Tra musica e silenzio: l’ultimo Schumann
@Antonio Castronuovo, 16 settembre 2026
Nel febbraio del 1854 Schumann tentò di togliersi la vita gettandosi nel Reno a Düsseldorf, ma fu tratto in salvo da alcuni pescatori e fu lui stesso, dopo, a chiedere di essere ricoverato. Entrò a marzo nella clinica privata per malattie mentali del dottor Franz Richarz a Endenich, vicino a Bonn e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel luglio del 1856. Da lì spedì lettere a Clara, a Brahms e al violinista Joseph Joachim, che questa edizione italiana curata da Filippo Tuena ripropone assieme a note diaristiche di Clara Schumann e altre carte, a ricostruire un prezioso dossier di documenti delicati ed enigmatici: cronaca di una malattia, ma anche estrema raccolta di frammenti di un’identità che – progressivamente isolata dal mondo – continuò a cercare mediante la scrittura il rapporto con la realtà.
Sono documenti che non coprono l’intero periodo di degenza; il nucleo principale va dal settembre 1854 al maggio 1855. Dopo l’ultima lettera, la voce epistolare di Schumann s’interrompe, ma non la sua vita, che perdura per oltre un anno. Un corpus epistolare esiguo ma decisivo, nel quale il compositore, nonostante il progressivo aggravarsi delle condizioni, mantiene con forza i tratti della propria identità di marito e di musicista.
Sono lettere da cui affiorano parecchie materie, come la continua attenzione per ricordi e oggetti del passato: Schumann chiede a Clara dove siano le sue partiture, le lettere, le poesie d’amore che le ha dedicato, l’album con gli autografi di Goethe, Mozart e Beethoven. Tenta di ricostruire la vita attraverso gli oggetti che la rappresentano, e chiede anche sigari, carta da musica, una cravatta.
Al centro resta sempre Clara, moglie e pianista. Robert ne ricorda i concerti, i viaggi per l’Europa, le interpretazioni di Beethoven, Chopin e Mendelssohn: sono meravigliosi «ricordi dell’anima», come le scrive il 12 ottobre 1854 (leggo le lettere di quell’ottobre con emozione, per le strane corrispondenze che la vita ci dona: furono scritte un secolo prima della mia nascita…). Altrettanto impressionante il rapporto con Brahms: Schumann segue con attenzione le sue composizioni e le commenta con precisione, tanto da far sembrare che conservi intatta la capacità di ascolto e di giudizio. Continua inoltre a occuparsi delle proprie opere, delle correzioni, dei cataloghi, delle edizioni.
Le testimonianze mediche confermano il deterioramento percettivo della realtà: compaiono allucinazioni, paure, discorsi incoerenti. La musica diventa perciò un rifugio e un sintomo: Robert trova nel pianoforte i suoi «momenti di beatitudine» (come scrive il 10 ottobre 1854) ma per altro verso ‘sente’ musica che gli altri non sentono… Sono momenti di confusione a cui si alternano fasi di lucidità e di affetto: con Brahms parla di musica, controlla partiture, suona a quattro mani. Brahms diventa anche il mediatore tra Robert e Clara, riferendo dell’uno all’altro e facendosi vettore di lettere e musiche.
Nel complesso una raccolta di documenti che svela i tratti della malattia e il progressivo distacco dal mondo di Schumann. E più la realtà si scolora, più Robert si aggrappa alla musica, a Clara, agli amici, ai libri: Endenich diventa lo spazio sospeso di una fragile realtà, in cui però sopravvivono ancora i lampi dell’artista, del marito e dell’uomo. È la ragione per cui queste lettere non devono essere assunte a mo’ di cartella clinica, ma come carte che lasciano emergere una pluralità di spiegazioni sulla malattia del compositore (fu sifilide? una forma di disturbo dell’umore? l’alcolismo?) e che rendono persuasiva, proprio nella loro frammentarietà, la natura delle testimonianze.
Il curatore non vuole ricostruire un’immagine definitiva del compositore, ma assume come punto di partenza l’idea dello specchio infranto, in cui si riflette l’immagine degli ultimi anni di vita di Schumann, una realtà impossibile da ricostruire nella sua integrità: le testimonianze restituiscono solo frantumi. Una metafora felice per Schumann, dal momento che il frammento è una forma primaria della sua poetica romantica: un’opera – la sua – di forme brevi, per una vita che, finita a frantumi, trova adesso collocazione in questo carteggio, al contempo documento biografico, testimonianza sulla malattia e libro che parla di musica, principale legame di Schumann con il mondo esterno.
In chiusura d’edizione, un cammeo di Francesco Maria Colombo riflette sul rapporto tra follia e creazione musicale nell’ultimo periodo della vita di Schumann, la cui malattia mentale non ha fatalmente determinato una musica ‘folle’: piuttosto, le ultime composizioni mostrano uno stile semplice, rarefatto e austero rispetto all’espressività dei capolavori giovanili, esito coerente di una evoluzione stilistica iniziata da tempo e in cui lucidità artistica e malattia già sembravano convivere. Scrive Colombo che le tarde pagine di Schumann, nella loro sconcertante, semplicità, «hanno il potere delle reliquie, morte spoglie nelle quali continua a pulsare e a effondersi il mistero». Come reliquia in vita fu Schumann a Endenich, genio che si spegneva, continuando però a effondere qualcosa di singolarmente inesplicabile.
Robert Schumann, Lettere da Endenich, a cura di Filippo Tuena, postfazione di Francesco Maria Colombo, Trieste, Italo Svevo, 2026.


