@ Romano A. Fiocchi, 5 maggio 2026

È il 29 novembre 1812. Il generale Éblé incendia i cavalletti dell’ultimo ponte sulla Beresina per salvare il salvabile della Grande Armata, nella sua disastrosa ritirata. I russi stanno per attaccare. Una zattera carica di disperati approda con violenza sulla riva della salvezza. Scrive Balzac: «Il conte, che era sul bordo, rotolò nel fiume. Nel momento in cui cadeva, una lastra di ghiaccio gli tagliò la testa, e la spinse lontano, come una palla di cannone».
Allo stesso modo, nel Maestro e Margherita di Bulgakov, la testa di Berlioz viene mozzata dalle ruote del tram e rotola saltellando sul selciato. Sono due immagini che un lettore difficilmente dimentica. Ma quella di Balzac ha una funzione chiave proprio perché inserita in quel racconto breve, potente e suggestivo che è Adieu, ‘addio’.
Siamo al culmine di un dramma che stravolgerà la mente della coprotagonista, la contessa Stéphanie de Vandières. In un testo di poco più di cinquanta pagine, Balzac introduce altri personaggi che si passano il testimone della narrazione come in una staffetta. Sono inizialmente il magistrato D’Albon e il colonnello Philippe de Sucy, impegnati in una battuta di caccia. Quindi Sucy si farà protagonista del rovinoso passaggio della Beresina. Per poi trasferire la storia sul granatiere Fleuriot e sul medico Fanjat, zio di Stéphanie, fino al tragico tentativo di rinsavimento della contessa.
All’elenco dei personaggi vanno aggiunti Geneviève, altra figura di alienata mentale, l’unica che riesce a comunicare con Stéphanie, e il generoso Hippolyte, aiutante di campo, che perderà la vita nel furto di cavalli architettato da Sucy. Sono parte dei duemilacinquecento personaggi, ricorrenti e non, che popolano l’immenso ciclo della Commedia umana di Balzac.
La bellezza di Adieu è proprio questa: nella dimensione ridotta di un racconto, Balzac concentra i princìpi, l’invenzione, l’estetica, la struttura del progetto monumentale di cui lo stesso racconto è parte. Travolge il lettore con la forza narrativa delle scene sulla Beresina semighiacciata, con un esercito napoleonico allo sbaraglio, senza più regole né comandanti, quasi fosse un Titanic che sta affondando. I soldati si ribellano agli ufficiali (il granatiere Fleuriot scaraventerà addirittura un capitano nel fiume), bruciano carriaggi e carrozze per riscaldarsi, in preda alla fame uccidono e divorano i proprio cavalli, incapaci di ragionare per mancanza di sonno e di riposo. Su tutti domina un altro protagonista, il grande freddo russo, che intorpidisce al punto di far rinunciare alla vita e preferire di addormentarsi per sempre in mezzo alla neve.
Certo, probabilmente lo scrittore francese – ci ricorda Alessandra Ginzburg nel suo saggio introduttivo – ha attinto da testi come La storia di Napoleone e della Grande Armata durante l’anno 1812 del generale Philippe de Ségur, o Il passaggio della Beresina. Piccolo episodio di una grande storia di Émile Debraux. Ma l’affresco della disfatta che esce dalla sua penna è di un realismo visionario di grande efficacia. Tant’è che l’edizione de Il Ramo e la Foglia, tra l’altro con testo francese a fronte, ha posto in prima di copertina un particolare del dipinto La Grande Armata attraversa la Beresina di January Suchodolski.
Un’ultima nota di pregio del libro: la traduzione è della francesista e critica letteraria Mariolina Bertini, con contributi di Giuseppe Girimonti Greco.
Honoré de Balzac, Adieu
saggio introduttivo di Alessandra Ginzburg
traduzione dal francese di Mariolina Bertini
Il ramo e la foglia edizioni, 2026
144 pagine
16,00 euro

