La fame di sapere: la vera storia di come il mondo ha iniziato a informarsi

La fame di sapere: la vera storia di come il mondo ha iniziato a informarsi

@Francesca Nepori, 22 ottobre 2026

L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi” di Andrew Pettegree è un saggio storico che ribalta molte delle nostre convinzioni sul modo in cui l’umanità ha iniziato a informarsi. Il fulcro della tesi di Pettegree, docente di Storia moderna all’Università di St Andrews, è che la nascita della stampa a caratteri mobili non ha affatto creato il giornalismo, ma ha trovato un terreno già fertile, popolato da una società medievale e rinascimentale affamata di notizie. L’autore ci ricorda fin dalle prime pagine come questo bisogno di informazione fosse radicato nel tempo, poiché «ben prima dell’invenzione della stampa o della possibilità di leggere un quotidiano, la gente desiderava essere informata». Molto prima dell’invenzione di Gutenberg, l’informazione viaggiava lungo reti capillari di mercanti, predicatori, canzonieri e locandieri, dove la parola parlata e il pettegolezzo di piazza costituivano il tessuto connettivo dell’Europa. Quando i primi torchi iniziarono a funzionare, la stampa non fu accolta come uno strumento di verità, bensì come un mezzo caotico, addirittura lento e inaffidabile. Per questa ragione, i grandi banchieri, i diplomatici e i sovrani continuarono a preferire per secoli gli “avvisi” manoscritti, considerandoli ben più preziosi e sicuri dei fogli stampati.

Questi avvisi manoscritti rappresentavano la vera spina dorsale dell’informazione d’élite nell’Europa della prima età moderna. Redatti da professionisti della penna, noti come menanti o gazzettanti, questi testi erano privi di retorica o commenti, concentrandosi esclusivamente su fatti nudi e crudi, come movimenti di truppe, esiti di battaglie, fallimenti di banche e decreti papali. Città come Venezia e Roma divennero i fulcri di questa vera e propria industria dell’informazione riservata. Pettegree descrive questi testi definendoli «ben informati, imparziali e rassicurantemente costosi» (well-sourced, dispassionate and reassuringly expensive), sottolineando come la notizia fosse una merce esclusiva acquistata da chi non poteva permettersi di basare i propri affari sulle dicerie della plebe. La stampa a caratteri mobili cercò di imitare questa rete, ma per lungo tempo rimase confinata alla propaganda religiosa o alla cronaca sensazionalistica di miracoli, mostruosità, funerali e matrimoni mentre il potere economico e politico continuava a scorrere attraverso l’inchiostro delle lettere private manoscritte.

Tuttavia, l’esistenza stessa degli avvisi dipendeva da un fattore logistico cruciale che Pettegree descrive con efficacia: l’importanza dei corrieri e l’efficienza dei sistemi postali. Senza una rete di trasporto regolare e veloce, qualsiasi notizia, per quanto cruciale, rischiava di trasformarsi in storia morta. Furono i grandi mercanti, insieme a dinastie postali leggendarie come quella dei Tasso (Thurn und Taxis), a tracciare le prime rotte stabili che univano le principali piazze commerciali d’Europa. I corrieri a cavallo non erano semplici fattorini, ma i custodi del tempo della politica e della finanza; la regolarità dei loro arrivi settimanali o bisettimanali impose per la prima volta un ritmo standardizzato alla vita pubblica, abituando la società a un’attesa periodica delle novità.

Nel Seicento, con il consolidamento degli Stati assoluti e lo scoppio della devastante Guerra dei Trent’anni, questa rete postale divenne il terreno di una spietata censura politica. I sovrani compresero rapidamente che controllare i corrieri significava controllare il potere stesso. I maestri di posta ufficiali vennero obbligati a giurare fedeltà alla corona e i governi istituirono i cosiddetti cabinets noirs, uffici segreti incaricati di intercettare le borse dei corrieri, dissigillare le lettere con il vapore, copiarne il contenuto compromettente e richiuderle senza lasciare tracce. Chi trasportava notizie non autorizzate o avvisi manoscritti critici verso il re rischiava l’arresto, la tortura o la confisca dei beni. Pettegree dimostra come la censura non colpisse solo la parola stampata, ma si accanisse innanzitutto sulle vie di comunicazione: l’obiettivo non era tanto educare i sudditi, quanto annientare gli avversari politici intercettando le informazioni prima che giungessero a destinazione. Quando nacquero i primi giornali stampati, gli editori dovettero stringere accordi con il potere, accettando di pubblicare solo notizie estere o approvate dallo Stato pur di poter usufruire della protezione e delle rotte dei corrieri reali.

Questa complessa macchina di controllo era la risposta tardiva del potere a quanto avvenuto un secolo prima, quando la Riforma protestante si era configurata come il primo vero evento mediatico di massa della storia umana. Pettegree analizza magistralmente come Martin Lutero non sia stato solo un teologo straordinario, ma il primo autore capace di sfruttare coscientemente le logiche del mercato editoriale introducendo il Flugschriften, il pamphlet o libello di poche pagine, scritto in volgare tedesco e non più in latino, economico da produrre e facile da nascondere. Le tesi e i sermoni di Lutero venivano stampati a ritmi vertiginosi, dando vita a un moltiplicatore mediatico senza precedenti: i testi venivano letti ad alta voce nelle piazze, cantati sotto forma di ballate dai menestrelli e discussi nelle taverne anche da chi non sapeva leggere. La Chiesa di Roma, abituata ai tempi lunghi della burocrazia manoscritta, si trovò completamente spiazzata da un’ondata di inchiostro che, nel giro di poche settimane, rendeva obsoleta qualsiasi bolla di scomunica. Per la prima volta, la stampa dimostrò la sua spaventosa capacità di mobilitare l’opinione pubblica su scala continentale, trasformando un dissidio teologico locale in una rivoluzione geopolitica che i sovrani avrebbero cercato di arginare, per i due secoli successivi, proprio stringendo il cappio attorno al collo dei corrieri e delle gazzette.

La traiettoria editoriale dell’opera riflette l’importanza internazionale della ricerca condotta da Pettegree. Il volume, pubblicato nel 2014 dalla Yale University Press con il titolo The Invention of News: How the World Came to Know About Itself, arrivò in Italia l’anno successivo, nel 2015, pubblicato dall’Einaudi nella collana La Biblioteca con la traduzione di Luigi Giacone. Nel 2026 una nuova edizione economica nella Piccola Biblioteca Einaudi.

Ciò che rende quest’opera un tassello fondamentale per la nostra comprensione del mondo è la sua capacità di risuonare con le dinamiche del nostro presente. Leggendo le resistenze dei contemporanei di fronte alla sovrabbondanza di fogli stampati, o i loro dubbi sulla veridicità delle fonti, è impossibile non tracciare un parallelo con l’avvento del web. Questa profonda diffidenza verso i nuovi media emergenti attraversa i secoli, tanto che l’autore riporta il caustico giudizio espresso a fine Settecento dal secondo presidente degli Stati Uniti, John Adams, il quale affermava amaramente che «negli ultimi dieci anni la stampa ha propagato più errori che nei cento anni precedenti». Pettegree dimostra che l’ansia informativa, la difficoltà nel distinguere il vero dal falso e la transizione traumatica da un vecchio a un nuovo ecosistema mediatico non sono affatto nevrosi della nostra epoca, ma dinamiche strutturali della storia umana.

Non a caso siamo oggi spettatori della quarta rivoluzione del libro. Dopo il passaggio da oralità a scrittura, da rotolo a codex, da manoscritto a libro a stampa, quello che stiamo vivendo è il passaggio dal cartaceo al digitale ma come nelle precedenti trasformazioni epocali non sarà quest’ultima rivoluzione a decretare la fine del libro.

Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi, Einaudi Editore, 2026