«La vera vita è la doppia»

«La vera vita è la doppia»

@Antonio Castronuovo, 28 aprile 2026

Meraviglia dei carteggi, dei diari, dei taccuini e delle memorie anche sconnesse: documenti di realtà che sempre più – con la scomparsa degli scambi epistolari e dei quadernetti in cui si annotavano fatti e pensieri – diventeranno ricercate forme letterarie. Nutrimenti polposi per chi rifiuta l’dea che la biografia sia inutile per la comprensione dell’opera, che sia superflua la conoscenza di ciò che alcuni chiamano “extratestuale”, per chi insomma non ha nulla da rimproverare a Sainte-Beuve. E polposa è questa collezione di lettere tra Joseph Roth e Stefan Zweig, carteggio che copre gli anni 1927-1938 e per massima parte costituito da lettere di Roth, talmente sostanzioso da chiedersi cosa abbia impedito di pubblicarlo fino ad oggi, con due corrispondenti entrati da tempo nel pubblico dominio.

Sono pagine che riverberano una buona immagine di Zweig, ma che per la sua presenza maggioritaria donano tanto Roth: la vita privata, la dipendenza dall’alcol, i problemi di salute della moglie e l’assistenza devota, le perenni difficoltà economiche, la filosofia dell’instabilità (che rammenta, con le dovute differenze, l’horreur du domicile di un Baudelaire, come anche di un Chatwin). C’è insomma tutto l’uomo, senza il cui dramma di vita, senza il cui conflitto interiore non è dato compenetrare la sua opera. Ecco perché amo gli epistolari, i diari e i taccuini che diventano opera pubblica; meglio se edizione ben fatta, filologica, come questa. Oltre al piacere descritto, vi troviamo balsami per lenire la necessità di “metafisica delle note”: 300 pagine di lettere, 102 di note, tanto più sostanziose quanto più articolate.

I corrispondenti sono due, differenti per età (Zweig di tredici anni più anziano di Roth) e per estrazione sociale, il primo scaturito dall’agiata borghesia ebraico-austriaca e ben radicato nella sicurezza viennese, l’altro un galiziano nato ai margini dell’impero danubiano e destinato a vita instabile. Diversi anche nella percezione di ciò che in quel decennio accadeva: calati negli anni di ascesa di Hitler, Roth possiede la lucida coscienza della tempesta montante, l’altro invece sembra varcare la storia con una minore chiaroveggenza, con un più ingenuo dolore per lo sgretolamento degli estremi residui del fu Impero asburgico. Comune a entrambi, invece, il rimpianto della sua quieta bellezza, di quanto fosse società di complessione estetica.

Ecco la materia di queste pagine, la cui ricchezza è anche nella molteplicità delle ottiche che offre: possiamo assumerle come sensori di quanto accadeva (è la prima cosa che attira l’attenzione), come documento del suicidio dell’Europa (in una letterina del febbraio 1933 Roth prorompe: «Ormai si sarà reso conto che ci stiamo avviando verso grandi catastrofi; al di là di quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è comunque distrutta – tutto l’insieme ci conduce dritto filato a una nuova guerra»), come verifica di cosa fu in quegli anni il sionismo, come pianto per la fine della Kakania felix, per usare il termine caro a Musil (dalle due iniziali dell’Impero asburgico, Kaiser und Koeing).

Su questi temi si leggono notevoli commenti a questo volume: possiamo però rivolgere lo sguardo anche su altri sensibili dettagli. In raccolte del genere esistono sempre varie e valide prospettive di realtà (come esistono anche per i singoli scrittori che si moltiplicano mediante nomi fittizi: il 17 gennaio 1929 Zweig confessa a Roth il rimpianto di non aver scritto di più con pseudonimo, perché «la vera vita è la doppia vita»).

È la medesima lettera in cui Zweig rievoca il proprio rapporto con la letteratura, e offre l’appiglio a un tema qui ricorrente: come i due interlocutori scrivevano. Erano scrittori decisamente calati nel ruolo, intelletti che sfornavano articoli e libri a ritmo vorticoso (oso dire che erano “grafomani”): uomini per i quali scrittura equivaleva a guadagnare e vivere, ma anche persone che vivevano per scrivere. Zweig lavorava molto e con massima concentrazione, Roth sempre tallonato dal bisogno: articoli su articoli per la «Frankfurter Zeitung», per poter guadagnare qualcosa e restare a galla, e quando si disponeva alla stesura dei romanzi era veloce, preciso, ma anche schiacciato dalla vita: «Dieci ore di lavoro al giorno chino sul mio libro», sempre «sotto l’assillo di un’unica necessità: quella materiale, perché devo riuscire a ricavare il minimo per sopravvivere, senza essere costretto a sfornare uno dopo l’altro articoli che mi rovinano la salute», come annota il 27 febbraio 1929.

E poi: poteva il santo bevitore Roth amare l’olimpico Thomas Mann? Il tema incardina le lettere, dove quest’ultimo appare come uno che ha «il dono di scrivere meglio di quanto non sappia pensare: dal punto di vista intellettuale non è all’altezza del proprio talento». Una forma di repulsione che sgorga spumeggiante il 31 agosto 1933, quando Roth confessa di non aver mai amato in Mann quel suo «starsene sospeso a dieci centimetri da terra», e prosegue infastidito dal nome “Mann”, cioè “uomo”, perché aveva «sempre visto in lui qualcosa di neutro, di impersonale».

Sono esempi minimi di come un carteggio offra prospettive molteplici, sia insomma un orto fecondo per il lettore indiscreto che sa frequentare angoli e vestiboli. Quel che resta invariabile è lo sfilacciamento delle vite e il silenzio che ne consegue. Il 17 dicembre 1938 Zweig lamenta quello di Roth, che non risponde più alle lettere: «In nome della nostra vecchia amicizia, credo di avere il diritto di chiederle che cosa intende dirmi con questo suo ostinato e – voglio sperare – non malevolo silenzio». Era solo il mutismo dei patimenti: pochi mesi dopo, a maggio del 1939, Roth si accasciò per strada a Parigi, consumato dall’alcool e da una grave polmonite. Pochi anni ancora e nel febbraio 1942 anche Zweig sarebbe uscito di scena, suicida con veleno, in una sperduta cittadina brasiliana. La voragine degli anni Trenta in Germania aveva fatto bene il proprio lavoro: aveva divorato i vinti. Presto avrebbe divorato anche i presunti vincitori.

Joseph Roth – Stefan Zweig, Ombre folli. Lettere 1927-1938, Milano, Adelphi, 2026.