Pinocchio tra scaffali

@Antonio Castronuovo, 24 ottobre 2026

I saggisti corrono un rischio. Non scrivono solo testi che diventano libri, scrivono anche prefazioni, pezzi d’occasione, contributi accademici per riviste o per volumi collettanei. Scrivono queste cose necessariamente, perché il flusso della cultura è fatto anche di lievi increspature; le scrivono anche fortunatamente, perché gli scritti saggistici brevi – quelli che lambiscono la forma del benemerito elzeviro – sono quasi sempre di lettura gradevole, alcuni assai belli, di rado sgraziati. Il rischio è che tali scritti finiscano tumulati nelle riviste accademiche (da nessuno guardate, che non sia studioso o studente in doglie di tesi) o nelle pagine proemiali di volumi specialistici.

Il solo modo di salvarli è raccoglierli in volume, è dar loro quella seconda vita che ne aumenta la probabilità di diffusione. Lo fanno tutti: professori e giornalisti, elzeviristi e prosatori brevi. E fanno bene: da quella decisione nascono libri tra i più belli che io (amatore impulsivo di scritti brevi) abbia a scaffale. Perciò ne acquisisco sempre, e bastino i miei due esempi recenti.

Giorni fa sono entrato in una nuova libreria dell’usato a Bologna (per gli smaniosi, è il “Club Dumas”), ho vagato tra libri, ho guardato decine di coste e mi sono infine imbattuto in un titolo da anni bramato: La città assoluta di Giuseppe Antonio Borgese, quarantina di prose brevi pubblicate in origine sul «Corriere della Sera». Copia intonsa, bel pergamino, costo contenuto: afferrata, comperata e iniziata la sera stessa, senza pentimento.

L’altro esempio è La biblioteca di Collodi di Daniela Marcheschi, breve collezione (le auree cento pagine!) di tre “saggi dispersi”, edizione peraltro occasionata dal bicentenario di Collodi (1826). Appena individuata ho dovuto acquisirla, e anche adesso senza pentimento. Vi è sottesa un’operazione razionale: non scritti raccolti a caso, ma attorno all’idea che Lorenzini non scrisse Pinocchio e basta. Oltre a essere autore di tanto altro (come prova l’Edizione Nazionale delle Opere di Lorenzini, da Marcheschi presieduta) creò il suo capolavoro calato in una precisa cultura.

Pochi cenni per ottenere il senso degli scritti raccolti: aveva una biblioteca fornita e non mediocre; conosceva Dante e ne amava (da buon risorgimentale) l’opera letteraria e politica, traendone spunti; era calato in quella cultura toscana «impegnata a fondo in un progetto di società e di uomo, quindi di bambino e di ragazzo, per costruire la nuova Italia» (p. 66). In altre parole: il filo rosso dei saggi è mostrare Collodi come uomo colto, capace di trarre linfa dall’antico e trasfonderla nell’attualità (la mai sopita “modernità dei classici”), capace infine di rendere per sé fecondi i suggerimenti che l’epoca gli porgeva e farne materia di cultura con intenzione di impegno sociale.

Per la mia inclinazione bibliologica mi soffermo sul primo scritto, che in certo modo analizza la “biblioteca” di Collodi, virgolette dovute al fatto che il saggio non è una ricostruzione materiale dei suoi scaffali (che libri aveva), ma più finemente delle opere lette, sia per studio e sia per passione. Perché Pinocchio, questo romanzo che un pregiudizio vuole isolato e “assoluto”, è invece radicato in una specifica storia della letteratura italiana. E il percorso dei libri letti da Collodi può essere ricostruito seguendone gli studi e rilevando le citazioni che impiega nelle opere.

Così, alla fine, «la biblioteca/cultura di Collodi appare in linea con quella, peraltro approfondita, di un uomo della sua epoca scolarizzato e che legge e s’informa» (p. 13), e che anche mostra di recepire il meglio dei campi artistici e scientifici, con una predilezione per la letteratura eroicomica e i favolisti. Per restare all’olimpo dei grandi, conosceva (e dunque aveva certamente in biblioteca) Leopardi, Foscolo, Manzoni, Carducci; conosceva gli inglesi Shakespeare, Milton, Swift, Sterne; i francesi Rabelais, Molière, Montaigne, Voltaire, Diderot; i tedeschi Goethe, Schiller, Hoffmann, e tanti altri.

Questa piccola raccolta di saggi non è infine solo promettente per chi si occupa di Collodi e di letteratura italiana dell’Ottocento, va oltre: dimostra il peso delle ricerche bibliologiche nel determinare quanto sia incomprensibile uno scrittore se il suo capolavoro viene isolato dalle letture e dalle idee dell’ambiente culturale in cui maturò. In altre parole: se si conosce la biblioteca – reale o presunta – di un autore, si capisce assai meglio il senso e il valore della sua opera.

 

Daniela Marcheschi, La biblioteca di Collodi. Libri e passioni del papà di Pinocchio, Roma, Bibliotheka Edizioni, 2026.