Vesuvius ovvero la montagna che incanta
@ Francesca Nepori, 31 luglio 2026
La casa editrice Carocci ha appena pubblicato, nella traduzione italiana di Francesca Antonelli, Vesuvio Viaggi, arte e scienza nell’età delle Rivoluzioni di John Brewer (titolo originale Vulcanic. Vesuvius in the Age of Revolutions).

L’opera trae la sua principale linfa documentaria da un’eccezionale e rara fonte d’archivio custodita oggi alla Houghton Library dell’Università di Harvard: un prezioso registro manoscritto dei visitatori del vulcano risalente agli anni 1826-1828. Questo straordinario “libro delle firme”, sopravvissuto al tempo, contiene oltre 2.300 autografi corredati da commenti ironici, banali o solenni che svelano le reali motivazioni e le personalità di coloro che si accinsero a scalare la montagna eruttiva. Attorno a questo manoscritto, lo storico tesse una fitta rete di diari, lettere, articoli di giornale e trattati scientifici che restituiscono la vivacità delle storiche ascese al cratere. Tra i viaggiatori famosi e le personalità che popolano le pagine dello straordinario documento emergono lo scienziato francese Déodat de Dolomieu, che diede il nome alle Dolomiti, lo scienziato napoletano Teodoro Monticelli, il poeta inglese Percy Bysshe Shelley e l’eccentrico e corpulento Duca di Buckingham, che si faceva trasportare fin sulla cima del Vesuvio su una lettiga sorretta da ben dodici uomini. Nel libro non trova invece spazio Giacomo Leopardi, autore della celeberrima poesia La ginestra ispirata proprio alle pendici vesuviane. Questa assenza si spiega con i rigidi confini cronologici e tematici del saggio anglosassone, focalizzato sulla parabola del Grand Tour internazionale, sulla transizione verso il turismo di massa e su una specifica comunità di viaggiatori stranieri e scienziati istituzionali. Leopardi, che visse l’esperienza vesuviana in un isolamento privato e tardivo negli anni trenta dell’Ottocento, sviluppò una riflessione prettamente filosofica ed esistenziale sulla natura matrigna anziché un diario di viaggio documentaristico o un’indagine empirica in linea con i materiali d’archivio studiati dallo storico. Sul piano visivo, Brewer dedica ampio spazio all’impatto artistico dei dipinti del vulcano, spiegando come il Vesuvio sia diventato una vera e propria macchina di produzione estetica per l’Europa romantica (e non solo, pensiamo a Vesuvius, la famosa serie di dipinti che Andy Warhol realizzò nel 1985). Brewer elenca pittori straordinari come William Turner o i maestri tedeschi i quali immortalarono le spettacolari eruzioni notturne trasformando la lava in una perfetta metafora visiva delle passioni rivoluzionarie e del concetto di “sublime”. La pittura vulcanica di quel periodo non era una semplice riproduzione paesaggistica, ma un genere commerciale e culturale potentissimo che codificò l’estetica del terrore e della meraviglia, influenzando profondamente il modo in cui l’intera Europa immaginava la forza distruttrice e rigeneratrice della natura.
Il saggio si chiude con una profonda riflessione sulla mutazione antropologica dello sguardo umano: per quegli antichi esploratori, il Vesuvio era un abisso d’ignoto, una soglia d’avventura spirituale e scientifica dove sfidare le leggi della terra e confrontarsi faccia a faccia con il mistero primordiale e divino.
Oggi, quella stessa montagna sacra e terribile è stata addomesticata e trasformata in un’attrazione standardizzata per il turismo globale, un panorama da cartolina catturato in tempi rapidi che rischia di farci dimenticare la sua natura profonda di gigante in quiescienza (l’ultima eruzione risale al 18 marzo 1944) ma sempre pronto a risvegliarsi.

