Le prime “cose viste”

@Antonio Castronuovo, 6 agosto 2026

Le tante cose che Ugo Ojetti vide e scrisse in un profluvio di gradevoli pezzi pubblicistici, prima ancora di diventare i più noti elzeviri delle Cose viste costituirono la rubrica Accanto alla vita, che lo scrittore tenne settimanalmente, dal 1903 al 1912, su «L’Illustrazione italiana». E la tenne con il nickname di Conte Ottavio, protagonista del Cavaliere di buon gusto di Goldoni.

Nulla fuori luogo, dunque: Ojetti compilava le tappe ebdomadarie della rubrica da amatore di Goldoni e raffinato uomo di mondo settecentesco, calato di quella stendhaliana joie de vivre – fatta di cultura e tavola, amici e conversazione – che il Settecento ebbe la fortuna di vivere in intensa guisa. Sta di fatto che nel 1908 e 1909 l’autore raccolse parte di quegli articoli in due volumi intitolati I capricci del Conte Ottavio, mentre un terzo restò progetto incompiuto. Sono due volumi che il piccolo antiquariato offre a quotazioni non irrisorie, e cade dunque come garbato dono la piccola antologia di venti pezzi che l’altrettanto garbata casa editrice Succedeoggi porge in godibile volumetto.

Ci si trova di tutto un po’, e sempre restando appunto “accanto alla vita”: fatterelli pregiati o corrotti dell’Italia del primo Novecento, quella non ancora oscurata dalla Grande Guerra, arguti e giocosi, in vista della sconfinata ammirazione e simpatia che Ojetti nutriva per Goldoni e per la vita teatrale italiana, esplorata in quadretti in cui si miscelano – come fa osservare la curatrice Maria Pia Pagani – la tradizione del glorioso passato drammaturgico e i moderni stimoli di rinnovamento.

Tante le immersioni in un mondo che non c’è più, ma per il quale è facile provare un pizzico di estetica nostalgia. Assumo come esempio l’articolo del marzo 1905 Stenterello, Arlecchino e le maschere morte, in cui appunto si registra un minuscolo transito epocale. Assistendo al Teatro Quirino a una commedia comica con maschere tradizionali, Ojetti vi sentì la fine di una emozione: i lazzi e salti di Stenterello non facevano più ridere, anzi rattristavano, e per una ragione semplice e forte al contempo: «Stenterello non corrisponde più a nessun tipo vivo. Il servitore fedele, un po’ sciocco, un po’ assennato, il rappresentante del buon senso e dell’ingenuità popolana, non esiste più».

Ecco spiegato come muoiono le figure teatrali: quando non indossano più la maschera di creature presenti nella società viva e corrente, nemmeno come substrato simbolico. Però attenzione, non è detto che quella scomparsa sia un vantaggio: Stenterello «mostra quel che è», la sua figura è onesta e leale, e scompare perché dominano i furbi, i futuri signori che avrebbero di lì a poco occupato la scena dell’Italia novecentesca (nel Codice della vita italiana Prezzolini statuì già nel 1921 la frattura che da quel momento avrebbe solcato la società: i furbi e i fessi, con dominio incontrastato dei primi).

Le prime “cose viste” di Ojetti si spensero assieme all’Italia che, pur entrata nel Novecento, ancora guardava con malinconia alla beatitudine borghese del secolo precedente. Ojetti ne fece, come detto, due volumi, la cui fama non resse rispetto alle successive, più note e più mature Cose viste, articoli scritti a partire dal dopoguerra e pubblicati poi, lungo il Ventennio, in sette volumi. I precedenti Capricci restano a testimoniare un buon Ur-Ojetti e a svelare qualche scenetta di una società che, pur defunta, visse ottime aspirazioni e fantasie culturali. Il mondo cambia ma non cambia: c’è sempre bisogno di teatro, possibilmente di un buon teatro che faccia meditare su quel che siamo – e che fummo.

Ugo Ojetti, I capricci del Conte Ottavio, Roma, Succedeoggi Libri, 2025.