Alejandro Jodorowski, profeta della psico-magia: lo si può detestare, ma è impossibile ignorarlo. ’Opera panica’ al Teatro Il Maggiore di Verbania

Alejandro Jodorowski, profeta della psico-magia: lo si può detestare, ma è impossibile ignorarlo. ’Opera panica’ al Teatro Il Maggiore di Verbania

@ Amedeo Ansaldi (08-10-2020)

Verbania – In questo anarchico e visionario spettacolo che è Opera panica. Cabaret tragico dell’eclettico Alejandro Jodorowski sceneggiatore e regista cinematografico, drammaturgo, attore, fumettista e studioso dei tarocchi cileno (naturalizzato francese) – rappresentata il 3 e 4 ottobre al Teatro Maggiore di Verbania – confluiscono, in un processo creativo contraddistinto da una feconda contaminazione, motivi e suggestioni fra i più disparati: la patafisica di Jarry, il teatro dell’assurdo (Ionesco, Becket, Pinter), il surrealismo di André Bréton e Luis Buñuel, il teatro della crudeltà di Antonin Artaud, spunti cabarettistici, echi brechtiani, sincretismi religiosi, qualche spunto zen e frangia new-age, perfino rimandi rabelaisiani: un carosello palpitante, ma insieme straniato, di psichismi essenziali, tristemente ricorrenti nel mondo di oggi, restituiti in un linguaggio semplice, piano, quotidiano, che nasconde agli occhi dello spettatore inavvertito gradi di lettura più complessi.

Opera panica si riallaccia direttamente alla psico-magia, metodo di cura introdotto da Jodorowski in persona che, attraverso l’arte e i suoi rituali, assurti (o degradati, secondo il gusto e la sensibilità) a mero strumento terapeutico, si propone di far emergere ‘magicamente’ l’inconscio. La cornice ‘esoterica’ entro la quale si iscrive il testo nella vasta produzione del maestro esige un richiamo (almeno nei limiti in cui esso è realizzabile) al significato del titolo: l’opera si intende ‘panica’ non solo nel senso dell’ispirazione panteistica propiziata dal contatto con la natura in senso lato (in omaggio al dio Pan, satiro versato nell’arte divinatoria), ma anche in quello, più comune, ma ad esso strettamente collegato, di ‘spavento’, ‘paura irrefrenabile’ alla quale nessuno può sottrarsi. Nella convinzione che, nel pur angoscioso superamento di un trauma abrupto e inatteso, l’uomo possa divenire l’artefice del proprio destino, riappropriandosi di una vita a rischio deragliamento, la psico-magia postula che un forte shock emotivo (e segnatamente il compimento di un atto simbolico che funga da ponte fra conscio e inconscio) abbia la facoltà di sprigionare forze che altrimenti resterebbero sopite; procedimento ‘terapeutico’ che non si sottrae – rincresce rilevarlo – a una angusta e tutto sommato convenzionale, tutt’altro che anti-conformista,visione antropocentrica. L’acclamato e disturbante cult-movie di Jodorowski La montagna sacra (ed è solo un esempio fra i molti possibili), con i suoi reiterati massacri di animali sul set, propone un carosello di raccapriccianti violenze di indiscutibile impatto e talento visivi, di fronte alle quali nemmeno le – supposte – ‘esigenze’ artistiche del regista sembrano arretrare…1

Nulla di cruento, beninteso, sul palco di Opera panica. Neanche qui manca la crudeltà, che resta suggerita o evocata, non meno inquietante e incisiva per questo. Lo spettacolo consta di una ventina di mini-pièce: altrettanti visionari scorci esistenziali volti a trascinare sulla scena, volente o nolente, l’inconscio, vero incontrastato protagonista dello spettacolo; a rappresentarlo con la stessa spontaneità (beninteso, apparente) con cui nascono i sogni, nella implicita denuncia di nevrosi sociali e ipocondrie individuali sempre più diffuse e pronunciate nelle società contemporanee, sulle quali Jodorowski è estremamente critico. C’è, in questa ‘arte totale’ (panica, appunto), il disegno di far riflettere seriamente su sé stesso lo spettatore, pur nella felice comicità di tante sequenze (es.: il personaggio che attraversa ogni tanto il palco ricordando – con voce querula e strascicata, e del tutto a sproposito – che cinque per otto fa quaranta…). L’opera panica si pone alla ricerca del senso autentico, quantunque sfuggente, delle cose al di là della logica convenzionale; e in questo forse si avvertono remote influenze zen.

Gretti, stolidi, insulsi, i personaggi che si muovono – più spesso agitano – in scena sono quasi sempre di una volgarità e un cinismo esemplari, che producono effetti, talvolta irresistibili, di humour nero. Ma tutto è concentrato sul linguaggio; riprova indiretta ne è la sobrietà della scenografia (peraltro valorizzata da alcuni indovinati artifici, ad es.: la lente deformante attraverso la quale – all’inizio e alla fine della rappresentazione – parlano e gestiscono gli attori).

La scena muta continuamente, delineando situazioni diverse in rapida successione. I personaggi, spesso in una curiosa inversione dei sessi (attrici che interpretano ruoli maschili e attori che interpretano ruoli femminili), sono automi privi di vere passioni e sentimenti che non siano sordidi e meschini, e conoscono reiterati inconsulti accessi deliranti dando luogo a una angosciosa, crudele, gustosa galleria di vittime e carnefici, di pupazzi e burattinai che si agitano, gli uni e gli altri, come manichini grotteschi in un universo chiuso che non concede scampo.

Lo spettacolo ricalca la vita nella sua fondamentale incoerenza ma, senza avere la presunzione di rivelarne il senso, a tratti par quasi lasciarlo intravedere in squarci di verità subito abortiti nel susseguirsi incalzante degli sketch. Il tragico e provocatorio, talora crudo, cabaret, che include – in efficace contrasto – balletti e intermezzi musicali, è un magma incandescente che porta in scena personaggi e situazioni emblematici volti a sottolineare le tare e la natura tendenzialmente schizoide della nostra società: il soldato semplice che riceve ordini discordanti dai superiori, in eterna concorrenza e conflitto fra loro; l’ipermercato come insulso paradiso, regno di una libertà fittizia e volgare, davanti al quale fanno la fila, cercando di passare l’uno davanti all’altro, clienti famelici, ignobili; l’abbruttimento casalingo dei nuovi borghesi (la dipendenza esasperata dalla televisione, il brivido del karaoke, l’aspirapolvere lascivo); i servi che, nel rispetto di convenzioni a loro modo tranquillizzanti, implorano il padrone di dar loro quegli ordini dei quali non tollerano un’assenza prolungata; l’uomo caduto in piscina, che non sa nuotare e lancia disperati appelli ai suoi potenziali salvatori i quali, sul bordo della stessa, senza ancora muovere un dito, si attardano in flemmatiche discettazioni sull’opportunità o meno di intervenire in soccorso del disgraziato, fino allo scontato epilogo; gli idioti totali, ansiosi di sottoporsi all’ipnosi, il solo metodo grazie al quale potrebbero cominciare – esperienza per loro inedita – a pensare, curiosi di sapere finalmente che cosa si prova a farlo; l’esperto in domande e l’esperta in risposte, figure allegoriche forse un po’ troppo scoperte, che, trattenuti da una fune elastica, arrivano a sfiorarsi senza potersi mai incontrare; la coppia che non può sedersi a tavola e mangiare in tutta tranquillità, come pure desidererebbe, infastidita com’è dalle urla strazianti provenienti dall’adiacente forno crematorio; l’attore che ostenta modestia, in realtà avido di riconoscimenti ed applausi. Ma la mini-pièce più divertente è forse ‘Addio mondo crudele’ (almeno nella sua prima parte), nella quale un’aspirante suicida è indispettita fino all’isteria dall’impossibilità di attuare il proprio insano proposito per l’eccezionale lunghezza della canna del fucile, che le impedisce di puntarsi l’arma alla tempia e, contemporaneamente, premere il grilletto…

Questo ‘cabaret tragico’, euforico, spiazzante, vitale (gli attori devono dar prova anche di un’invidiabile preparazione atletica) è la rappresentazione di un mondo nel quale la razionalità è definitivamente tramontata; costituisce una ricerca cinica, grottesca, provocatoria del senso della vita, alla quale l’arte totale del maestro Jodorowski fornisce un ventaglio di soluzioni così variegato, e cangiante alla velocità delle immagini di un caleidoscopio, che vi si può smarrire; ma forse era proprio questo il suo intento sottaciuto… Per fortuna, come suggerisce lo stesso autore in apertura di sipario, a questo mondo “ciascuno è libero di scegliere la forma di follia che preferisce”.

1Com’è noto, lo stesso Jodorowski racconta (ne La danza della realtà) che a un famoso attore italiano afflitto da depressione consigliò, per guarire, di sgozzare un gallo sulla tomba di sua madre. Perché la psicomagia – sarebbe intellettualmente disonesto tacerlo – è anche questo: crudeli usanze ancestrali (i sacrifici animali) aggiornate con un freudismo d’accatto; aderenza stretta a inveterate superstizioni sciamaniche con l’appendice di una rudimentale psico-analisi.

OPERA PANICA. CABARET TRAGICO

di Alejandro Jodorowski

produzione del Teatro Franco Parenti e della Fondazione Teatro della Toscana

regia di Fabio Cherstich

interpreti Valentina Picello, Francesco Brandi, Loris Fabiani e Francesco Sferrazza Papa

performance musicali dei Duperdu (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf, interpreti nonché autori delle canzoni)