“Una minima infelicità” di Carmen Verde: il quieto inferno domestico della piccola Anna

Una minima infelicità di Carmen Verde: il quieto inferno domestico della piccola Anna

@ Amedeo Ansaldi, 22 dicembre 2023

 

 

Una minima infelicità (Neri Pozza, 2022) è un piccolo grande romanzo dalla misura classica, il cui esito, tanto ben calibrato, è dovuto con ogni evidenza al paziente e puntuale lavoro di lima dell’autrice.

Carmen Verde, campana di Santa Maria Capua Vetere (CE), ma residente nella capitale, prima della sua uscita si era già validamente cimentata nella narrativa, pubblicando diversi racconti in riviste, plaquette (ricordiamo almeno un Babbomorto) e antologie, ottenendo svariati riconoscimenti (al premio ‘Racconti nella rete’; al premio ‘Zeno’); è anche coautrice, con Alex Oriani, del romanzo a quattro mani Tutta la vita dietro un dito (Salani, 2019), menzionato al premio ‘Calvino’.

In questa sua ultima prova, romanzo d’esordio meritatamente candidato al premio Strega 2023 dietro proposta di Leonardo Colombati (v. s.), il lettore è introdotto poco alla volta, in uno stile sobrio e antiromantico, nel nucleo, se si vuole esile, ma molto omogeneo, della vicenda: la vita della protagonista Annetta Baldini (voce narrante), sullo sfondo della decadenza di una famiglia della media borghesia romana.

Il libro (il cui modello – azzardiamo – potrebbe essere Raymond Radiguet) procede per capitoletti densi e brevi; esemplari la marginalità della storia e l’ordinarietà dei personaggi.

Nel rispetto di una regola fondamentale della letteratura e dell’arte in genere – tanto spesso disattesa dagli scrittori esordienti (e non solo) – l’idea che sovrintende al romanzo scorre pudicamente sotterranea; il vero contenuto del romanzo resta sottaciuto, suggerito con discrezione.

La giovane Anna, sulla quale la natura sembra essersi risparmiata, riducendo la sua statura al minimo indispensabile, raccoglie l’eredità di una tara, o se si preferisce una segreta maledizione di famiglia (infelicità o follia) che si trasmette di generazione in generazione, seppure in forme dissimili, ai membri femminili della stirpe: la nonna Adelina, la madre Sofia Vivier, Annetta stessa. In questa vicenda privata e crepuscolare di donne, il signor Antonio Baldini, marito di Sofia e padre di Anna, compare occasionalmente, figura secondaria e sfuocata.

Per Sofia, irrequieta sentimentalmente, sposata a un uomo “troppo saggio” per quella che è la sua angusta visione del mondo, la mancata crescita di Anna, troppo vistosa per passare inosservata, è fonte di malcelato imbarazzo e di vergogna al cospetto del mondo esterno: tacitamente vietato anche accennarvi. Questa estrema reticenza, che equivale a una sottolineatura, dovuta a un malinteso senso del pudore, finisce per ingigantire, in luogo di attenuare, come si vorrebbe, l’importanza annessa al difetto fisico e isolare sempre di più la giovane rispetto al mondo esterno.

Sofia Vivier, preoccupata sempre e soltanto della propria (in)felicità, intrattiene squallide ed effimere avventurette galanti con uomini ambigui, opportunisti privi di scrupoli, delle quali il padre, sempre più ritirato in un doloroso silenzio, finge di non accorgersi; nella sua congenita insoddisfazione, Sofia soffre della sindrome da acquisto compulsivo: compra in continuazione oggetti costosi dai quali è invariabilmente delusa e che finiscono tutti fra la polvere di una cassapanca, deposito delle sue illusioni perdute; passa con estrema disinvoltura, eterna inappagata, dal possesso illusorio all’abbandono di uomini e cose; infine affoga, molto banalmente, la propria infelicità nell’alcool. Di certo non era fatta per essere madre. Dimenticare di andare a prendere Annetta a scuola diventa col tempo un’abitudine quotidiana. Non rivolge alla figlia un solo sguardo che non sia distratto o indifferente.

Annetta, che tanto più ama la madre infelice quanto meno ne è accolta, assisterà attonita allo sfiorire della sua bellezza; e neppure in sogno, dopo la sua morte, riuscirà a incontrare il suo agognato sorriso.

Il romanzo è la storia di un’educazione mancata, prima ancora che sbagliata: educazione che per un certo periodo verrà demandata a una volgare e impudente cameriera, Clara Bigi, raccomandata da una suora della scuola a presunto beneficio della moralità della bimba, che per qualche tempo, andando a colmare un evidente ‘vuoto di potere’ domestico, si insedierà al governo della casa e della famiglia imponendosi con intollerabile protervia a madre e a figlia, per una volta alleate nell’odio verso una terza persona. Scoperta la sua ipocrita indegnità, la governante verrà sollevata dall’incarico, evento col quale però è destinata a spezzarsi anche la momentanea complicità che in qualche modo, per la gioia segreta di Anna, aveva legato fra loro madre e figlia. (“Un nuovo silenzio cadde allora fra noi, occupando il posto che era stato di Clara”).

“E’ più facile capire le ragioni dell’odio che quelle dell’amore”, annota a questo proposito la voce narrante in un passaggio: e se l’avversione per la domestica è facilmente spiegabile, l’amore incondizionato per la madre distratta e fredda appare insieme caparbio e privo di fondamento.

Crescendo, Anna acquisirà consapevolezza della reiterata mancanza ai doveri coniugali da parte di Sofia; inoltre avrà tardiva e parziale contezza dell’antefatto familiare, la follia e la morte oscena della nonna Adelina, altro ‘argomento proibito’ nelle conversazioni domestiche.

La scoperta dell’infelicità segreta del padre, commerciante di stoffe di successo, indurrà Annetta a cercare tardivamente di avvicinarglisi: un timido tentativo votato al fallimento, causa la tenace riservatezza di entrambi, e che, dopo una gita al mare, non sortirà altro effetto che di sancire definitivamente la reciproca incomprensione.

Episodio cruciale, penosissimo e amaramente rivelatore, simbolo stesso della lontananza che li divide, traumatico per tutti e tre: Sofia passa eccezionalmente con la piccola Anna a salutare il marito nel suo negozio di stoffe (non lo fa mai); Antonio, forse soprappensiero, forse ingannato dalle luci soffuse, le stringe formalmente la mano come a una cliente qualsiasi.

La figlia comincerà a comprendere molte cose del padre solo quando questi è ormai in età avanzata, quando sarà ormai troppo tardi per recuperare anche questa occasione persa e non ci sarà posto, in lei, che per il rimpianto di una presenza mai davvero umanamente avvertita.

Il libro, percorso da un’ossessione a cui Carmen Verde impone una salutare sordina, colpisce per la sottigliezza di tante osservazioni. I personaggi del romanzo, in primo luogo la narratrice, sono condannati a una quieta infelicità che, nel rispetto di un travisato senso del decoro, non offre alcuna via di scampo.

Nella sua intransigente serietà, Anna sembra ancor più esposta a ricadere nella tara di famiglia, sempre più votata a una segregazione volontaria nella dimora avita.

La trama del libro, in effetti, evade solo occasionalmente, quasi clandestinamente, dal sacrario di Casa Baldini, quieto inferno della sua esistenza.

Carmen Verde

Del resto, nessun soccorso può giungerle dal mondo esterno: al di fuori della famiglia, Anna si imbatte in un’umanità insulsa e volgare, dedita in primo luogo a frodi e ruberie (Clara in casa, i commessi nel negozio del padre defunto, gli amanti a danno della madre fatua e sventata),mentre nei sordidi pettegolezzi della gente e in certe infami lettere anonime la nonna non è altro che una demente, la madre una volgare meretrice.

Dopo la morte di tutti gli altri membri della sua famiglia, Anna resterà (in buona sostanza si confina, corpo e anima) nella sua casa come in un museo, cercando di ricostruire la propria vita mancata attraverso le immagini seppiate di un passato immodificabile (quelle foto nelle quali il padre, essendone l’autore, non compare mai), una casa nella quale si aggireranno ancora a lungo, per tutto il resto della sua vita, i fantasmi dei congiunti scomparsi.

Il romanzo si chiude coerentemente su questa nota sconsolata, tranquilla; fino all’ultimo vi sono bandite le grandi passioni: l’infelicità è minima, ma fedele.

Motivazione di Leonardo Colombati per la proposta di candidatura di Una minima infelicità al Premio Strega 2023:

“Ho avuto la fortuna di seguire la materializzazione di Anna e Sofia – la figlia e la madre protagoniste del libro – da idee a compiuti personaggi letterari, con la sensazione che queste figure così sapientemente ritagliate abbiano tutte le caratteristiche per diventare come i geni delle favole arabe, così ingombranti e vitali da dover per forza uscire fuori dalle loro bottiglie: è il destino dei personaggi riusciti, più grandi delle opere che li contengono, a partire – dall’alto – da gente come Falstaff per finire, appunto, alla piccolissima Anna. Talmente piccola Anna, che deve per forza guardare tutti dal basso in alto: il che è un’ottima cosa per una macchina narrativa. Anche perché, per meritare lo sguardo della propria madre, Anna deve affinare il suo, concentrandosi proprio su sua madre come unico soggetto. È una scelta, una necessità, un atteggiamento che – senza svelare troppo le carte – ha a che fare con la letteratura: se, come io credo, il romanzo è l’arte di mettersi nei panni degli altri, quello di Carmen è un romanzo perfetto, per l’attenzione, mai giudicante, con cui la figlia posa gli occhi sull’oggetto del suo amore. La migliore letteratura è quella che, sotto traccia, trova anche il modo di riflettere su sé stessa. Carmen, con il suo stile elegante, ne è un esempio. Spero per il libro che trovi la sua strada. Carmen di sicuro l’ha già trovata. Mi auguro comunque che questa sua prima prova incontri il vostro interesse.”

 

Una minima infelicità

Carmen Verde

Neri Pozza, 2022