Il patto diabolico dei convitati

Il patto diabolico dei convitati

@ Lucia Tempestini, 8 aprile 2026

I 30 ex alunni della III A del liceo-ginnasio Berchet di Milano, a un anno esatto dalla Maturità (a.s. 1973-74), organizzano una cena celebrativa durante la quale viene stipulato un patto incauto e scellerato che condizionerà le loro vite, sino alla fine.

Come ci informa il gelido incipit, nessuno ricorda con precisione il nome dello sventurato che quella sera fece scivolare la proposta sulla tavola che si presume riccamente imbandita, pur se le pietanze ci rimangono ignote, in osservanza alla stilizzazione estrema che vige nel romanzo. Avvenne forse per un sortilegio maligno, una voce diabolica sussurrò nella sala lo schema del piano finché non venne udito e assorbito da qualcuno (indefinito) oppure da tutti, poiché tutti lo fecero proprio assaporandone l’azzardo e il pericolo, e magari vagheggiando una qualche realizzazione personale derivante dal malefico accordo.
In sintesi: i trenta dovranno ritrovarsi a cena ogni anno, sempre nello stesso giorno, e in quell’occasione versare una certa somma di denaro a testa, versamenti destinati a confluire in un fondo comune, sagacemente amministrato da Lorenzo Rivadeneyra e perciò destinato a crescere a dismisura negli anni fino ad assumere le proporzioni di un vero tesoro, che spetterà agli ultimi tre compagni rimasti in vita (a quel punto così decrepiti, suggerisce l’autore fuori campo, da non potersi più godere una tale fortuna).
Oltre ad amministrare il fondo, Rivadeneyra assume il ruolo vessatorio di notaio e custode dell’accordo. Diventa il depositario di un potere che dà senso alla sua esistenza, l’occhiuta, depravata sentinella di un gioco asfittico, il lacchè scrupoloso del Signore delle Mosche (mediocre e borioso come tutti i lacchè).
Era sembrata all’inizio una trovata da giovani eccentrici e scettici, capace di aggiungere brio al luminoso futuro che di certo li stava aspettando. Invece, si trattava del seme di una pianta carnivora che, germogliando dentro di loro e crescendo di anno in anno, avrebbe progressivamente divorato qualità e ambizioni, destituendo persino la morte della sua nobiltà e riducendo l’esistenza di questi aspiranti Dorian Gray privi di ogni baluginio romantico a un’avida competizione fine a se stessa, sino a condurli a goffi e laidi progetti omicidi (le macumbe di Brodo ne rappresentano l’acme grottesca).
Ne I convitati di pietra Mari ordisce, utilizzando una lingua più composta del solito, un huis clos ossessivo e a suo modo ipnotico spogliato, insieme alla mobilia stile Impero, di ogni senso di colpa conseguente alla violazione della legge morale, visto che delle leggi divine nel cuore umano non sopravvive neppure la memoria. E ormai con gli Dei è scomparso anche il loro palcoscenico naturale: la volta celeste.
Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, 2025