Il grido di dolore della “Medea” di Violante diventa monito per la Sicilia che uccide i suoi figli

Il grido di dolore della “Medea” di Violante diventa monito per la Sicilia che uccide i suoi figli

@ Antonia Giusino, 14-03-2022

Palermo, Piazza San Domenico, 10 Marzo 2022. Si sono da poco accesi i lampioni, le balate ricoperte di riflessi giallastri accolgono il calpestio di chi attende, quasi in religioso silenzio, l’ingresso nella chiesa prospiciente la piazza.

Il Pantheon degli illustri di Sicilia: la chiesa di San Domenico per una sera ha aperto le porte alla rappresentazione teatrale accogliendo Medea. Sarà il conosciuto mito greco che varca le porte di un luogo di culto? È quella stessa Medea che verrà rappresentata?

Il pubblico si accomoda nelle panche della chiesa. Un enorme velo, in cui è rappresentata la deposizione di Cristo, copre l’altare centrale e delimita lo spazio offrendosi come un’enorme quinta teatrale. Il palco è una nave greca posizionata a tre quarti della navata centrale e la platea abbraccia sia davanti che dietro la scena teatrale per aprirsi ad una coralità circolare.

Il centro della nave è illuminato da un’unica luce spot che circoscrive lo spazio scenico, quando d’improvviso un urlo straziante, un lamento profondo. E’ Medea che si rivolge a Giasone seduto su un trono davanti la prua della nave, fermo, composto, fiero, in silenzio.

Quando il verso diviene verbo, Medea, interpretata magistralmente da Viola Graziosi, parla a Giasone ricordandogli il loro passato, quando lei era pronta a fare tutto per il loro amore. La donna incede con passo fermo e la voce tonante narrando, di reminiscenze lontane al suo grande amore umano, al “Greculo”, così da lei battezzato, per il quale è fuggita dalla Colchide dopo aver ucciso il terribile drago che custodiva il Vello d’oro.

Più avanti il monologo cambia passo e con esso l’interpretazione della Graziosi, che muovendosi lentamente, guarda il pubblico e poi fermandosi spazza via i dolorosi ricordi. Medea vuole rivelarci un insegnamento di vita resole dalla madre e che la figlia non ha dimenticato: “Ciò che conta per una donna è la dignità, perché solo la dignità non ti rende preda.”

Un breve silenzio è rotto dai versi animali di Medea che squarciano le parole. Qui la Medea di Luciano Violante, ex magistrato e già Presidente della Commissione parlamentare antimafia, si tramuta: è una belva in cattività, preoccupata per i cuccioli deboli, indifesi, inappropriati alla vita che li attende. La scena, d’un tratto, si tinge di rosso mentre in sottofondo il Requiem di Giuseppe Verdi, unico sfondo musicale per l’intero spettacolo, accompagna Medea che uccide i propri figli. In scena l’azione si alterna alla parola, quasi fosse un inseguimento. La Graziosi rivela le sue grandi doti attoriali riuscendo a coniugare l’istintività animale dei gesti alla lucida espressione, analitica, feroce e risoluta di Medea. Senza paura, racconta di non aver avvelenato i propri figli con una delle sue erbe – di cui è profonda conoscitrice, lei maga – ma di averli uccisi con la lama, tagliando loro la gola: “con un colpo netto di guerra: colpisco, colpisco, colpisco”.

Medea è dunque invitata a salire sul Carro del sole, che altro non è che la stessa barca greca, unico elemento scenico dello spettacolo, mentre vede andar via Giasone, il perduto amore che l’ha costretta a efferati gesti. Il “Greculo” non proferisce parola lungo tutto il monologo, un silenzio sprezzante volto a sottolineare l’aggressività verso una qualsivoglia affermazione o gesto della donna che aveva amato, una donna disperata che assassina la propria prole per recidere qualsiasi legame con il marito Giasone, il quale chiede la mano di Creusa per accedere al trono di Corinto.

Seguendo alcune riletture del mito – Medea fuori di sé – in un primo momento trova nell’uccisione della giovane promessa di Giasone l’unica vendetta al torto subito per poi scegliere di sacrificare l’amore per i suoi bambini che sarebbero comunque stati uccisi per mani altrui in spire di dolori.

Luciano Violante

Questa Medea agisce con l’istinto di un animale, non perde la ferocia, ma non è solo tenebre e male perché fa luce, in questa trasposizione, anche su altri aspetti che alternano la maternità come generatrice e letale ad un tempo. Infine la dea mortifera, macchiata in volto dal sangue dei suoi figli, intraprende il viaggio sul Carro d’oro verso quella terra a tre punte che è la Sicilia. La meta non è casuale. La donna, ancora sconvolta per il gesto compiuto, approda in un luogo dove vivono uomini che hanno permesso l’uccisione dei loro figli migliori. Il riferimento è chiaro: la morte di Falcone e di tutte quelle persone presenti in quella tragica giornata che viene portata in luce. La Sicilia si mostra nelle sue più grandi contraddizioni, come madre terra che genera figli illustri e al contempo matrigna crudele che li assassina. Madre di quei figli che lottano per non renderla schiava e al tempo stesso madre di quei figli che uccidono, che hanno ucciso Falcone nel lontano 1992.

Lo spettacolo si conclude con Medea che suggella il monito: “Basta! il perdono ha chiuso i cancelli, è finito il tempo della misericordia, i giusti ritorneranno”. Il suono di una tromba eseguito da un maestro della Banda musicale della Polizia di Stato accompagna la donna mentre si dirige verso la poppa della nave ed avanza verso la navata laterale dove è sepolto Giovanni Falcone. Sulla lapide le parole del magistrato, per non dimenticare:

“Gli uomini passano, le idee restano; restano le loro tensioni morali, che continueranno a camminare sulle gambe degli uomini. Ognuno di noi deve continuare a fare la sua parte, piccola o grande che sia”

Più che donna maga e dea, questa Medea è allo stesso tempo forte e indifesa, ma sempre e comunque onesta, ferma e fiera della propria dignità. Non si nasconde mai, non cerca sotterfugi, anche nel momento del climax dell’opera “l’uccisione della propria prole”, quando trasformata nel felino uccide i cuccioli più deboli che non sopravvivrebbero, non tace. Si racconta, esponendosi al giudizio altrui. Violante con la sua riscrittura è riuscito a portare la donna di un mito arcaico, “Medea”, nella contemporaneità, regalandoci una narrazione caleidoscopica e allo stesso tempo politica.

Viola Graziosi interpreta questo monologo magistralmente donandoci una Medea bionda, bella, femminile, ma anche feroce, animale, severa. Lungo tutto lo spettacolo riesce a canalizzare l’attenzione dello spettatore, diviene guida per attraversare luoghi, contesti e spazi temporali. Pur essendo sola sulla scena e interpretando un lungo monologo, l’attrice riesce a mostrare una molteplicità di voci e movenze, quasi come se una moltitudine di attori permettesse, nella varietà, di non abbassare mai la soglia dell’attenzione.

La regia di Giuseppe Dipasquale si avvale di poche misurate luci, appena qualche gelatina per sottolineare alcuni tra i momenti più importanti della narrazione, ed un unico elemento scenico, una nave greca. Il regista per questo contesto preferisce una scenografia asciutta ma ricca di significato, una nave che traghetta Medea nei diversi momenti del racconto, nave che pur non cambiando aspetto può mutare. E’ nave ma è anche Carro d’oro. Dipasquale è riuscito ad entrare in punta di piedi in un luogo ricco di storia, il Pantheon degli illustri Siciliani, regalandoci uno spettacolo puntellato da pochi elementi, raccontati e mostrati magnificamente.

Dopo il successo di “Clitemnestra” la coppia Violante-Graziosi ripropone una seconda, leggendaria figura di donna. La Medea di Luciano Violante, attraverso la potente interpretazione della Graziosi, porta così il conosciuto mito greco ai giorni nostri, ricordandoci che il teatro con le sue profonde radici ci permette sempre di pensare ancora ed ancora.

MEDEA

Di Luciano Violante

Con Viola Graziosi

Regia di Giuseppe Dipasquale

Produzione di Andrea Peria Giaconia

 

Chiesa di S. Domenico. Palermo