Il volto dell’ispirazione

Il volto dell’ispirazione

@ Antonio Castronuovo, 16 giugno 2026

Lo ammetto: quando ho ricevuto questo volume ho vissuto una doppia sensazione. Avendone colto l’annuncio di uscita, pensavo fosse nata una di quelle pubblicazioni che amo: i diari, specie se cronache intellettuali di una mente. E invece mi ci sono smarrito: una mole immensa (più di 500 pagine) di abbozzi narrativi, densi taccuini in cui Henry James raccolse, dal 1878 al 1911 (scomparve cinque anni dopo), centinaia di tracce, indizi e disegni di cose da scrivere; il primo concepimento, in forma di appunti di larga prosa, di pagine narrative da realizzare; abbozzi che coprono quasi l’intera sua epoca creativa. Insomma, uno straordinario contenitore di spunti, presagi e intuizioni che poi James ha sviluppato in racconti o in capitoli di romanzi. Una formula di diario che esiste, praticata da molti altri scrittori – quella del contenitore di idee da usare al bisogno, un po’ come gli album da disegno che i pittori si portavano un tempo a passeggio e su cui schizzavano figure e panorami – ma che qui sembra toccare un acme di quantità e densità.

Che gli abbozzi siano diventati fulcri di future pagine narrative oppure no, è infine irrilevante: entrati nel meccanismo dei taccuini non se ne esce più, come fossimo trattenuti da seduttivi tentacoli. La cosa prodigiosa del volume è che lo si legge come fosse costituito di pagine compiute: Henry James prende appunti in una forma che sembra quasi-definitiva e la lettura corre, insaporita da digressioni e subordinate che, seppur minime, illuminano la lente dell’attenzione. Tutto è nitido e consequenziale, come se ci si trovasse nell’opera, con la differenza che siamo invece nel bel mezzo di una moltitudine di frammenti, di confische fatte alla realtà senza dare nell’occhio: James si appropria di un dettaglio spiando da dietro un separé, testimone di episodi che possono diventare racconto, e li annota con la rapidità di chi sa bene quanto una cosa vista sia evanescente e si cancella presto dagli occhi se non si ha sollecitamente per mano una penna e un quadernetto.

E a quegli episodi inframezzate, ecco le riflessioni di James sul proprio scrivere, secondo un fenomeno anch’esso di rilievo: si percepisce come lo scrittore manifesti una crisi, quella dei valori della narrativa naturalistica, e sia stimolato allo sgretolamento dell’individualità, a quell’intimo monologo che prelude a lacerazioni molto novecentesche. Sono riflessioni sporadiche, che riescono però a costituire – come qualcuno ha talentuosamente detto – «una fenomenologia dell’ispirazione», il sistema aurorale dell’invenzione letteraria del grande scrittore.

Stuzzicante (stavo scrivendo “neurotonico”, termine che tuttavia non sarebbe fuori luogo) cogliere ad esempio in James le dinamiche dell’ispirazione, grazie a ciò che gli giunge dall’ambiente: «L’altro giorno, in casa di Mrs. Tenant ho sentito parlare di una situazione che mi ha colpito come un bell’argomento drammatico» (p. 116). Ma se l’ambiente è generatore di immagini feconde, sono poi le soccorrenti idee a costituire massima materia d’ispirazione: «Non si potrebbe cavar qualcosa dall’idea del grande (dell’insigne, del celebre) artista – nella fattispecie dovrà essere un letterato – che viene mostruosamente adulato, festeggiato, contattato per iscritto per ottenere autografi, ritratti, ecc., mentre con la sua opera, in quest’epoca di pubblicità e di giornalismo, quest’epoca di interviste, nessuna delle persone interessate ha la benché minima dimestichezza?» (p. 247). E ancora: «Mi pare d’intravedere un piccolo soggetto in quest’idea: quella dell’autore di certi libri il quale, è risaputo, ritiene – anzi, au besoin, sostiene a viva voce con i pochi con i quali comunica – che i suoi scritti contengono un bellissimo e preziosissimo, interessantissimo e remunerativo segreto, o intenzione latente, per coloro che li leggono con la dovuta perspicacia» (p. 348).

Le idee (antica legge della mente che si rapporta al mondo) sovvengono nei momenti più impensati: «L’altra sera, con un freddo spaventoso e limpido, mentre me ne andavo su una rumorosa carrozza a quattro ruote […] ecco venirmi, chissà mai perché, l’idea del piccolo dramma che è possibile si celi nell’esistenza di un sentimento speciale» (p. 294). E ancora: «Mi par di aver afferrato per la coda qualcosa ipotizzando un suo eventuale incontro con la ragazza destinata allo scopo, nel corso del quale “trapela” che anche lei è illegittima» (p. 456).

Non manca, da questa fenomenologia, l’esperienza della delusione: «Non occorre sprecar tempo prezioso a segnalare come il precedente tentativo di non lasciarmi sfuggire le “impressioni” dell’inizio dell’inverno fosse condannato a una rapida frustrazione e vanificazione» (p. 485). Come anche la prova signoreggiante dell’ozio: «Adesso come adesso ho un solo desiderio: quello di rimettermi al lavoro. Sono quasi sei mesi che me la prendo comoda – lascio trascorrer le settimane, e all’attivo non ho che queste rinomate “impressioni”! L’ozio prolungato mi esaspera e mi deprime» (p. 93).

Magnifico e vasto brogliaccio, forziere in vista della materia primitiva di James, come anche dei suoi moti archetipi e del metodo impiegato per dar loro una forma primitiva, questi taccuini sarebbero sufficienti a donare settimane di tonificante lettura, e invece Adelphi non rinuncia mai al dono dell’abbondanza, per far sempre sentire il lettore a suo agio tra forzieri spalancati. Ed ecco allora alla soglia dell’opera uno scritto di Calasso (ripreso dal Cacciatore celeste), una bella introduzione di Matthiessen e Murdock (curatori nel 1947 dell’edizione originale di questi Notebooks), uno scritto del traduttore/curatore Ottavio Fatica che dona un’immagine francamente attesa: che James fosse un grafomane, un tale che stilò 40.000 lettere in gran parte bruciate e quelle che restano occuperanno, nella progettata edizione, più di cento volumi. Su questa falsariga si fa allora irrinunciabile la preludiante Cronologia delle principali opere di James pubblicate in volume: sembra cosa secondaria, ed è invece uno di quei complementi di cui il bibliofilo (vale a dire: me stesso) va in celeste caccia, tanto per riecheggiare Calasso.

Henry James

Ormai non poteva succedere più nulla

Taccuini

A cura di F.O. Matthiessen e Kenneth B. Murdock
Edizione italiana a cura di Ottavio Fatica
Con uno scritto di Roberto Calasso
Adelphi Edizioni
Biblioteca Adelphi, 784
2026, pp. 562

https://www.adelphi.it/libro/9788845940699