I sogni di un gabbiano. Anton Čechov – Irina Brook – Pamela Villoresi in una performance con i giovani attori del Biondo tra vita e teatro

I sogni di un gabbiano. Anton Čechov – Irina Brook – Pamela Villoresi in una performance con i giovani attori del Biondo tra vita e teatro

@ Anna Di Mauro, 13 marzo 2023

Come uno stormo di gabbiani, gabbianelle, qua e là un gabbiano reale, tutti in volo sul palco, chi radente, chi en plein air, chi zoppicante, chi starnazzante, gli attori  di “Seagull dreams” svelano i segreti del mondo del teatro che si offre a scena aperta nei suoi riti preparatori, mentre il pubblico entra in sala, facendoci entrare nelle sue complesse, impegnative sfaccettature, in una full immersion di energico training prima di andare in scena, sulle note del leitmotiv del celebrato musical “Aquarius”, cantato  a squarciagola. Già nel titolo la regista Irina Brook annuncia l’attualizzazione del capolavoro cechoviano, intessuto di contemporaneità, tra videoproiezioni, cellulari, occhiali 3D, accenni a facebook, ad attrici contemporanee, alla marijuana, e dove la lingua russa diventa anglofona, in un approccio veicolato da Geoffrey Carey che vaga nella scena con irresistibile  ironia surreale, emblema di quel fallimento a cui soggiacciono tutti i personaggi perdenti di questo fulgido dramma sulla vita, sulla morte, sui sogni infranti e sugli insuccessi, tema ben presente nella vita di un attore e che la Brook assume come manifesto del suo percorso personale, stretto tra  teatro e vita, tra due giganti come il padre, il regista inglese Peter Brook  e la madre, l’attrice russa Natasha Parry, in una irresistibile fascinazione che la conduce sullo stesso sentiero. Le aspirazioni artistiche di Kostia e il suo calvario umano di figlio abbandonato e disprezzato sono al centro dell’opera del drammaturgo russo e quindi della rivisitazione di Irina Brook che inizia la pièce dalla fine, la morte di Kostia e la sua veglia funebre, per poi narrare a ritroso il pathos del giovane, fragile Constantin, aspirante scrittore, della trepidante Nina, aspirante attrice, stretti tra il sogno e la cruda realtà, lui della madre Arkadina, celebre attrice impietosa e indifferente nei suoi confronti, lei di un amore distorto per l’amante di Arkadina, lo scrittore Trigorin, che qui appare solo in video, che la abbandonerà, spingendola al degrado di una carriera infima nelle cittadine di provincia. Ricca di simbolismi, dal gabbiano ucciso da Costantin che vi si identifica come Nina, al lago, simbolo della solitudine dei personaggi, la pièce inalbera su questa piattaforma di perdenti la coppia dei due artisti di “successo” la matura attrice, la splendida Villoresi, nel finale ricomposta nel suo dolore di madre in un breve e straziante monologo di Medea, e  il qui giovane Trigorin, entrambi superficiali e vanesi, che sembrano confermare l’inevitabile sopraffazione a cui devono sottoporsi nella realtà i giovanili ardori del gruppo di teatranti  in scena, in questo caso del Biondo, allievi di Irina Brook, coinvolti nel progetto pluriennale “House of Us: La Madre”, le cui prestazioni acerbe e appassionate si inerpicano faticosamente sulle pareti scoscese del Gabbiano, inevitabilmente dominato dalla Villoresi e da Carey.  Tra scontri generazionali e cambiamenti epocali gli attori-personaggi si rappresentano nel loro doppio ruolo giocando tra le quinte, dietro, in un susseguirsi di ruoli reali e rappresentati, generando emozioni e riflessioni sulla realtà e la sua rappresentazione.

Una campagna-fantasma fa da sfondo meramente nominale a una scenografia di arredi urbani, da un tavolo a un bancone da bar, a un letto, dominata al centro da una toilette da camerino, una sorta di evocativa cornice/finestra che separa realtà e finzione, i due cardini su cui ruota tutto lo spettacolo. In questo malinconico e intimo lavoro corale si denuda in progress un destino comune, adagiato sulla superficie piatta di un lago-fantasma, simbolo dell’immobilità di un mondo a cui solo Arkadina è riuscita apparentemente a sottrarsi, sacrificando gli affetti alla carriera e alla vita cittadina, e a cui ritorna a fatica, sfiorando i suoi doveri di madre, sorella, per poi fuggire appena può, incurante del male di vivere del figlio e del fratello, per inseguire il suo sogno di eterna giovinezza, successo e amore. La cifra della rinuncia domina l’opera cechoviana, che si muove e si divincola vanamente in un presente asfittico, stretto tra un passato nostalgico e un futuro che ancora è inesistente. Ricordo e sogno: ecco la vita dei personaggi del Gabbiano. Eppure la caduta dei sogni suona lieve come una piuma in questa ambigua altalena tra la vita e il teatro. Anche la morte risuona da lontano e si fa leggera.

Alla trama già ricca e complessa, dove il disagio esistenziale di chi coltiva vanamente sogni tracima da ogni scena e da ogni personaggio, la Brook ha voluto inserire, cappello iniziale e commento finale, le parole di Ram Dass, alias Richard Alpert, psicologo ricercatore delle sostanze psichedeliche, che invita ad accettare la morte, “fine del nostro spettacolo” suggellando l’intensità di un’opera magna come il Gabbiano che nutre generosamente la riflessione della regista e dello spettatore di immortale, struggente poesia.

SEAGULL DREAMS

da “Il gabbiano” di Anton Čechov

adattamento, regia e video Irina Brook
traduzione e collaborazione artistica Alessandro Anglani
aiuto regia Valentina Enea

personaggi e interpreti
con Pamela Villoresi
Giuseppe Bongiorno, Geoffrey Carey, Emanuele Del Castillo, Miguel Gobbo Diaz, Monica Granatelli, Giorgia Indelicato,Giuseppe Randazzo

scene e costumi Irina Brook
luci Antonio Sposito
produzione Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con Dream New World – Cie Irina Brook

 

Al Teatro Verga di Catania fino al 12 Marzo