Anne Lister e l’arte dell’indugio

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Anne Lister e l’arte dell’indugio

Osservazioni intorno al terzo episodio di Gentleman Jack

@ Sergio Cervini (10-07-2021)

I can walk anywhere in 25 minutes.

We’re not alive if we’re not taking the odd risk!

Anne Lister

 

 

In realtà Anne Lister non veste sempre di nero. Nei momenti di vita quotidiana, nel lavoro, nel tempo che dedica ai diari e quando il rapporto con una donna si fa più confidenziale, all’abbigliamento di consistenza chitinica sostituisce tessuti morbidi come il lino e la canapa, camicie bianche, gilet beige e grigi i cui pigmenti si uniscono al pulviscolo solare, gonne antracite e, spesso, cravatte annodate intorno al collo alla Lord Brummell. Tutti questi indumenti hanno un taglio più ampio e comodo e, col procedere della vicenda, elementi minerali li fanno risplendere delle più varie sfumature di blu e azzurro, dal blu notte al blu marino, fino al luminoso blu di Persia indossato nella Cattedrale di York.

La coesistenza di gradazioni differenti di densità e luce negli abiti scelti da Anne Lister corrisponde a una struttura psicologica binaria, soggetta a evoluzione, che le permette di intervenire sulle circostanze esterne e, almeno in una certa misura, modificarle. In più di un’occasione, due modalità di rappresentazione di sé in apparente contrasto agiscono nello stesso momento per raggiungere un effetto originale – rassicurante e perturbante insieme – capace di neutralizzare la mediocrità del senso (o giudizio) comune.

E’ un’elegante illusionista della conversazione, in grado di provocare in modo sottile e trasformare la provocazione in un miraggio dell’interlocutore. L’abitudine diaristica di inventariare il mondo e i sentimenti affina la sua predisposizione a utilizzare tutti i gradi di ambiguità presenti nel cuore e nelle relazioni umane. La sua figura stessa suscita turbamento e a volte irritazione, così antitetica rispetto alla cedevolezza diafana e ai vestiti delle Signore e Signorine – serici, rigonfi e sgargianti – pittati di ocra, malva, verde, giallo, rosa shocking. Scura, magra, dal corpo androgino e abituato all’esercizio fisico, rappresenta un’incessante negazione del canone che risulta, alla fine, estremamente attraente.

Durante la visita di (s)cortesia a Crow Nest di due piumati e variopinti esemplari femminili della tribù dei Rawson, le linee stilizzate di Anne contrastano allegramente con la luccicante iridescenza delle due Signore. In maniera analoga il sorriso forzato e metallico di Mrs. Stansfield Rawson, chiuso e piegato agli angoli verso il basso da una certa repulsione (o sdegno) sprezzante, urta invano e scivola sulla superficie levigata della noncuranza di Anne, ovvero di una superiore e ironica conoscenza di ciò che si aggroviglia nella mente umana. Urta e rimbalza lontano, mentre tutta la sua fatuità velenosa ne rende goffo il volo, oltre la vetrata, oltre il parco, sempre più distante, nello stesso momento in cui l’indignata proprietaria è costretta a osservare Anne impegnata in una breve conversazione con la figlia Miss Delia Rawson, talmente abile da catturare l’attenzione della fanciulla grazie a un’osservazione galante sulla pienezza delle sue labbra, intanto che lo sguardo esprime per pochi istanti un orientamento della coscienza – appena al di là della discrezione –, che resta sospeso nell’aria per una stregoneria da grande attrice di Suranne Jones.

E’ esattamente questa delicatezza minuziosa, questo saper dedicare alle donne continue premure, a risultare irresistibile. Anne è depositaria di un’arte dell’indugio che sa rassicurare e incoraggiare il desiderio, per primo quello di cui Ann Walker all’inizio non è neppure consapevole – ma lo è Anne, che lo percepisce fin dal primo momento. Tutto avviene sotto un mantello invisibile che muta l’insolito in normalità, dentro un’affabulazione così sapiente e dei modi così seducenti da provocare un temporaneo sortilegio. Esiste una soglia oltre la quale la mediocrità quotidiana e i pregiudizi che la accompagnano si dissolvono, e Anne Lister ha il potere di condurre le donne amate al di là di questa soglia. Non per sempre, gli incantesimi nella vita reale s’incrinano. Ci vorrebbe una persona eccezionale, una donna talmente coraggiosa da accettare di vivere dentro questo mondo a parte e farlo diventare duraturo, quotidiano e reale, come i tavoli e le onnipresenti carrozze.

La terza parte di Gentleman Jack si svolge nel segno dell’incantamento progressivo di Ann Walker, e della velocità mentale e fisica di Anne. Uno dei protagonisti è l’orologio da taschino, consultato in maniera compulsiva, l’altro la Notte che Anne attraversa rapidamente, da sola, e questa abitudine di muoversi a piedi percorrendo tratti lunghissimi in aperta campagna non è dettata solo dal piacere di sentire il corpo entrare in relazione con gli spazi naturali, bensì dalla necessità di sfuggire al controllo sociale. Nessuno sa mai dove si trovi, cosa stia facendo, a che ora rientrerà. Ci sono molti oggetti nell’episodio, che ne fanno un ibrido tra féerie, racconto nero e divagazione sentimentale settecentesca.  Alcuni di questi oggetti richiamano al senso fiabesco della luce ricreata artificialmente – lampade, acciarini, tronchi da camino –, altri al rischio, all’intrigo e all’assedio – lettere anonime, tende, ingressi posteriori –, altri ancora al delitto – corde, coltelli – consumato in una delle famiglie di fittavoli di Shibden.

Quasi sempre confinata nella dimora di Crow Nest, Miss Walker trova la luce nel vitalismo di Anne, in quell’ardore che la avvolge facendola sentire viva. Anne trova ogni volta la giusta misura per non spaventare la ragazza, se necessario si ferma davanti ai suoi timori e ne asciuga le lacrime con le labbra.

Così, un piccolo passo alla volta, Ann oltrepassa la soglia. E libera l’allegria, inseguendo con risate irrefrenabili l’anatema di Eliza Priestley (You’re playing with fire. Do you understand? Both of you), per invitare subito dopo Anne al piano di sopra. Il primo vero incontro amoroso, nella camera di Ann Walker, ha la sensualità frenetica e leggera, le promesse di felicità, il sorriso e il desiderio, il passo di danza e la grazia della Sinfonia n. 1 di Mozart.

Author: Ugo G. Caruso

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