Il paese delle storie, una raccolta di fiabe a mezza via tra la sobrietà di Čechov e l’estro di Collodi

Il paese delle storie, una raccolta di fiabe a mezza via tra la sobrietà di Čechov e l’estro di Collodi

@ Amedeo Ansaldi, 6 ottobre 2026

È uscito nel 2025, per i tipi della Società Editrice Fiorentina, Il paese delle storie, smagliante raccolta di fiabe dal sapore felicemente retrò a firma Mauro Parrini, insegnante di storia e filosofia in un liceo di Prato e scrittore eclettico, con alle spalle una nutrita serie di pubblicazioni: oltre a essere stato l’unico autore a imporsi per due volte (2010 e 2022, con le sillogi A mani alzate e A testa bassa, entrambe Edizioni Pendragon) al “Premio Internazionale per l’Aforisma Torino in Sintesi” – riconoscimenti che lo pongono in primo piano fra gli scrittori di forme brevi in prosa nel nostro Paese – ha pubblicato negli anni diversi libri di argomento sportivo: Sport. Una riflessione filosofica (Ugo Mursia Editore), Dizionario (raccontato) della lingua del ciclismo (Absolutely free, premiato dal Coni nel 2019), Pedali nella leggenda (Ugo Mursia Editore, appassionante e puntuale cronaca delle grandi rivalità nella storia del ciclismo), Pietro Chesi, il ciclista in maglia nera. L’uomo che batté Binda e morì fucilato (Ugo Mursia Editore) e una biografia di Erminio Spalla. Il pugile artista (sempre Ugo Mursia Editore), nonché un libro sulla scuola, Cento e lode (Edizioni Pendragon).

La nuova pubblicazione, questa volta di genere narrativo – favolistico, per la precisione – illustra le vicende alterne e singolari che si svolgono in epoca imprecisata in un immaginario piccolo centro rurale crocevia di tante storie sulla cui scena gli stessi personaggi, sbozzati dall’autore con partecipe affettuosa ironia, ritornano più volte: centocinquanta pagine in cui convergono in organico equilibrio i modelli – se è lecito scomodarne di così illustri – di Čechov, con riguardo alla prosa limpida e priva di orpelli, e di Collodi, per l’abbondanza e l’arguzia delle invenzioni. Nei racconti scorre implicito e sommesso il rimpianto per un mondo perduto, o quanto meno in procinto di scomparire per sempre, soverchiato dalla chiassosa compiaciuta volgarità dei tempi odierni. Per risalire alla loro fonte d’ispirazione più autentica, soccorre forse la citazione di un aforisma tratto da A mani alzate:

Il suono non rompe il silenzio, anzi lo protegge. Il martello del fabbro, gli zoccoli di un cavallo, il rintocco della campana custodivano il silenzio come una reliquia sacra, preziosa; oggi tutto è rumore, anche la musica.

Il tono pudicamente nostalgico che informa la raccolta non pregiudica peraltro il sostanziale realismo delle storie; la bonarietà disincantata dell’autore non maschera mai difetti o manchevolezze umane. I loro protagonisti sono tutti persone semplici e concrete, immerse nella prosaica esistenza quotidiana. Fra i tanti personaggi che la affollano, e ai quali riesce difficile non affezionarsi, la bella mugnaia Lucinda Pagnotta, personaggio centrale a mezza strada fra la maga Circe e l’ariostesca Angelica, che fa girare la testa a tutti gli uomini del paese cagionando un rapido e irreversibile declino delle loro doti, vuoi atletiche, vuoi intellettuali, salvo poi mettere la testa a partito lasciandosi impalmare dal più improbabile degli spasimanti; il taciturno Sandalino che sembra accorgersi appena di stare al mondo e non dice mai niente di più se non “Mah”, “Boh”, “Eh”; un patetico venditore ambulante con un occhio di vetro azzurro e languido che scricchiola deliziosamente nell’orbita; il Meucci, ex-ciclista in perenne fuga o inseguimento solitari (e con fondati motivi!) che non si lava dalla nascita e leva il fiato a chiunque stazioni nei suoi paraggi, sotto le cui ascelle crescono funghi (e tanto altro); il trovatello senza nome, personaggio del momento più alto e meditato del libro, protagonista di un fulmineo, struggente Bildungsroman in miniatura.

Anche oggetti e animali agiscono, discorrono, nutrono sentimenti, mai in modo così poco  spontaneo che il fenomeno perda in verosimiglianza, che la finzione non riesca ben accetta: una bicicletta-fantasma dall’indole indocile e beffarda che sfreccia per il paese senza nessuno in sella; un uccello cleptomane; due scarpe spaiate che anelano a non separarsi; libri che conversano fra loro con scaltrita e malinconica consapevolezza letteraria; e il bacopino, sfuggente creatura che non si mimetizza nello spazio ma si cala nelle pieghe del tempo…  L’originalità delle invenzioni non viene mai meno: un pozzo dal quale, calando un secchio, si possono recuperare coloro che, per sbaglio o per avidità, vi erano caduti (e ascolteremo le loro storie, singolari o abbiette); un campanile pericolosamente traballante, nel quale nemmeno i piccioni si azzardano più a fare il nido; un retrobottega vasto quasi quanto la Normandia…

A queste vicende, attorno alle quali ruotano tanti altri personaggi, delineati con sicura penetrazione psicologica, si intrecciano quelle del paese limitrofo, dove tutti – anche gli animali – hanno una gamba (o zampa) di legno.

Una raccolta di venticinque racconti, vergati in uno stile essenziale e versatile, castigato e insieme brillante, ciascuno dei quali a sé stante, ma che si compongono in un quadro di salda unità nella rievocazione onesta e gentile di un sano microcosmo provinciale al crepuscolo, la cui lettura si addice ad adulti come a bambini; un libro pieno di trovate ingegnose, che coniuga spunti ameni con passaggi velatamente malinconici, talvolta persino un accenno di dramma, mai però la tragedia – anche se qualche morto, qua e là, c’è, come nella vita di tutti noi.