Bartók tra i grandi, ma di tutti maestro
@Antonio Castronuovo, 11 ottobre 2026
Nei primi anni Sessanta Pierre Boulez indicò Stravinskij, Schönberg, Berg, Webern e Bartók come i «cinque grandi» della musica del Novecento: nel coro dei giganti anche Béla Bartók, finalmente, otteneva un degno scranno, quello addirittura del compositore «incomparabile e unico». Ciò nonostante, ancor oggi è per molti una figura accessoria, anche se fu lui a realizzare la più singolare emancipazione dalla tradizione romantica: non la spaccatura del canone tonale, ma la spettacolare assimilazione della melica popolare, che inseguì per la vita intera recandosi, munito di fonografo Edison, in remoti villaggi del bacino del Danubio a registrare e catalogare migliaia di melodie. La sua attività contribuì a fondare la moderna etnomusicologia e gli permise di distinguere la musica autenticamente contadina da quella “popolaresca”, mettendo così in discussione l’idea, legata alla tradizione lisztiana, che la musica zigana allora in voga rappresentasse il vero patrimonio popolare ungherese.

Ma la grandezza di Bartók non sta soltanto nella ricerca sul folclore. La vera rivoluzione fu trasformare quelle melodie nella componente organica di un linguaggio musicale nuovo. La tradizione popolare non è in lui citata o utilizzata come ornamento: diventa una forza capace di modificare dall’interno la musica colta. Nacquero così i capolavori della Musica per strumenti a corde, percussione e celesta, la Sonata per due pianoforti e percussione, la Cantata profana, Il mandarino meraviglioso, i quartetti e i concerti per pianoforte.
Dopo la morte – avvenuta negli Stati Uniti nel 1945 – Bartók fu giudicato da opposte prospettive. Lo zdanovismo sovietico lo accusò di formalismo, mentre l’avanguardia seriale di Darmstadt gli rimproverò il legame con il folclore e il mancato abbandono del tonalismo. Anche Adorno lo collocò in ambigua posizione, tra la modernità dei dodecafonici e il neoclassicismo di Stravinskij. La critica analitica avrebbe però mostrato quanto fosse riduttiva questa lettura: gli studi di Milton Babbitt, Ernő Lendvai ed Elliot Antokoletz hanno messo in luce il rigore delle strutture bartókiane, le simmetrie, i complessi rapporti intervallari, i sistemi tonali non tradizionali e l’elaborazione ritmica. Bartók si rivelò così non un compositore a mezza via fra tradizione e avanguardia, ma uno degli autentici innovatori del XX secolo.
Anche il suo rapporto con la cultura nazionale si dimostrò più complesso di quanto si fosse pensato. Bartók non studiò soltanto la musica ungherese, ma anche quella rumena, slovacca, serba, araba e turca. Il suo metodo era dunque già profondamente cosmopolita: la ricchezza culturale nasceva, per lui, dal confronto fra tradizioni differenti. La sua vicenda personale contribuì inoltre alla costruzione del mito di intellettuale democratico: l’opposizione ai totalitarismi, il rifiuto del nazismo e l’esilio americano alimentarono l’immagine di un “musicista della libertà”. In Italia questa interpretazione fu sostenuta soprattutto da Massimo Mila, che ne studiò a fondo l’opera e contribuì alla sua fortuna critica.
È su questa complessa eredità che interviene oggi Enzo Restagno con l’ampio saggio biografico e musicologico Bartók. Il maestro dei maestri, lavoro che ripercorre una delle figure decisive della musica moderna e lo fa sottraendolo, prima di tutto, alle definizioni troppo semplici. Bartók non è soltanto il grande compositore ungherese che seppe fondere musica popolare e modernismo, né semplicemente uno dei protagonisti delle avanguardie del primo Novecento: nella lettura di Restagno è un artista che conquistò la propria libertà attraverso l’ascolto e la ricerca, fino a diventare un punto di riferimento per le generazioni successive.
Il titolo del libro contiene già la tesi centrale: «il maestro dei maestri». Bartók fu infatti poco incline a seguire scuole, mode o programmi estetici precostituiti. La sua traiettoria attraversa il tramonto dell’Impero austro-ungarico, le guerre, il nascente nazismo e l’esilio americano, ma conserva una straordinaria coerenza. Proprio questa indipendenza, più ancora di un metodo compositivo esportabile, costituisce la sua eredità: Restagno vede in Bartók un esempio di libertà artistica conquistata attraverso un rapporto radicalmente personale con la realtà.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è il modo in cui la musica viene ricondotta alla vita senza che l’una venga ridotta all’altra. Restagno ricostruisce il percorso del compositore attraverso lettere, incontri, amicizie, paesaggi e opere, mostrando come la biografia di Bartók sia inseparabile dalla sua curiosità per il mondo sonoro. Le campagne di Ungheria, Romania e Transilvania, i canti contadini raccolti sul campo, diventano così non un semplice repertorio folclorico, ma il punto di partenza di una nuova idea musicale.
È proprio qui che si trova una delle chiavi della modernità di Bartók: nella capacità di far convivere la tradizione popolare con una scrittura radicalmente nuova. Dalle Danze popolari rumene all’Allegro barbaro e al Castello di Barbablù, Restagno segue il formarsi di un linguaggio nel quale materiali antichi e invenzione moderna entrano in una inconsueta relazione. Il libro acquista anche una dimensione storica: Bartók fu un compositore ammirato solo in parte dai contemporanei, mentre la sua statura si sarebbe rivelata pienamente alle generazioni successive. Il suo influsso, infatti, arriva ben oltre il contesto nel quale aveva operato, toccando compositori come György Ligeti e John Adams e attraversando esperienze musicali molto diverse, dalle avanguardie alla minimal music.
Restagno affronta questa vicenda con una scrittura che unisce competenza musicologica e qualità narrativa. È una scelta particolarmente felice per un personaggio come Bartók, la cui musica rischia talvolta di essere imprigionata in categorie: il libro invita a riconoscere nella complessità delle opere una storia profondamente umana, quella di un artista che – anche nei momenti di isolamento e incomprensione – non rinunciò alla propria traiettoria artistica.
Il risultato è dunque più di una biografia musicale. Bartók. Il maestro dei maestri propone una riflessione sull’idea stessa di maestria: il vero maestro non è necessariamente colui che fonda una scuola, ma chi lascia agli altri la possibilità di essere liberi. È forse questo il significato più forte del Bartók di Restagno: un compositore che non consegna agli eredi una formula da imitare, ma un modo di ascoltare il mondo. E proprio per questo, a distanza di decenni, continua a essere un maestro.
Enzo Restagno, Béla Bartók. Il maestro dei maestri, Milano, Il Saggiatore, 2026.


