L’alta tensione non si addice al teatro. ‘Misery’ di Stephen King allo Stabile di Catania

L’alta tensione non si addice al teatro. ‘Misery’ di Stephen King allo Stabile di Catania

@ Loredana Pitino (02-02-2020)

Catania – In questi giorni al Teatro Stabile di Catania è in scena uno dei capolavori di Stephen King, Misery, su adattamento di William Goldman, lo sceneggiatore del film Misery non deve morire, col quale Rob Reiner, nel 1990, aveva portato sul grande schermo il romanzo. Una storia di orrore e follia ambientata in una desolata fattoria del Colorado dove vive, da sola un’infermiera di nome Annie Wilkes. Annie ha una sola compagnia nella vita: i romanzi scritti da Paul Sheldon, romanzi che hanno come protagonista la giovane eroina ottocentesca Misery.

Un giorno, durante una tempesta, lo scrittore, proprio il suo romanziere preferito, ha un incidente nella strada vicina alla fattoria e Annie lo salva, lo porta a casa, lo cura e lo sequestra. Da qui comincia l’incubo di Paul che si trova immobilizzato e costretto a subire quelle che in un primo momento sembrano essere cure ma in realtà nascondono la natura ossessiva della donna. Annie legge l’ultimo romanzo, appena pubblicato da Paul e scopre che la sua amata protagonista, quella che è diventata la sua unica compagnia, il suo alter ego, muore di parto e, quindi, la lascerà sola. Questo la donna non può accettarlo. Scatena così tutta la sua rabbia sullo scrittore che le ha fatto un simile torto e lo costringe, sottoponendolo a una serie di vere e proprie torture, a riscrivere il romanzo e riportare in vita Misery.

L’atmosfera di paura, dolore, solitudine, orrore vero e proprio è riprodotta sulla scena secondo gli schemi conosciuti del thriller: vento, rumore di passi, porte che sbattono, buio, il suono di una trasmissione radiofonica interrotto da interferenze. Il tempo infinito di Paul, costretto a letto e prigioniero della follia di Annie, è scandito dal ticchettìo di un orologio, un tempo che si popola di sogni e incubi.

Annie urla a Paul il suo dolore, gli dice che non è sola al mondo finché c’è Misery a farle compagnia, per questo cerca con ogni mezzo di indurre Paul a scrivere una nuova versione del libro. E quando Sheldon si rifiuta, lei, dopo avergli negato le medicine e quindi sfinendolo nel dolore, gli ricorda che uno scrittore è Dio per i suoi personaggi e come Dio può fare tutto. Misery deve vivere e lei lo aiuterà a trovare la formula per rendere credibile il suo ritorno. Paul è come un topo in trappola, come quel topo che Annie cattura in cantina e che ucciderà con le sue mani, in un fiume di sangue davanti agli occhi sconvolti di lui. Tutte le azioni dell’infermiera sono frutto di un delirio che nasce dalla solitudine e dalla follia.

Paul cercherà in ogni modo di liberarsi, tenterà di drogare Annie, di chiedere aiuto col telefono, ma tutto sarà inutile. Persino lo sceriffo che, allarmato dall’agente di Paul che lo cerca e insospettito dal comportamento della donna, proverà ad entrare nella casa e scoprire il sequestro, verrà ucciso da lei. Finché, con la stessa macchina da scrivere che Annie ha comprato per fargli modificare la vicenda di Misery, Paul riuscirà a spaccarle la testa. La lotta finale fra i due sarà terribile, violenta e forsennata. Sembrerebbero sconfitti entrambi, Annie con la sega elettrica in mano e la testa spaccata cercherà di fare a pezzi lo scrittore finché avrà forza.

Come nel romanzo, come nel film, dopo molti mesi Paul, che ha pubblicato Il ritorno di Misery con grande successo, è ospite di uno show televisivo e racconta del suo ultimo romanzo, quello che ha scritto anche grazie alla sua aguzzina. Aguzzina che lui ancora perseguitato dall’incubo vissuto, rivede nella valletta del presentatore, sotto altre vesti ma, evidentemente, ancora viva nella sua mente.

L’atmosfera claustrofobica della dimensione dell’orrore è resa magistralmente dalle soluzioni registiche, la scenografia tridimensionale restituisce allo spettatore la percezione dello spazio tetro, sporco, soffocante, con la sola finestra vicino al letto di Paul alla quale, però, lui non può arrivare. Il ticchettìo dei tasti della macchina da scrivere fa da sottofondo a una buona parte delle due ore e mezza di spettacolo, anche durante l’intervallo, lasciando così lo spettatore sempre immerso in quella dimensione di angoscia e inquietudine che è la cifra specifica di Stephen King.

Però il sangue che scorre, che macchia i vetri delle finestre, che riempie le mani di Annie e le lenzuola, le gambe fasciate di Paul e le pezze gettate nel secchio della spazzatura, tutta la suspense che si è cercato di ricostruire sulla scena non sono adatti alla dimensione del teatro. Lo splatter va bene al cinema, a certi generi cinematografici, in teatro sorprende fino a un certo punto, c’è troppa separazione tra lo spettatore e la scena, c’è quella parete invisibile che interrompe il filo della tensione e ridimensiona il thriller.

I due attori protagonisti, Arianna Scommegna, nei panni della schizofrenica Annie, e Filippo Dini nel ruolo di Paul, sono potenti nella loro interpretazione. Filippo Dini riesce a trasmettere con estremo realismo la sofferenza fisica e lo sforzo doloroso che ogni movimento costa a Sheldon. Tuttavia le emozioni non arrivano come dovrebbero; forse l’alta tensione non si addice al teatro, non in questa forma almeno.

MISERY

di William Goldman
tratto dal romanzo di Stephen King
traduzione Francesco Bianchi
con Arianna Scommegna, Filippo Dini, Carlo Orlando
regia Filippo Dini
scene e costumi Laura Benzi

produzione Teatro Due Parma, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino