Lucia Lavia è la signorina Else nel raffinato monologo teatrale di Arthur Schnitzler

Lucia Lavia è la signorina Else nel raffinato monologo teatrale di Arthur Schnitzler

@Anna Di Mauro, 16 aprile 2026

Gigantesche riproduzioni dei quadri di Klimt ornano le pareti del palco, fitto di personaggi-pupazzi. Lei, Else, è l’unico essere vivente. Freud aleggia nella grazia e nel disagio di “La signorina Else” originariamente una novella del 1924, un monologo dalle variegate sfaccettature psicoanalitiche, rese con rigore dalla regia teatrale asciutta e corposa di Henning Brockhaus, che ha impostato la pièce come un sogno di Else, che si muove gioiosamente tra le marionette, le sposta, le fa vivere, in preda ai fantasmi della sua anima ferita. La sua storia la giovane donna la racconta così, in preda a una dolce follia, quella che l’ha condotta al gesto estremo, che nella realtà assurdamente sarà riproposto dalla figlia di Schnitzler pochi anni dopo, inquietante premonizione o assurda coincidenza.

Else scopre da una lettera della madre che il padre, un avvocato affetto dal vizio del gioco, rischia la galera. Deve versare una somma ingente al sedicente Dorsday, ricco amico di famiglia a cui il padre aveva sottratto una ingente somma. Per salvarlo, Else, indotta dalla madre, dovrà sottoporsi a un bieco ricatto: l’uomo la vuole vedere nuda. Squallida merce di scambio, la giovinetta agirà questa violenza presentandosi senza veli nella hall dell’albergo, ormai in preda a un lacerante dissidio, che la sconvolgerà inesorabilmente: prostituirsi per salvare il padre o difendere la propria integrità decretandone la rovina.

Il racconto della sopraffazione subita fino alla disgregazione del suo corpo oltraggiato, Lucia Lavia lo conduce con la consueta padronanza scenica, duttile nei movimenti e nei toni, modulando abilmente la voce e i gesti in un penoso andirivieni di pensieri e fantasie, accompagnato da abiti serici e movenze garbate o scomposte. La tecnica del monologo interiore che Joice nell’Ulisse porta in auge nei primi anni ’20, risuona sulle labbra della giovinetta, con effetti stranianti, conducendo lo spettatore nei meandri di una coscienza complessa, testimone del disagio esistenziale delle nuove generazioni, strette tra l’atteggiamento perbenista e ipocrita della corrotta società borghese e l’anelito a un destino diverso, dove libertà di pensiero e di parola si affacciano prepotentemente nella coscienza femminile, rivendicando dignità e presenza.

L’autore, sensibile e attento alle nuove istanze, non riesce a sottrarsi a una denuncia della condizione della donna, creando disarmonie e stridori nella superficie apparentemente liscia dell’apparato sociale viennese di inizio secolo. Else è sola in palco, come nella vita, circondata dai fantasmi della storia che racconta, stretta tra innocenza e perversione, sola, con la sua insuperabile lacerazione conflittuale, sola come ogni donna che vuole rispetto in un mondo che la oltraggia da tempi immemorabili.

“La signorina Else” diviene così un manifesto della nuova coscienza femminile, ma in generale del gap generazionale di cui la delicata fanciulla diviene vessillo ed olocausto. Eleganza e raffinatezza confluiscono nella scena dove la protagonista vive il suo triste destino, concluso da un gesto di ribellione estremo, giocato su elementi scenografici che rappresentano quella Vienna capace di sublimi opere d’arte, ma anche di gesti corrotti e impietosi, mentre le parole di Else si inseguono e calano sul pubblico immerso in quello sfavillante letamaio su cui inesorabilmente cala la tela.

LA SIGNORINA ELSE
di Arthur Schnitzler

traduzione Renata Colorni
adattamento e regia Henning Brockhaus
scene e costumi Giancarlo Colis
coreografie Valentina Escobar
luci Gaetano La Mela
foto Antonio Parinello
con Lucia Lavia
produzione Teatro Stabile Catania

Al Teatro Verga di Catania fino a Domenica 19 Aprile