I “Racconti disumani” di Kafka al Maggiore di Verbania

I “Racconti disumani” di Kafka al Maggiore di Verbania

@ Amedeo Ansaldi, 22 aprile 2024

L’autore ebreo boemo di espressione tedesca Franz Kafka (Praga 1883 – sanatorio di Kierling [presso Vienna] 1924), la cui opera costituisce uno snodo cruciale nella letteratura della prima metà del XX secolo, tanto da essere emulata – talora sfrontatamente – da innumerevoli e spesso mediocri epigoni in tutte le lingue del mondo, scrisse, oltre ai tre fondamentali romanzi postumi Il processo (1924), Il castello (1926) e America (1927), settantacinque racconti, dei quali solo meno di una quarantina pubblicati in vita, parte in riviste, parte in singoli volumi. In un rilevante numero di casi, il loro protagonista non appartiene alla nostra – sopravvalutata – specie, si tratta bensì di un animale, non sempre precisamente determinato (in un caso, Il cruccio del padre di famiglia, addirittura di un oggetto animato, certo Odradek, vivacissimo rocchetto a forma di stella): Una relazione accademica, Sciacalli e arabi, La metamorfosi, Ricerche di un cane, Josefine la cantante o il popolo dei topi e La tana.
Non per questo il pensiero deve correre ai grandi favolisti della tradizione classica – Esopo, Fedro, La Fontaine – la morale dei cui testi è trasparente, quando non esplicitamente esposta; nelle esemplari, allusive parabole dello scrittore praghese il ‘significato’ più profondo resta indecifrabile, per quanto costituisca sempre una presenza viva, irrefragabile, incombente.
Le novelle kafkiane si pongono, seppure in modi fortemente originali, e sostanzialmente inimitabili, sulla linea di confine fra la tradizione talmudica, nella quale l’autore era certamente versato, e la modernità considerata nei suoi aspetti più inquietanti e angosciosi (la violenza impassibile della tecnica, l’imperscrutabilità e ottusità della burocrazia, la cecità della giustizia…) e si espongono, non meno dei romanzi, alla luce di un’analisi puntigliosa e implacabile della vita quotidiana, condotta con raro senso geometrico e sottintesi metafisici, in un clima di crescente oppressione che prelude a una catastrofe ineluttabile, talvolta solo presagita. Vergate in una prosa strenuamente anti-retorica, sollevano interrogativi di ordine universale ai quali non si può – non si deve – trovare risposta: racconti che non cedono alla protervia di una qualunque tesi o dimostrazione e che sopravvivono solo in quanto domande irrisolvibili.
“Kafka ci offre parabole che hanno trovato interpretazioni di ogni genere, politiche, esistenziali, religiose, sociali, ognuna delle quali riesce a illuminare soltanto un aspetto del suo mondo multiforme. Il simbolismo kafkiano non è tale per essere letto in funzione di un ‘contenuto’ particolare: i suoi racconti vibrano di suggestive risonanze delle quali non si vede la fine ma che toccano in profondità i problemi dell’esistenza come si presentano alla coscienza e agli istinti dell’uomo moderno” (Ervino Pocar e Johannes Hösle).
Nella sua visione del mondo e dell’assurdità che lo permea non vi è nulla di gratuito o polemico. C’è solo precisione millimetrica, il che non esclude beninteso struggenti squarci poetici, la partecipazione sentimentale – fortissima – o l’umorismo, ambito nel quale tocca vertici insuperati.
Al loro apparire sulla scena, i personaggi kafkiani possono sembrare avere la consistenza di marionette senz’anima, invece ci si accorge presto che ognuno di loro è, per prodigio d’arte, portatore di una propria palpitante insopprimibile verità.
Sul piano stilistico, come rilevato da Carlo Bo, “pochi sanno amministrare con così perfetta economia la pagina.” Thomas Mann poté definire Kafka “maestro della forma.”
Trattandosi qui di racconti che hanno come protagonisti degli animali non sarà forse fuori luogo segnalare come Kafka, secondo la testimonianza dell’amico ed esecutore testamentario Max Brod, fosse diventato, a partire dalla fine del 1911, per motivazioni precipuamente etiche, vegetariano di stretta osservanza e mangiasse prevalentemente “castagne, datteri, fichi, uva, mandorle, uva passa, zucche, banane, mele, pere, arance”: uno fra i molti motivi di dissidio colla tirannica eppure amata figura del genitore, che troverà lucida e drammatica espressione nella celebre Lettera al padre (1952), mai spedita al destinatario.
Giorgio Pasotti ha portato in scena lunedì 15 aprile, per la regia di Alessandro Gassman, al Teatro Maggiore di Verbania, ultima tappa di una fortunata tournée, due dei soprammenzionati testi kafkiani, riuniti sotto il titolo di ‘Racconti disumani’: Una relazione accademica e La tana, per un totale di poco più di un’ora di vibrante recitazione.
Nel primo il narratore, un primate zoppicante per una vecchia ferita infertagli dai cacciatori durante la cattura, tale Pietro il Rosso, del quale Pasotti, in marsina bordeaux e panciotto con lustrini, assume la gestualità – un po’ meno le sembianze – si rivolge a un nutrito consesso di accademici per illustrare con grande, sorprendente proprietà di linguaggio e il distacco che si conviene alla circostanza, la sua vita precedente di scimmia nella giungla africana, in Costa d’Oro, nonché le tappe del suo laborioso percorso di transizione verso lo stadio umano, culminato nella conquista suprema della favella: il viaggio su una nave, rinchiuso in gabbia; la cura e l’acutezza poste nello studiare il comportamento dell’equipaggio, al fine di penetrare la psicologia umana e ottenere quella facoltà di movimenti che era l’aspetto più increscioso della sua cattività; l’approdo nel porto di Amburgo; la conseguente rassegnazione a emulare – nei gesti, nelle abitudini, nell’intelligenza delle cose – la nostra specie per essere accolto nel suo seno, sia pure come curiosità biologica, e recuperare così un simulacro di libertà; la determinazione, infine premiata, a lottare per la propria sorte ed essere assegnato a un circo itinerante piuttosto che a un giardino zoologico, nel quale il suo destino sarebbe stato tristemente segnato; i suoi continui progressi sulla via dell’umanizzazione che lo condurranno fino a quel giorno insperato, a quell’aula, a quel discorso che si conclude con il sommesso invito: “Non si dica, chiarissimi signori dell’Accademia, che non ne valesse la pena.” Invito al quale siamo, per dire la verità, un po’ riluttanti ad aderire, sopravvivendo nel lettore – nello spettatore – il dubbio legittimo che Pietro stia cercando di persuadere, in primo luogo, sé stesso.
L’attore è illuminato dall’alto da un unico faro; tutto intorno è fitta oscurità. La scena è occupata solo da un trespolo e un leggio. Di grande effetto visivo l’accorgimento del tulle per scenografia (il cosiddetto velatino, un separé trasparente posizionato fra l’attore e la platea), sul quale vengono proiettate, oltre ai titoli di testa e di coda, come al cinematografo, immagini che si riferiscono via via, nel procedere del racconto, ai ricordi e alle vicende trascorse del narratore: enormi occhi gialli di scimmia all’aprirsi del sipario, il giorno della cattura, il viaggio via mare, la gigantesca bottiglia sul cui fondo ondeggia l’acquavite assecondando il rollio del bastimento, le virtuosistiche evoluzioni dei trapezisti al circo…
Ottime e calzanti le musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, che contribuiscono a sottolineare i passaggi più intensi del racconto.
Pasotti si cala con estrema determinazione ed efficacia in un ruolo nel quale a suo tempo si cimentò anche il grande Vittorio, padre del regista, quello di una creatura che non è più scimmia e non è ancora uomo: condizione suprema, rivelatrice, attraverso la quale più emblematicamente è denunciata l’universale impossibilità a cogliere la propria stessa essenza – comune e a scimmie e a uomini.
Meno convincente è sembrata la trasposizione del secondo “racconto disumano”. La tana, rimasto incompiuto, è l’ultimo racconto scritto da Kafka, e il secondo per lunghezza dopo il celeberrimo La metamorfosi. Si incentra sul tenace quanto spasmodico tentativo del narratore – animale imprecisato, al tempo stesso predatore spietato e preda potenziale di altre bestie, verosimilmente una talpa – di costruire una tana che lo metta al riparo dal mondo esterno e da tutti i nemici che lo popolano, il numero e la pericolosità dei quali sono forse esagerati dalla sua immaginazione. Ha creato nel corso degli anni un complesso sistema di gallerie sotterranee, all’incrocio fra le quali sono poste ingannevoli rotatorie, da cui si dipartono anche molti passaggi che sono in realtà vicoli ciechi che nelle intenzioni del costruttore hanno lo scopo di irretire nella loro scorribanda i temuti, potenziali invasori. Ampi depositi consentono la raccolta delle scorte di cibo. Nel cuore stesso di quell’intrico di tunnel e cunicoli è posta la munita piazzaforte. L’ingegnoso labirinto è l’opera di un’intera vita, peraltro mai conclusa, dal momento che richiede costanti, ossessivi, quasi deliranti interventi di manutenzione: nessun accorgimento, per quanto abile, vale infatti a rasserenare la povera bestia e a prepararla a una tranquilla vecchiaia – né le rare sortite, intraprese a scopo di caccia, rappresentano un grato diversivo, esponendola al rischio che la tana sia individuata dai presunti nemici. La comparsa di un sibilo di provenienza incerta, ora lontano, ora più vicino all’abitazione, la getta infine in una nuova spirale di angosciose premonizioni…
Non si può, alla lettura, non ammirare la vertiginosa capacità mimetica di Kafka, in grado di calarsi nell’animo di un animale e di fargli esprimere quei pensieri, quelle preoccupazioni, perfino quei sentimenti nel modo in cui li manifesterebbe se avesse il dono della parola. Naturalmente siamo perfettamente consapevoli che gli animali non conversano – non al modo nostro almeno – eppure quei discorsi, quei ragionamenti, quelle trepide perorazioni appaiono di una credibilità e un realismo sbalorditivi.
Il racconto, come accennato, rimase interrotto dalla morte dell’autore, e probabilmente doveva andare soggetto a ulteriore revisione formale. Nella rappresentazione diretta da Alessandro Gassman è ridotto a circa un terzo della lunghezza, ed è anche quello che presenta l’adattamento più vistoso. Il monologo è recitato con ostentata cadenza dialettale (scelta non felicissima) dall’ottimo Giorgio Pasotti, che indossa berretto e occhiali da aviatore vintage ed emerge a mezzo busto, passando febbrilmente da uno all’altro, da cinque-sei buchi scavati nella superficie in lieve pendenza della tana, resa con un piano inclinato. L’animale, assorbito dalle sue incessanti incombenze – necessarie o autoimposte che siano – si accomiata spesso dal pubblico (“Ciao!”) salvo che pochi secondi dopo la sua testa faccia di nuovo capolino da un altro buco per riprendere il discorso dal punto in cui era stato interrotto: espediente reiterato che alla lunga riesce un po’ stucchevole. La scenografia, per quanto più complessa e completa rispetto alla prima parte dello spettacolo, non è però altrettanto suggestiva. La recitazione di Pasotti, al quale sul piano dell’impegno non si può addebitare nulla, non trova in questo caso, nell’immedesimazione col personaggio, la stessa convinta determinazione; non rinnova il difficile equilibrio sperimentato con successo in Una relazione accademica. Il corpo a corpo con Kafka, un autore al quale bisogna sempre accostarsi con riverente cautela, non sortisce in questo caso gli esiti auspicati – non, almeno, in misura del tutto soddisfacente. Resta – con esclusivo riferimento a questa seconda parte dello spettacolo – l’impressione di un’occasione mancata, che non restituisce il clima inquieto e claustrofobico del racconto.
Al termine della rappresentazione l’attore, ansante e stremato dalla performance, molto impegnativa anche sul piano fisico, ha preso gentilmente congedo dal pubblico, ringraziando tutti i tecnici e collaboratori che hanno concorso con le loro impeccabili doti professionali all’allestimento dello spettacolo, giunto, come si diceva, all’ultima tappa della tournée. Pasotti è stato poi richiamato più volte sul palco dagli applausi scroscianti e meritati della platea.

RACCONTI DISUMANI

da Franz Kafka
Uno spettacolo di ALESSANDRO GASSMANN
Con GIORGIO PASOTTI
Adattamento Emanuele Maria Basso
Musiche Pivio e Aldo De Scalzi
Costumi Mariano Tufano
Light Designer Marco Palmieri
Videografie Marco Schiavoni
Produzione TSA – Teatro Stabile d’Abruzzo / Stefano Francioni Produzioni