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Essere o non essere buoni? Il binomio Brecht-Strehler nell’omaggio di Monica Guerritore

Essere o non essere buoni? Il binomio Brecht-Strehler nell’omaggio di Monica Guerritore

@ Anna Di Mauro (25-01-2020)

Catania – Il dubbio amletico incombe sulla visione manichea introspettiva di Bertolt Brecht nell’opera teatrale “L’anima buona di Sezuan”, dove il binomio bene-male è trattato con la consueta ironia dal grande drammaturgo, riportandoci alle fascinazioni del “doppio”, all’inquietante atmosfera del Dottor Jekyll di Stevenson del 1886 o in tempi recenti al Visconte dimezzato di Calvino. Leggenda del teatro epico, scritto nel 1939 e rappresentato durante la seconda guerra mondiale per la prima volta a Zurigo nel ‘43, nel 1981 andò in scena al Piccolo Teatro di Milano in una regia storica di Giorgio Strehler che ritorna sui palcoscenici con la regia di Monica Guerritore, ispirata al grande maestro, per consegnarci una rivisitazione fedele e rispettosa del capolavoro brechtiano. Un evento atteso tra curiosità e nostalgia. Scritta in un momento storico nevralgico tra le due guerre mondiali, resa poetica e sognante dall’ambientazione esotica del Sezuan, l’opera narra della difficoltà di praticare il bene, incarnato nell’aggraziata e amorevole Shen Te, una prostituta, unica anima del luogo che ha generosamente accolto tre dei, sardonicamente avviluppati in clericali tonache, scesi sulla terra alla ricerca di anime buone. Il paradosso si sviluppa ulteriormente quando la bontà della donna, sobria e gentile nel suo vestito chiaro e cuffietta, viene da loro ricompensata con del denaro, che Shen Te investe in un negozio di tabacchi, per abbandonare il suo triste mestiere. Subito preda della miseria morale e materiale dei suoi compaesani, resi buffi da movenze grottesche, la poveretta, solo lei semplice e vera in mezzo a tanta goffa falsità, solo lei di buon cuore con tutti e tutto, incapace di arginarne i soprusi, si ritroverà a dover lottare con l’avidità aggressiva dei suoi beneficiati, fino al punto da inventarsi un alter ego, vestendo (magistrale la pantomima del suo ingresso in scena), i panni maschili di un proditorio cugino, Shui Ta, il male assoluto, che agirà con fermezza e “cattiveria” salvandola dai disastri della sua bontà. Innamoratasi di un giovane pilota, dopo un tentativo di matrimonio naufragato per la pochezza del futuro sposo, la disperata Shen Te, gravida, nei panni di Shui Ta indossati per difesa, verrà imprigionata e condannata perché sospettata di aver ucciso l’amorevole Shen Te. In un impeto parossistico di autodifesa la donna finisce per spogliarsi pubblicamente delle mentite spoglie. Simbolo della bontà ferita, alza disperatamente le braccia al cielo invocando: Aiuto! I suoi aguzzini, deposte le maschere dei loro miseri ruoli, la chiuderanno in un abbraccio solidale mentre la voce fuori campo di Strehler ci parla dell’amore nella toccante chiosa finale di un regista senza tempo.  Lo spettacolo si avvale del grande binomio Brecht-Strehler, reso coraggiosamente da un’attenta, lucida, partecipe regia, e dell’interpretazione vigorosa di una intensa Monica Guerritore, tenera e durissima nel doppio ruolo, validamente affiancata da un cast duttile e affiatato. La fedele ricostruzione scenografica con il palco rotante, la candida luna, la baracca sbilenca al centro della scena, i costumi, le luci, i movimenti di scena ci restituiscono un affresco prezioso, riportandoci magicamente al tempo in cui l’opera venne ideata e messa in scena, anche se sappiamo che non è “quella” messinscena. L’emozione è doppia, non senza qualche riflessione sulla “bontà” di un’operazione che rende omaggio ai due grandi maestri, ma vela la creatività della Guerritore regista, il suo personale codice interpretativo, qui necessariamente osservante, pur con qualche stralcio innovativo, come la voce struggente in sottofondo di Edith Piaf durante il banchetto nuziale, in una scena che ci riporta alla Gradisca in abito da sposa del Fellini di Amarcord.

Perde molto chi non ama…” dichiara Shen Te nonostante tutto, lasciando aperta la questione sollevata da Brecht e dai grandi della letteratura mondiale.

L’ANIMA BUONA DI SEZUAN

di Bertolt Brecht

Traduzione Roberto Menin

Musiche originali Paul Dessau

Regia Monica Guerritore

Ispirata all’edizione di Giorgio Strehler (Milano 1981)

Con

Monica Guerritore, Matteo Cirillo, Alessandro Di Somma, Enzo Gambino, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni, Lucilla Mininno.

Scene Luigi Damiani

Disegno Luci Pietro Sperduti

Costumi Walter Azzini

Coproduzione ABC Produzioni, La Contrada, Teatro Stabile di Trieste

Al Teatro Verga di Catania fino al 26 Gennaio