I baffi, ovvero la condanna alla lucidità
@Amedeo Ansaldi, 16 marzo 2026

I baffi (La moustache, 1986) che danno il titolo al bellissimo romanzo di Emmanuel Carrère erano da sempre il tratto distintivo del suo incontrastato protagonista, un architetto parigino del quale viene taciuto fino alla fine il nome: una cronaca lucida, spassionata, impietosa ma non cinica, del progressivo naufragio di una mente.
La narrazione si apre, piuttosto in sordina, con quello che appare niente più che un innocuo capriccio: radersi, dopo tanti anni, prima di andare a cena con la moglie Agnès da una coppia di amici, tali Serge e Veronique – capriccio ispirato dall’innocente curiosità di osservare la reazione di sorpresa che la novità certamente provocherebbe in tutti quelli che lo conoscono. Dopo averla tanto pregustata, resta frustrato nelle sue ingenue aspettative dal fatto che nessuno – né la compagna di una vita, né gli amici, né, nei giorni successivi, i colleghi dello studio – sembri accorgersi di quella drastica rimozione. Di fronte alle sue velate proteste, ai suoi impliciti richiami tutti, unanimemente, con la massima serietà (e un principio di preoccupazione riguardo al suo stato mentale), convengono che egli non ha mai avuto i baffi.
Fin qui potrebbe trattarsi di uno scherzo abbastanza gratuito e insulso, condotto, peraltro, con consumato talento attoriale e protratto oltre qualsiasi decenza. Invece è soltanto l’inizio di una grottesca tragica odissea.
A nulla serve mostrare ad Agnès le vecchie fotografie nelle quali sfoggia l’inconfondibile attributo, che campeggia orgogliosamente sotto al suo naso: è l’unico a vederlo. Presto non si tratterà più semplicemente dei baffi; la vita tranquilla e metodica del poveruomo verrà scossa da un’incalzante catena di rivelazioni: Agnès, il giorno appresso, sostiene candidamente di non sapere chi siano Serge e Veronique; dei suoi genitori, regolarmente frequentati, apprende che è ancora viva soltanto la madre; e l’indimenticata vacanza a Giava non sarebbe mai avvenuta…
Da un giorno all’altro si ritrova solo con la sua memoria mutilata, defraudato di porzioni sempre più ampie del suo passato. La realtà circostante poco alla volta frana, tradisce, si trasforma in un enigma impenetrabile. Fra lui e Agnès – meglio, fra lui e il mondo circostante così come lo aveva conosciuto fino a quel giorno – si scava un baratro d’incomunicabilità che sempre meno l’amore coniugale, la saldezza di amicizie di lunga data, il virile cameratismo fra colleghi arrivano a colmare. Si crea una frattura che niente potrà più saldare.
In questa inopinata, vertiginosa caduta negli abissi della mente, le facoltà logiche del protagonista senza nome non capitoleranno tuttavia mai; le interminabili febbrili sottilissime elucubrazioni, fonte di ipotesi fra le più sofferte e fantasiose, le acuiscono anzi in misura insopportabile.
All’inizio scambia, com’è naturale, l’incredulità e la costernazione degli altri di fronte al suo – presunto – delirio per una beffa di dubbio gusto, addirittura una macchinazione indecente, ordita dalla moglie a fini misteriosi, imperscrutabili, e dalle dimensioni pressoché universali, dato che vi prendono parte – per incredibile che sembri – anche il tabaccaio della rivendita sotto lo studio, conoscenti remoti, gli stessi passanti; ma a questo stato d’animo di rabbiosa indignazione subentrano la cocente vergogna per i suoi grotteschi sospetti su Agnès, che la residua lucidità e lo stesso buon senso gli suggeriscono essere infondati, e il sospetto sempre più forte di star scivolando in una pazzia senza fondo.

Combattuto fra una collera impotente e ricorrenti acri rimorsi, avrebbe potuto – è vero – relegare quel curioso incidente fra le normali incomprensioni che sorgono fra persone; fra i piccoli guasti nell’ordine del mondo cui assistiamo tutti i giorni: faccende in qualche modo archiviabili, che non impediscono certo di continuare a vivere come prima. Purtroppo per lui, egli è incapace di voltare la testa dall’altra parte, di fare come niente fosse: a perderlo negli intricati labirinti della follia saranno, in primo luogo, il rovinoso impulso a preservare la propria dignità intellettuale e la sua strenua volontà di “comprendere”, quale che sia il prezzo da pagare. La perdita del senno – sembra suggerirci l’autore – non è mai inscindibile dall’esercizio dell’onestà di pensiero; nessuno impazzisce, se non per una forma di coerenza speculativa sostenuta, se necessario, fino all’autolesionismo.
Posto di fronte a interrogativi irriducibili, nel suo forsennato vaneggiamento, infine è lui – lui molto più dei personaggi sani e irrilevanti che gli fanno da cornice – a esplorare la realtà fino ai suoi estremi confini, laddove un uomo è costretto a rimettere in discussione la sua stessa identità biografica.
Non rappresenterà una possibile àncora di salvezza – un salvifico diversivo – neanche la convulsa, inconsulta fuga agli antipodi, in una Hong Kong che – tra insegne pubblicitarie gigantesche, il frastuono di un traffico interminabile, una fitta folla estranea e indifferente – non presenta nulla di esotico. L’illusione, folle e inebriante, di dimenticarsi di sé stesso, di ricominciare da zero la propria vita lasciandosi alle spalle per sempre l’incubo parigino, la moglie, gli amici, i colleghi, gli offrirà scampo solo transitorio alla totale degenerazione, fino all’adempimento ultimo del destino nell’ex-colonia portoghese di Macao.
Raramente l’insorgere della demenza in una mente è stato illustrato in termini tanto vividi, con precisione così crudelmente dettagliata; raramente la vertigine dell’esistenza resa con altrettanto sgomentevole evidenza come in questo romanzo puntigliosamente calibrato, che si legge con avidità e partecipazione emotiva rinnovate a ogni pagina.
Emmanuel Carrère
I baffi
Adelphi, 2020

