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Agata MOTTA- Vivere in bilico (Marco Taddei in “La signora Baba…” da Brecht al Libero di Palermo)

 

 

Teatro    Lo spettatore accorto



VIVERE IN BILICO

Una foto di scena

“La signora Baba e il suo servo Ruba” di Marco Taddei (da B.Brecht) al Teatro Libero di Palermo

 

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“Il giorno in cui saremo padroni di noi stessi da nessun padrone ci sentiremo oppressi”. Suonano bene e invitano alla riflessione questi versi posti a chiusura de La signora Baba e il suo servo Ruba, spettacolo scoppiettante e allegro ma nel contempo gravido di sostanza in scena al teatro Libero. Prendendo spunto da Il signor Puntila e in servo Matti, dramma didattico di Bertolt Brecht, Marco Taddei scrive un corto con il quale vince il premio Urgenze del Teatro Inverso di Brescia e nel tempo lo amplia fino a farne un regolare atto unico.

Di Brecht rimangono lo spirito sornione, la tematica impostata sulla relazione servo/padrone, gli inserimenti musicali attraverso le canzoni di Paolo Li Volsi, la recitazione smaccatamente esibita e priva di qualsiasi adesione naturalistica, che consente la distanza emotiva e la conseguente formulazione di un giudizio critico. Il resto appartiene a Taddei, che è anche ottimo interprete e agile regista, e alla pregevole compagnia NIM, costituita, oltre che da Taddei, dallo stesso Paolo Li Volsi, esilarante e disinvolto nella romanesca inflessione, e da un’esagerata e godibilissima Barbara Moselli che si presta ad un doppio ruolo.

Gli attori agiscono in scena in perfetta sincronia verbale e fisica, ritraendo con assoluta leggerezza uno spaccato sociale – contemporaneo e tangibile – di amara verità. Dalle guerre del passato all’attuale recessione economica, l’uomo vive sempre in bilico, senza certezze ma con tanti sogni, calato in realtà geografiche perennemente in urto: l’Oriente in cerca di benessere e di riscatto sociale contro l’Occidente che annaspa in un’opulenza di cartapesta incapace di confrontarsi con una crisi che investe i sentimenti e non soltanto l’economia.

Baba è un’anziana e tinannica donna che gestisce un avviato ristorantino con l’indispensabile aiuto dell’indiano Ruba e di una vecchia cameriera. Lo scioperato nipote spera che schiatti al più presto per ereditarne il locale, mentre il povero Ruba, con i suoi otto figli a carico, spera nella stipula di un contratto che lo faccia uscire dalla clandestinità. La signora schiatta davvero e il contratto non è stato firmato. Cambia il padrone, ma non cambiano le condizioni: un’ipocrita accondiscendenza, una falsa relazione amichevole, la  ventilata possibilità di uscire dalla cucina/prigione dentro la quale si trascina un’esistenza sottratta alla normalità.

Taddei capovolge con intelligenza il punto di vista, ci mostra con occhi di immigrato clandestino, superbamente veritiero nel linguaggio e nella mimica, un universo in cui i valori tradizionali – la famiglia, la religione, il rispetto per il lavoro, il peso di una promessa – sono capovolti o fraintesi e un modo di agire incomprensibile e meschino lontano anni luce dalle logiche schiette ed elementari del bisogno e della sopravvivenza. Guardarci nello specchio di quegli occhi fa sorridere, ma attraverso quel limpido stupore il grottesco dei nostri atteggiamenti si fa straripante e sommerge la buona coscienza di chi ritiene di essere sempre e comunque nel giusto.