«Pinocchio» di Franco Scaldati per le «Evasioni» dello Stabile di Catania

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«Pinocchio» di Franco Scaldati per le «Evasioni» dello Stabile di Catania

@ Giuseppe Condorelli (17-07-2021)

Un malacarne forse, un po’ funereo un po’ irruente, poeta e pirata. Il «Pinocchio» (testo inedito ed incompleto) di Franco Scaldati che è andato in scena sui legni del Palazzo della Cultura di Catania per «Evasioni» (la rassegna estiva del Teatro Stabile), è in realtà uno spettacolo sulla costruzione dello stesso personaggio e una riflessione sulla stessa messa in scena. Fedele alla incompiutezza del testo, la regia di Livia Gionfrida affronta il Pinocchio di Scaldati, non senza qualche perplessità (e qualche problema di audio), per quello che è: un pre-testo. Scaldati non solo aveva eliminato l’oleografia troppo edulcorata che aveva azzerato la carica eversiva e ambivalente del celebre burattino ma lo aveva trasformato in un mirabolante circo di anime, di parole, di miseria e di morte, lontano da ogni cristallizzazione teatrale e assai più vicino alla sperimentalità della Commedia dell’arte, forma che prediligeva più di ogni altra. Questo «Pinocchio» è anche un sogno sul teatro, sulla sua possibilità e sulle sue possibilità: non è un caso che l’unico elemento scenografico sia un carro – l’antica tradizione siciliana delle «maschere» recitate sulle sponde dei carretti accostati nelle piazze di un tempo ci pare emerga chiaramente – ma allo stesso tempo un «rito»: festa profana, cerimoniale di propiziazione – in cui la parola è cardine: tutti i personaggi testimoniano, si confessano collettivamente, dialogano e si azzuffano nella forma della burla, della rammemorazione, delle vanniate, del libero sfogo dei sentimenti: dunque un teatro come catarsi. «Pinocchio» allora diventa il sogno di un reietto – di tanti reietti – spazio surreale e testo dentro i quali i personaggi si intersecano: «ho sempre considerato la messinscena – diceva infatti Scaldati in un libro intervista1 – come un fatto corale, di affiato, di interscambio, di vampirismo: appropriarsi l’uno dell’altro e dare a tua volta la propria anima. […]. Nel fare teatro c è un rapporto di vita.» E la regia della Gionfrida, da questo punto di vista, mostra di avere assimilato il magistero del drammaturgo di Montelepre che assumeva Totò come attore-exemplum della Commedia dell’Arte: e nell’incipit dello spettacolo è proprio la mimica del Totò dell’avanspettacolo ad essere esplicitamente citata, insieme poi, nel corso dello spettacolo, a quella dei grandi attori del muto: da Keaton a Charlot. «Pinocchio» è una liturgia collettiva, che sfugge alla sua stessa narrazione, se non per scaglie, per frammenti (che non sempre la regia riesce a rendere più omogenei) e che trova nella centralità della voci recitanti in uno straripante dialetto palermitano – ma «de-quotidianizzato» e quindi più poetico – il suo senso più pieno e più vero: e qui anche Geppetto, la Fata Turchina, Mangiafuoco, il Grillo parlante e Lucignolo – un cast più che affiatato: Aurora Quattrocchi, Alessandra Fazzino, Manuela Ventura, Cosimo Coltraro, Serena Barone, Domenico Ciaramitaro – con i loro contrasti, con le mini-farse, con le improvvisate tra luce e bui inaspettati, rifanno il verso non solo a Totò e Vicé – i due babbi del teatro di Scaldati – ma al teatro di strada, che offe se stesso per un tozzo di pane. In questa natura ambivalente e sfuggente del «Pinocchio», in cui l’improvvisazione sognante si muta improvvisamente in arguzia, in dileggio, in turpiloquio, risplende la forza immaginifica e dirompente della scrittura di Scaldati, «illuminata» alla fine da quella corsa sfrenata sul cavallino di legno che ci riporta in un balzo sognante (con una folgorazione cinematografica vivissima) al teatrino di marionette di Fanny e Alexander di Bergman. Suddiviso in quadri il «Pinocchio» celebra il logos del teatro e del Maestro Scaldati, fugando ogni senso possibile, ogni tentativo di discernimento verso la dimensione della fantasticheria e dell’irrazionale. In una parola: della Poesia. Si replica fino a domenica 18 luglio.

1 Valentina Valentini, La locanda degli elfi; conversazione con Franco Scaldati, Rubettino, Soveria Mannelli, 1997 

Author: Giuseppe Condorelli

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