento la propria materia metallica, affinché prenda la forma di un lucido fantasma – o demone – senza volto. Su questa superficie non umana, priva di lineamenti, Ravenna spia il riflesso narcisistico che desidera preservare e che, purtroppo, resta sempre autoreferenziale e tendente a eternare l’opera di distruzione metodica e progressiva. Non affiora nella sua mente il riflesso dell’Altra (come invece avviene nella “Carmilla” di Le Fanu), il desiderio della fascinosa e misteriosa forma speculare, dell’immagine somigliante a quella dell’osservatrice eppure diversa, da possedere e insieme avvolgere in quel sentimento di protezione che discende dal Regno delle Madri e ad esso riconduce, con graduale affannato trasporto.

E’ questo il passaggio mancante: un riconoscimento sororale che non coincida con la morte dell’altra, e che muti di colpo le strutture della relazione umana e dell’ordine cosmico. Ordine patriarcale difeso da Biancaneve, che se ne lascia a poco a poco soggiogare e assimilare, fino ad assumerne i simboli più biechi e appariscenti: l’armatura, la guerra, la sordità al mistero, al sortilegio, alla voce, alle ragioni e rappresentazioni femminili. Per questo alla fine avrà la meglio il solito, vecchio mondo. Biancaneve, circondata dai sorrisi compiaciuti dei molti uomini della storia, sussurrerà inespressiva alla Regina morente “non puoi avere il mio cuore”.

 

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