Parma? il loggione più famoso!

Parma? il loggione più famoso!

@Antonio Castronuovo, 28 gennaio 2026

Se qualcuno non è mai stato nel loggione di un teatro d’opera – la galleria a posti economici ricavata sopra gli ordini dei palchi – si è perso una bella esperienza: si sta lassù appollaiati e abbastanza scomodi, il palcoscenico è un po’ lontano ma l’acustica funziona, forse perché i suoni si portano verso l’alto e si spargono a ombrello, lassù. Oggi l’esperienza è quella del posto economico e della possibilità, comunque, di ascoltare l’opera, pagando lo scotto della panca dura. Ma offrire panche dure non è un carattere originario di Bayreuth, il tempio del wagnerismo? Perché insomma, diciamolo, l’arte bisogna soffrirla.

Non è stato così fino a qualche decennio fa: dai primi dell’Ottocento – dalla nascita insomma del melodramma romantico – e per due secoli buoni il loggione era un mondo mitico e d’immensa vivacità: il luogo dei loggionisti, lo speciale spicchio di antropologia lirica che conosceva alla perfezione le opere, interveniva con una sassaiola di motteggi e fischi o viceversa di applausi quando la grande voce – fosse tenore, soprano o quant’altro – interpretava le grandi arie, romanze e cabalette del repertorio.
E Mauro Balestrazzi in quel mondo ci ha vissuto, ha visto, sentito, agito e ha ora le carte in regola per poter pubblicare Mentre un grido vien dal cielo, delizioso saggio di storia della ricezione e della cultura, una circostanziata ed emotiva narrazione del ‘suo’ loggione, ovviamente quello di Parma, perché «a Parma il loggionismo è un sentimento dell’anima», e stiamo parlando del Teatro Regio che, «con tutto il rispetto per gli altri teatri, anche quelli più importanti come la Scala, è, o almeno è stato, il loggione più famoso del mondo». E la ragione l’autore la sbozza subito: i loggionisti di Parma sono diversi dagli altri per l’atmosfera particolare di questo teatro e perché non sono affatto passivi ma protagonisti.

Dalla soglia di queste osservazioni si muove un volumetto colmo di storie ed emozioni, una brillante sequenza di fatti che, dalla nascita della leggenda e dalla storia stessa del teatro in quanto edificio, passa poi a narrare i casi del loggione vissuto dall’autore e, in certo modo, da tutta la città, elencando fischi ma anche fiaschi: ben sessantadue in ottant’anni, dal 1830 al 1910. Insomma, questo loggione era spietato: una comunità criticamente armata, che non perdonava le voci precarie, e nemmeno le personalità mediocri o le deboli presenze sceniche.

Un gran bel libro che parla di Parma, ma parla dell’Italia e di quella scuola di democrazia che è stato il loggione («perché non contava la provenienza sociale e non si discriminava fra il professionista e l’operaio, fra l’insegnante e l’artigiano»: la differenza era fatta dalla conoscenza di opere e cantanti). E parla anche di un impressionante carattere del vecchio loggione: «La coralità e l’immediatezza delle reazioni, il manifestarsi istantaneo del comune sentire, una sorta di pensiero collettivo che portava decine di persone diverse a esprimersi in perfetta sintonia nello stesso istante». Questo è stato il loggione di Parma, almeno fino a vent’anni fa, agli ultimi accesi festival, tra varie baruffe a sfondo municipale e verdiano.

Un libro di passione e di rigore, un singolare viaggio nel cuore musicale di una città musicalissima come Parma. Una lettura, infine, che galvanizza. Perché sia detto: chi ama l’opera lirica, un po’ sogna di far parte di un loggione che non c’è più, delle perdute onde di urla e arguti motteggi dialettali che potevano far cadere un’opera o un interprete, o anche dell’impeto di applausi che – al contrario – proiettava opera e artisti nel paradiso del successo.

 

Mauro Balestrazzi, Mentre un grido vien dal cielo. La leggenda del loggione di Parma: storie e memorie, Lucca, LIM, 2025