Il sogno americano si infrange sulle tristi valigie del commesso viaggiatore di Arthur Miller

Il sogno americano si infrange sulle tristi valigie del commesso viaggiatore di Arthur Miller

@Anna Di Mauro, 1 maggio 2026

La celebre e profetica pièce del ’49 “Morte di un commesso viaggiatore” del grande drammaturgo americano, in questa edizione prodotta dal Teatro Biondo di Palermo e firmata Carlo Sciaccaluga, condotta con assertivo rigore e aderenza, si mostra più che mai attuale nella tematica. L’amara vicenda si svolge dentro una grigia scenografia asciutta e imponente, quasi la solennità di un tempio, tra colonnati che fiancheggiano il palco, sovrastato da una tettoia semovente di assi inclinate ascendenti e discendenti. Al centro si erge un grande tronco d’albero inaridito. Un frigorifero e un tavolo da cucina sottolineano per contrasto la modesta quotidianità dell’ambientazione, due valigie il mestiere del protagonista, mentre raffinati tagli di luce sottolineano la drammaticità del contesto.

I simbolismi si annunciano immediatamente. Cementificazione e natura oltraggiata, mancanza di identità nei personaggi velati che invadono la prima scena, onirici e inquietanti. In questa atmosfera angosciante assisteremo alla lenta disfatta della piccola borghesia americana, affannosamente in cerca di lucroso successo e riconoscimenti. A incarnare questo mito infranto è Willy Loman, commesso viaggiatore. Il capitalismo perverso svetta impietoso, implacabile denuncia del sistema, in quest’opera che consacrò Arthur Miller come uno dei più importanti drammaturghi del ‘900, che ora approda, inossidabile, al Teatro Verga di Catania.

Dal conflitto familiare alla critica del mito americano, alla responsabilità morale dell’individuo nell’America del secondo dopoguerra, i temi trattati si adattano perfettamente al nostro tempo e alla nostra società contemporanea sempre più invasa da ego smisurati e da deliri di onnipotenza, pur se concepiti negli anni ’50, tempo storico di cui la regia ha voluto mantenere l’assetto epocale, sottolineato dagli appropriati costumi di Anna Verde. La pièce, ben condotta e ben interpretata da un cast a tutto tondo che ruota incessantemente intorno al protagonista, vede al centro della giostra un Willy Loman reso da Luca Lazzareschi con garbo e misura nel suo delirio accorato e disperatamente sognante, incuneato in sfaccettature di malessere che punteggiano il percorso di inesorabile declino di un modesto commesso viaggiatore americano invecchiato e stanco, teso vanamente al benessere materiale suo e dei suoi due inconcludenti figli Biff e Happy, indotto dal sistema di cui è vittima e carnefice.

Attraversato da rivoli di consapevolezza del suo insuccesso in ogni versante, unica parentesi solo la dedizione coniugale della dolce Linda, stritolato nella morsa di un sistema economico spietato, infimo ingranaggio senza importanza, il pover’uomo si affanna vanamente a trovare la felicità, in una ricerca spasmodica che infine si rivelerà inutile e persino dannosa. La sua famiglia, con lui in testa, sgomita senza risultato verso la catastrofe, mentre il suo centro di gravità naufraga sull’onda di un destino ingeneroso che gli si accanisce contro, attraverso il degrado fisico, ma anche morale di “un uomo senza qualità”, parafrasando Musil, devastato dal fallimento e dal senso di colpa, Ulisse joyciano vagante in un’Odissea di ricordi, a fronte di un presente inaccettabile, fino all’annunciato epilogo del suicidio, già tentato in passato, per far riscuotere, desolante e paradossale escamotage, l’assicurazione alla famiglia in rovina.

È proprio il fallimento a serpeggiare e a espandersi minaccioso in ogni microscena, in ogni gesto, in ogni inflessione di voce, destando compassione e un senso di impotenza e frustrazione che l’uomo moderno ben conosce. La lente di ingrandimento che Miller ha finemente puntato su questo americano-campione, rivela crudamente e amaramente la spaccatura generazionale, l’inseguimento di falsi valori, la triste condizione di una genìa frustrata, anticipata dall’inquietante metamorfosi kafkiana di Gregor Samsa e di quei “commessi viaggiatori” come lui, rappresentanti di un mondo piatto e disadorno da cui non si esce se non con la morte, una sorta di condanna senza appello dei “vinti” e del sistema che incarnano, a cui assistiamo tra orrore e pietà. Nel cupo finale dell’opera si affaccia la speranza, lieve e inconsistente, delle promesse del figlio alle esequie del padre, davanti alla disperazione di Linda, nella delicata e convincente interpretazione di Pia Lanciotti, ormai vedova senza lacrime, che sussurra amorevolmente al morto la sua incomprensione di quel suicidio, proprio quando avevano finito di pagare il mutuo della casa…

Il dramma trova spunti interessanti nelle brillanti soluzioni registiche che propongono la coesistenza nella scena di personaggi e luoghi diversi, in bilico tra passato e presente, offrendo una contemporaneità dell’anima che rende pienamente lo squallore di una vita ai margini. Il risultato è una pièce dura e potente, malinconica e tenera a tratti, coesa e scorrevole fino all’ultimo, desolante quadro. La morte è l’unica soluzione possibile. Forse.

MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE
di Arthur Miller

traduzione Masolino D’Amico
regia Carlo Sciaccaluga
con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti
e Sergio Basile, Andrea Nicolini,
e con (in o.a.) Giovanni Arezzo, Silvia Biancalana, Domenico Bravo, Giovanni Cannata, Michele De Paola, Eletta Del Castillo, Riccardo Livermore, Chiara Sarcona
scene Anna Varaldo
costumi Anna Verde
musiche Andrea Nicolini, Leonardo Nicolini
produzione Teatro Biondo Palermo

Al teatro Verga di Catania fino a Giovedì 30 Aprile