La pinguedine del Vate

@Lucia Tempestini, 8 febbraio 2026

Tutti i dittatori hanno in comune un’inclinazione al grottesco. Una componente patologica che induce la figura pubblica, e sovente anche privata, a slittare verso l’eccesso (verbale, gestuale). In più, Mussolini precipitava pressoché di continuo nel ridicolo. In una ridicolaggine macroscopica quanto tragicamente involontaria. Guardando i vecchi filmati dell’Istituto Luce – un po’ sfocati e accelerati – non è possibile fuggire il magnetismo senza qualità della nappina attaccata al ṭarbūsh nero del Buce*, o meglio sottrarsi alle sue brusche oscillazioni sincopate, provocate dai virili movimenti del Cranio superbamente italico e sovradimensionato. O ancora delle manine appoggiate a mo’ di anfora romana ai fianchi da Venere callipigia stretti nei pantaloni militari alla cavallerizza.

Chi volesse dilettarsi con un campionario di situazioni tragicomiche di regime (comiche per la forma, tragiche per le conseguenze) e delle “pose cesaree” irrise da Joseph Roth nei reportage scritti per il Frankfurter Zeitung, può leggere Le rose del Ventennio di Gian Carlo Fusco, appena ripubblicato da Sellerio.

Fusco, presentatore e ballerino di boogie-woogie nei locali della Versilia post-bellica a fianco di artisti come Fred Buscaglione, incoraggiato da Manlio Cancogni diventò un memorabile cronista/scrittore pubblicato dal settimanale d’élite “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
La prosa affilata, elegante, ironica con misura di Fusco ci porta in visita nelle stanze del regime; una dittatura da operetta mal riuscita, germinata nell’hortus conclusus di un Paese microscopico, fra le muffe giolittiane, l’ignoranza sabauda, “i frutti di marmo e le sedie parate a damasco”** dei salotti torinesi, le cianfrusaglie della magniloquenza dannunziana, i tremori della piccola borghesia romana e i vaniloqui brutali dei centurioni fuori tempo massimo.

Si comincia con il glorioso primo Congresso del Movimento Fascista, svoltosi dal 7 al 10 novembre 1921 nel Teatro Augusteo di Roma. Giorni febbrili e decisivi, durante i quali fu annunciata con voce stentorea la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista, di cui venne eletto presidente Benito Mussolini (anche se il gruppo ferrarese avrebbe preferito Farinacci). Il prescelto accolse la nomina con emozione visibile ma contenuta, strabuzzando gli occhi e lanciando sguardi incendiari e compiaciuti tutt’attorno, persino sulle bucce di salame lasciate per terra dai camerati dell’Emilia-Romagna. Arrivò ad accogliere persino il mezzo abbraccio dell’amico Giacomo Acerbo, ché uno intero avrebbe potuto far dubitare delle qualità virili di siffatta adunanza.
A seguire, un prelibato carrello di aneddoti a proposito delle donne fasciste e delle loro metamorfosi, della pinguedine del sommo Vate, delle tre vite del Partito, ecc. ecc.

(*) Invenzione linguistica dell’Ingegner Gadda, in Eros e Priapo.
(**) L’amica di nonna Speranza di Guido Gozzano.

Gian Carlo Fusco, Le rose del Ventennio, Sellerio 2026.