Il duo Dapporto-Fassari, in “Il delitto di Via Dell’Orsina”, un frizzante vaudeville in musica

Il duo Dapporto-Fassari, in “Il delitto di Via Dell’Orsina”, un frizzante vaudeville in musica

@ Anna Di Mauro, 24 febbraio 2023

Rispolverare un genere come il teatro di intrattenimento di fine Ottocento può sembrare anacronistico e incongruo in un tempo in cui il teatro civile dispiega le ali sovrastando con l’urgenza dei suoi temi la voglia di distrazione e svago degli spettatori. Eppure anche se di svago si tratta per questa commedia di Eugène Labiche,  firmata Andrée Shammah, regista sensibile e dedita tra l’altro alle riscoperte di autori del passato, lo troviamo argutamente intrecciato con una tematica che, sulla scia di Feydeau e altri commediografi francesi dell’epoca, prende di mira la società borghese con un atteggiamento critico che qui innalza la classica leggerezza del vaudeville a satira sociale e di costume, rendendo pregnanti le buffe disavventure di due borghesi il cui destino si intreccia tra innumerevoli equivoci dai risvolti esilaranti, creando occasioni di divertissement che comunque non lasciano dietro la porta strali contro una discutibile morale, e dove l’apparente  lieto fine  non riesce a coprire le fessure di un sistema scricchiolante.

Riadattata nel testo e trasposta negli anni quaranta in Italia dalla Shammah, in una briosa  e snella edizione affidata alla personalità artistica indiscussa di Massimo Dapporto coadiuvato dall’accattivante Antonello Fassari, la pièce, corroborata da un meccanismo sincrono perfettamente funzionante anche nell’artata scenografia, arricchita della presenza di due camerieri con un gap generazionale sottolineato dal testo,  offre spunti di riflessione a fronte di un discutibile comportamento dei due protagonisti, ex compagni di scuola, che si svegliano casualmente e inconsapevolmente  nello stesso letto in casa di uno dei due, ammogliato e benestante. Hanno le mani sporche di carbone, una gran sete e non ricordano assolutamente nulla della scorsa notte, ma dal giornale apprendono con raccapriccio dell’assassinio di una giovane carbonaia di cui si ritengono colpevoli. Da quel momento si adoperano per eludere la giustizia con tutti i sotterfugi e i mezzi a disposizione, persino i più efferati, pur di sfuggire al loro destino.

I due “signori” si trasformano così in due mostri sanguinari, evocando Macbeth persino nel ripetuto e inutile lavacro delle mani, che rimangono inesorabilmente sporche di carbone. Il mistero si scioglierà allegramente quando uno dei due si accorge che il giornale è di ben vent’anni prima, scagionandoli da quel delitto, ma non dalle manovre immorali di cui si sono macchiati, e di cui chiedono venia, consegnando le loro turpi azioni a un pubblico, si spera, indulgente, in nome del buonumore a cui mira lo spettacolo, senza tralasciare l’ombra delle cattive intenzioni dei personaggi.

Condito gradevolmente da musiche e canzoni, il duetto Dapporto-Fassari, perfettamente calzante, ben orchestrato e abilmente condotto, dà prova di una disinvolta prestazione attoriale che evidenzia le differenze dei due personaggi, un signore e un cuoco, pur se accomunati da un bizzarro incunearsi di eventi che li porta sullo stesso piano, pur se socialmente diversi, a sottolineare che la natura umana sotto le spoglie dei ruoli si rivela tragicamente simile. Dal mucchio non si salva nessuno: né la moglie, la sapida Susanna Marconi, apparentemente amorevole, ma in realtà attenta prevalentemente ai perbenismi delle relazioni sociali, né il cugino, dedito agli appetiti muliebri, né il vecchio cameriere che ha rubato ai padroni ogni giorno che Dio ha messo in terra, come viene rivelato nel buffo finale, e che prima di congedarsi e tornare al suo paesello consegna in eredità al giovane successore, sciatto e poco docile, la livrea settecentesca e un bigliettino, su cui sta scritto: ruba un po’ ogni giorno.  Sulla benemerita immoralità cala la tela, lasciando un vago sapore di déjà vu, irrorato dalla professionalità ineccepibile degli attori e della regia, uniti nello sforzo di dare vita a ciò che teatralmente appartiene a un genere frivolo…ma non troppo.

IL DELITTO DI VIA DELL’ORSINA

di Eugène –Marin Labiche, traduzione Andrée Ruth Shammah e Giorgio Melazzi

adattamento e regia Andrée Ruth Shammah

con Massimo Dapporto, Antonello Fassari,

Susanna Marcomeni e con Marco Balbi, Andrea Sofflantini, Christian Pradella, Luca Cesa-Bianchi

musiche Alessandro Nidi

scene  Margherita Palli

costumi Nicoletta Ceccolini

luci Camilla Piccioni

produzione Teatro Franco Parenti, Fondazione Teatro della Toscana

Al Teatro Verga fino al 26 Febbraio