“Green Border”. Il confine verde tra respingimenti e accoglienza

“Green Border”. Il confine verde tra respingimenti e accoglienza

@ Rinaldo Caddeo, 15 febbraio 2024

Con ritmi, ora lenti, ora accelerati, stacchi, inquadrature ravvicinate, inquadrature dall’alto, orizzontali, sghembe, primi piani in movimento, a volte volutamente sfuocati o mossi o nebbiosi, campi lunghi, sonorità profonde, dilatate, fuoricampo, schianti, clic, fruscii, fischi, squilli, deflagrazioni, alternanza tra pause di attonito silenzio e frastuoni assordanti, il bianco e nero spigoloso, affilato, abrasivo, dolente, con radi ma intensi momenti di tenerezza o di esultanza o di ilarità, rammenta, anche per i temi affrontati, Schindler List di Spielberg.

Ma qui non ci sono massime, aforismi, proverbi. I dialoghi sono ridotti all’osso. Sono realisti, funzionali, senza un grammo di eloquenza. Parlano soprattutto le immagini, i gesti, le azioni, con il loro impatto urticante e i suoni che li accompagnano come ombre fedeli. La musica offre sporadici pianissimo di violino a-solo. Il resto sono le cose e le persone, le loro storie, le situazioni, a parlare sottovoce o a gridare da sole o tutte insieme.

Di che cosa?

Si tratta di una particolare, meno nota ma non meno gremita, rotta di emigrazione da Medio Oriente (Siria, Iraq, Afghanistan) e Africa in Europa.

«Non sono esseri umani ma armi di Putin e di Lukashenko puntate contro la Polonia. Proiettili viventi».

Chi pronuncia queste parole è un ufficiale di polizia che forma, nel corso di un briefing, le guardie di frontiera polacche. E come tali, non come persone o esseri viventi, vanno visti e trattati uomini donne e bambini che cercano di fuggire da guerre, eccidi, maltrattamenti, soprusi.

Ancora una volta, come per la persecuzione degli ebrei o di altre minoranze inermi nella storia, la disumanizzazione dello sguardo determina la trasformazione in cose delle persone, cose minacciose, armi in questo caso, che distruggono, deturpano e mettono in pericolo la nostra incolumità. È inevitabile, anzi necessario, neutralizzare questo pericolo mortale eliminandolo con la forza, senza il rispetto dei diritti umani o, più semplicemente, di quella pietà umana o di quella morale che ciascuno riceve dai codici fondamentali della religione e/o della famiglia.

Il film si divide in cinque parti: La famiglia, La guardia, Gli attivisti, Julia, Epilogo.

La famiglia è costituita da un nonno, due giovani genitori e tre figli piccoli. Scappano dalla Siria dove hanno subito, lo si scopre nel corso del film, angherie e torture da parte dell’ISIS. Sbarcano comodamente da un aereo, con visto turistico, all’aeroporto di Minsk, in Bielorussia. Ad essi si unisce un’intellettuale afghana che, a sua volta, fugge dalle vessazioni talebane riservate alle donne, come ben sappiamo, con speciale accanimento.

Ma le cose cominciano subito a andare nel verso sbagliato e non previsto dai nostri eroi: insidie di vario tipo, richieste continue di denaro, inganni, raggiri e poi violenze, gratuite brutalità. Dovrebbero attraversare il vasto spazio che divide la Polonia dalla Svezia dove li attende uno zio, là residente. Entrano in Polonia, i cellulari si scaricano. Privi di google-map vagano senza orientamento di giorno e di notte. Presto le guardie di frontiera li intercettano e li rispediscono con le buone (con l’inganno) e con le cattive (urla, pugni, calci e manganello) in Bielorussia. Qui vengono intercettati subito dalle guardie di frontiera bielorusse che, con ancora più brutalità e sadismo dei polacchi, dopo aver loro estorto tutto il denaro capitato a tiro, li respingono in Polonia, con molti altri fuggitivi, dove verranno di nuovo respinti in Bielorussia in una grottesca circonferenza Bielorussia-Polonia-Bielorussia, tendenzialmente, senza fine o che la sua fine e il suo fine trova nell’annientamento dei profughi medesimi.

Alla fine la nostra famiglia riuscirà a spezzare questo circuito vizioso e ad attraversare la Polonia ma due di loro, il bambino più grande e il nonno, in circostanze diverse, moriranno.

Il secondo capitolo del film, La guardia, è focalizzato sulla vita e sulla condizione non meno meschina, a volte abietta, delle guardie di frontiera, spesso costrette a fare quello che non avrebbero nessuna intenzione e voglia di fare.

Negli altri due capitoli, Gli attivisti e Julia, una psicologa che diventa attivista venendo fortuitamente e drammaticamente a contatto con gli emigranti, sono descritti l’impegno e l’attività di quei giovani polacchi che aiutano con slancio temerario e che assistono, a proprio rischio e pericolo, i migranti.

Nell’ultimo capitolo, Epilogo, si rappresenta l’accoglienza dei polacchi agli ukraini, soprattutto donne, bambini e animali domestici (cani, gatti, uccelli in gabbia) che fuggono dall’invasione russa e dai bombardamenti. Sono pienamente operative assistenza umanitaria e collaborazione tra forze dell’ordine e volontari: l’esatto contrario di quello che abbiamo visto nel resto del film. Siamo nel febbraio del 2022: in pochi giorni vengono soccorsi due milioni di persone. Una cifra spropositata rispetto ai gruppi relativamente sparuti di emigrati dei due anni precedenti. Sorge spontanea la domanda: allora è possibile e conveniente l’accoglienza? Potrebbe essere un guadagno oltre che un costo?

C’è un’altra protagonista che non è solo uno sfondo: la natura.

La vediamo dall’alto, a volo d’uccello, nella prima scena, l’unica a colori, in forma di foresta di larici, sconfinata, tenue verdità, che poi diventa grigia o nera, con i giorni e le notti che si susseguono dolorosi. La foresta è rifugio che protegge, aiuta a nascondersi ma è piena di insidie, come le paludi in cui annegherà il piccolo Nur.

Sono anche le apparizioni, istantanee e silenziose, di alci, di lupi. Epifanie di un aldilà senza tempo. Irrompono all’improvviso. Ci osservano. Sembrano interrogarci. Durano pochi attimi di stupore, di incredulità. Che cosa sono loro per noi? Che cosa siamo noi per loro?

Infine c’è una vasta formazione a v di uccelli migratori che copre all’improvviso tutto l’arco del cielo e s’inabissa, in pochi istanti, là in fondo, lontano, simbolo fragile, delicato ma ostinato, di libertà.

GREEN BORDER

Regia: Agnieszka Holland
Con: Behi Djanati Atai, Agata Kulesza, Piotr Stramowski
Nazionalità: Polonia
Durata: 147 min
Distribuzione: Movies Inspired, Circuito Cinema
Uscita: 8 febbraio 2024

Premio Speciale della Giuria alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2023