“Un tram che si chiama desiderio” al quadrato, al Teatro Franco Parenti

Un tram che si chiama desiderio al quadrato, al Teatro Franco Parenti

@Rinaldo Caddeo, 1 dicembre 2025

Non ci sono sedie, tavoli, mobili, soprammobili, letti, camere. Non c’è la casa di legno verniciato di bianco, le scale, i sottoscala, i ballatoi. Non c’è la circonferenza brulicante della periferia di New Orleans del secondo dopoguerra, la ferrovia, la musica, le canzoni: il blues, il jazz.
Dimentichiamoci dell’America del secondo dopoguerra, dell’omonimo film di Elia Kazan, dei suoi attori (Vivian Leigh, Marlon Brando, per fare due nomi), uscito all’inizio degli anni ’50, pochi anni dopo la messa in scena (1947), stesso regista, stesso primo attore, a Broadway della commedia di Tennessee Williams.

Ma non del tutto: in che senso?

Luigi Siracusa attua una quadratura di questo cerchio mediante due scelte radicali: la struttura della scena e il numero dei personaggi.

La prima è una stanza delimitata da quattro pareti costituite da persiane che si aprono e chiudono. I personaggi vi entrano o escono ex-abrupto, espulsi o risucchiati dal mondo in questa navicella che ne è diventato, temporaneamente, il centro: il palcoscenico, il teatro. La luce entra spezzata, a segmenti bianchi e oscuri. In primo piano, c’è una specie di armadietto di vetro con gli oggetti più cari a Blanche: una candela, un paio di guanti bianchi e lunghi, una veletta, un mantello bianco.
I personaggi non sono tredici ma quattro, cioè i più importanti: Blanche, Stella, Stanley, Mitch. È il quadrato tragico, dall’Orestea greca (Agamennone, Clitemnestra, Elettra, Oreste), all’Amleto (Claudio, Gertrude, Amleto, Ofelia), agli Indifferenti (Maria Grazia, Leo, Carla, Michele).

Il testo di Williams è sempre lì, non cambia. Al suo centro è Blanche. E Blanche esordisce con quelle tre frasi che formano un sillogismo: «Mi hanno detto di prendere un tram che si chiama Desiderio, poi prenderne un altro che si chiama Cimitero e dopo sei fermate scendere a Campi Elisi.» Parole di un tragitto emblematico in cui è scolpito il destino della protagonista. Blanche Du Bois è l’erede di Belle Reve, insieme a sua sorella Stella, una grande proprietà terriera a Laurel nel Mississipi, perduta dalle ipoteche e dalle dissipazioni di antenati e genitori.

Giardino dei ciliegi, nostalgica reliquia di un sud dell’America sconfitto. Blanche è un insegnante di letteratura inglese, cacciata dal liceo per avere avuto una relazione con un alunno, alter ego del giovane marito, omosessuale e suicida. Questo nucleo tragico non emerge subito. Lei cerca di tenerlo segreto ma incappa in Stanley, un uomo avido e rude, che lo vuole scoperchiare. Inevitabile il conflitto tra la colta Blanche, di origine francese, e il rozzo Stanley, di origine polacca. Stella, tra l’incudine e il martello, ama suo marito Stanley da cui aspetta un figlio ma vuole bene anche a sua sorella e cerca di darle ospitalità. L’empatia tra Blanche e Mitch, amico sincero di Stanley, con un carattere opposto, sembra poter sfociare in un matrimonio. Questo legame d’amore viene spezzato deliberatamente da Stanley che svela a Mitch, in una luce sinistra e scandalosa, i precedenti drammatici della vita di Blanche.

Il vuoto graffiato di una stanza espelle il superfluo. Rimangono il testo e gli attori. La parola e il corpo diventano la scena. La mimica del volto, il movimento delle braccia, la danza, nell’aria, per terra, non si limitano ad accompagnare la voce ma condensano emotività e producono narrazione come nel teatro della crudeltà di Artaud. Il simbolismo dei suoni e dei colori, tipico del realismo di Williams, qui si raccoglie nel bianco dei vestiti, soprattutto di Blanche (nomen omen). Il bianco è simbolo di purezza ma anche dell’opposto: nel bianco ci sono tutti i colori dello spettro visibile. Il bianco è silenzio. Anche nella commedia di Williams/Kazan ci sono dei silenzi. Sono crepe che attraversano la musicalità vitale e la spezzano con riflessi spettrali, inseguiti da grida della giungla. Qui, nella commedia di Williams/Siracusa, i silenzi sono voragini intorno a cui si organizza la lotta per la vita dei quattro personaggi, che risulta sempre più, in un crescendo, una danza sull’abisso.

La vitalità, la violenza, la claustrofobia, il male di vivere, tendono verso una nuova cifra. È quello che all’inizio della scena nona del testo viene definito il senso del disastro che incombe. Il disastro dell’ultima scena si adempie in uno smorzando in cui parossismo, frastuono delle grida, conflitto, raggiunto il climax, cessano. Il tempo rallenta fino a fermarsi. Si stagliano le ultime parole, spezzate di Blanche: mare, desiderio.

Bravi tutti: Sara Bertelà, Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci, che per due ore di fila, senza tregua, (in particolare le due donne), reggono, senza incrinature, una recitazione a un ritmo incalzante, con frequenti cambiamenti di altezza e di tono della voce, salti vocali, dinamismi consentanei del corpo, mettendo in una nuova luce la cognizione del testo.

Meritato, dopo un ascolto in religioso silenzio, lungo applauso finale.

Un tram che si chiama desiderio
di Tennessee Williams
traduzione Paolo Bertinetti
regia, scene e costumi Luigi Siracusa
con Sara Bertelà e con Stefano Annoni, Silvia Giulia Mendola, Pietro Micci
luci Pasquale Mari
musiche Laurence Mazzoni
produzione Teatro Franco Parenti

Tutte le immagini sono di Asia Serpe

Al Teatro Franco Parenti dall’11 novembre al 7 dicembre